Jeanne Hersch – dall’esilio all’addio

 

[…] Separazione contro presenza: basta una porta chiusa. Una semplice porta chiusa, e già non so più nulla della tua realtà. Eri là, seguivo il respiro e il pulsare del tuo sangue. La porta si è chiusa, non so più nulla. Potresti essere morto o essertene andato per sempre.

 

Separazione nella presenza: anche nella presenza anche nella presenza costante, prossima e familiare di ogni istante. Separazione nel cuore della presenza, separazione che rende la presenza reale, piena, nell’istante che sta nel cuore del tempo. Nessuna presenza senza separazione[…]

 

[…] La vita non ci lascia, a poco a poco, altro che ricordi.

 

E’ tutto ciò che abbiamo, e quanto precario! I ricordi che evochiamo più spesso si ocnsumano o si irrigidiscono al nostro ripetuto richiamo: I più si sottraggono o vanno sfumandol’uno nell’altro. I ricordi felici proiettano la loro asenza sul presente. I ricordi tristi, la cui tristezza si è attenuata col passare del tempo, tendono a diventat re tutt’uno, nel mondo dei racconti, con le parole del loro racconto, e suscitano così uan sorta di rimorso, come se li stessimo abbandonando per infedeltà.
E tuttavia è attraverso i nostri ricordi, e attraverso un presente già vissuto come ricordo, che noi viviamo la separazione e l’esilio, o noi stessi in quanto esiliati.
Esiliati dal passato, per la sua assenza presente; esiliati dal presente, per la sua acutezza o per la nostra sonnoleza, per l’evidenza del suo rifiuto, o per la sua evanescenza, oper l’ardore con cui tende a un futuro ancora malleabile all’attesa e al desiderio; esiliati dal futuro, per la sua irrealtà e per la nostrqa impazienza: non sappiamo trovare, nel tempo, un luogo in cui vivere.
L’opacità del tempo non meno della sua trasparenza, della sua onnipresenza inafferrabile, ci separano da noi stessi, possiamo sfuggire, attraverso un reale fuggitivo, all’eternità che per noi è mortale. […]

 

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J.Hersch, Dall’esilio all’addio, in “La nascita di Eva.Saggi e racconti”, Interlinea 2000

 

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Marco Giovenale – Phobos

  fammi vedere, giocando sulle rotaie, lo so che hai paura dei giornalisti, degli ospiti, delle ospiti, dei gatti sulla tovaglia (se a quadri), paura dei cappelli, della verginità, della russia, di lasciarti andare, dell’eco, degli ex voto, delle marionette di porcellana, se hanno gli occhi stravolti, verso l’alto, ma è leggera, ma hai paura del cibo, comunque dell’arte astratta, delle infezioni, delle intossicazioni, da cibo, paura delle crêpes, delle creme, delle panne, delle curve delle tende, dei sipari, meglio, delle fotografie di frattaglie, delle lumache, dei cani, dei luoghi chiusi con dentro i cani, dei cani in libertà, nel parchetto, nell’erba alta, terrore dell’erba alta, degli spazi aperti, dei cani negli spazi aperti, se gli stessi spazi contengono anche luoghi chiusi con dentro altri cani, quelli degli spazi chiusi, alla catena, ma anche senza catena, con catene fatte a loro volta di piccoli cani legati uno all’altro, che potrebbero sciogliersi, paura di questo, e di conseguenza paura dei bambini che piangono perché a loro volta spaventati, imparando a farsi forza, non riuscendoci, con la paura di imparare, di seguire a ritroso il percorso, smarrire il sentiero, rientrare e trovare solo delle facili allegorie, che fanno paura […]
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Phobos. Trad. francese: Michele Zaffarano. Colorno: Tielleci, 2014. – 1 feuille/foglio ; format ouvert/formato aperto 48×33 cm. ; format fermé 19,5 cm. (Benway Series – Feuille/Foglio ; 5).

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Houellebecq

PdF leggenda della vera croce

La nostalgia non è un sentimento estetico, e non è neanche legata a un ricordo di felicità, si ha nostalgia di un luogo per il semplice fatto di averci vissuto, poco importa se bene o male, il passato  è sempre bello, a far male è solo il presente, che portiamo con noi come un ascesso di sofferenza che ci accompagna tra due infiniti di quieta felicità
M. Houellebecq, Sottomissione, Bompiani 2015

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la volontà è libera

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“La volontà è libera significa: era libera quando volle il deserto, è libera potendo scegliere la via con la quale attraversarlo, è libera potendo scegliere il passo che terrà, ma non è libera perché deve necessariamente attraversare il deserto, non è libera perché ogni via, nel suo intricato labirinto, passa per ogni palmo del deserto”

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F. Kafka, Considerazioni sul peccato il dolore la speranza e la vera via, Passigli 2001

