G. Deleuze – L’esausto

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l’esausto resta seduto al suo tavolo, “testa china appoggiata alle mani”, mani sedute sul tavolo e testa seduta sulle mani, testa raso tavolo. Postura dell’esausto, che Nachte und Träume riprende sdoppiandola. I dannati di Beckett sono la più stupefacente galleria di posture, andature e posizioni, dopo Dante. Certo Macmann osservava che “si sentiva più a proprio agio seduto che in piedi e coricato piuttosto che seduto”. Ma questa è una formula più adatta alla stanchezza che alla sfinitezza. Sdraiarsi non è mai la fine, l’ultima parola, è la penultima, e si rischia di essere abbastanza riposati, se non per alzarsi, almeno per girarsi o strisciare. Per fermare lo strisciante, bisogna ficcarlo in un buco, piantarlo in un orcio dentro il quale, non riuscendo più a muovere le membra, smuoverà ancora qualche ricordo. Ma la sfinitezza non si lascia ancora sdraiare e, a notte fatta, resta seduta al suo tavolo,  la testa svuotata su mani prigioniere.
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Gilles Deleuze, L’esausto, Nottetempo 2016

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