Andrej Belyj – Glossolalia II

-Tutte le nebbie che impedivano di vedere si diradavano; i superstiti di Atlantide hanno visto un disco accecante; Atlantide, andata incontro alle onde, splendeva con le cime dei monti: con le terre emerse delle isole; le terre, brillando di sale, crescevano di dall’acqua del diluvio formando golfi e scalgioni; le onde, irrompevano d nei golfi, ribollendo con gli ori dei bagliori; e volando lungo la riva come schiuma fatta di brandelli, volando lungo le sabbie_ lungo i sali – come strisce di vetro, volavano nei laghi( per versare il sale); e sgorgavano al contrario; e il sale sidepositava.
Ecco questo racconto dei suoni:
We-ol:wol-woln;soln-saln-seln;chlin-nz-zk-k:ktz;w-zwt.
Di cosa narra?
“we-ol-
-le nuvole-
-e”weoln” ( le onde del mare)
corrono; il sole splende: sol-so! E assottilgiandosi sullesabbie, vola il flusso d’orao: seln-siln! Ed ecco che è sgogato in un lago: inessosi depositano i slai:”nze-ze!”, in esso crescono le rive “ze-ka-ka” E l’erba( ti-te-ta) inizia a fiorire (“z”) [in russo zacvetaet] com eun fiore [cvet],
sotto la “v”, all’aria aperta:e “z-v-t” osciellano.
Ecco quali scene sono inscritte per noi nei suoni:bisogna saperli leggere; tutti i suoni sono racconti, testamenti, eredità, miti.

Andrej Belyj – Glossolalia, Poema del suono, Medusa ed. 2006 pag.68

***

Andrej Belyj (Boris Nikolaevich Bugaev, 1880-1934) figlio di un grande matematico è uno dei più importanti esponenti del simbolismo russo. Studioso di Kant e Schopenauer tra le sue opere Pietroburgo (1916) Cristo è risorto (1918) e il carteggio con Pavel Florenskij L’arte il simbolo e Dio: Lettere sullo spirito russo

Scritto nel 1917 al ritorno da Dornach (Svizzera) dove il il poeta si trovava in qualità di adepto dell’antroposofo Rudolf Steiner, Glossolalia Poema del suono venne pubblicato soltanto nel 1922 a Berlino dove l’autore aveva vissuto per due anni dopo la rivoluzione e la guerra civile russa. L’argomento del poema nasce dall’innesto del saggio di Scienza occulta (1910) di Rudolf Steiner dove illustra su imitazione della cosmogonia descritta da Steiner i quattro giorni della creazione dei suoni;  attraverso una forma poetica di argomentazione Bleyj mostra le affinità etimologica di alcune delle parole basilari per l’uomo nelle lingue appartenenti al ramo indoeuropeo.

A. Belyj – Glossolalia – Poema del suono

Misteri profondi giacciono nella lingua: nel tuono dei suoni ci sono  i significati di un’enorme parola; ma i tuoni dei suoni e i lampi istantanei dei significati sono celati da una nuvola metaforica, che da se stessa versa nelle onde del tempo le linee dei concetti non espressi: E come per noi l’acquazzone, i tuoni e le nuvole non hanno nessuna analogia, così non la hanno neanche i significati dei suoni e le immagini della parola; si differenzia da loro l’arido, piatto significato concettuale. Cos’è la terra? E’ lava; una fiamma ha forgiato solo la crosta dei cristalli (delle pietre); e i mormorii della lava battono nei crateri dei vulcani; e lo strato superiore- della terra- è molto sottile; è ricoperto d’erba. Così è anche la parola, che è tempesta dei ritmi fusi del significato sonante; questi ritmi sono forgiati dalla massa delle radici silicee; il significato focoso è nascosto; lo strato superiore è la parola-immagine ( la metafora);il suo suono, come ci dice la storia della lingua, è solo la combinazione di suoni disgiunti e corrosi; e l’immagine è il processo di distribuzione del suono; e i significati di una parola abituale –erba! – iniziano a crescere da esso. In tal modo: la caduta della purezza fonetica è lo sviluppo dello sfarzo dialettico; e la caduta dello sfarzo è il termine, è l’autunno del pensiero. La fiamma impetuosa, il granito, l’argilla e le erbe non hanno nessuna analogia; nessuna analogia; per noi non hanno nessuna analogia i significati: dei concetti, delle metafore, delle radici e dei movimenti del flusso dell’aria, che costruisce i suoni del Cosmo gigantesco (nella cavità della bocca). A.Belyj, Glossolalia- Poema del suono, Medusa  ed. 2006

Joyce Mansour – L’inginocchiatoio

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Un piccione seduto su un seno in mogano
Meditava
Il becco cancellato da un vento malefico
Le ali appese attorno al collo
Meditava
Il seno si svegliò e mangiò l’uccello pensoso
Malgrado la potenza dello sguardo del piccione
Sebbene il seno non avesse molta fame
Malgrado la meditazione
Del piccione

traduzione di rita r. florit

*
LE PRIE-DIEU

Un pigeon assis sur un sein en acajou
Méditait
Son bec effacé par un vent maléfique
Ses ailes pendues autour de son cou
Il méditait
Le sein se réveilla et mangea l’oiseau pensif
Malgré la puissance du regard du pigeon
Bien que le sein n’ eût pas très faim
Malgré la méditation
Du pigeon
Joyce Mansour, Rapaces, Seghers,1960

Jack Spicer – BILLY THE KID

 

 

paul vangelisti e marco giovenale2

Paul Vangelisti e Marco Giovenale
ph. A. Melpignano

 

IX.
E’ così che il cuore si frammenta
in piccole ombre
così casuali da essere
senza significato
come un diamante
ha per centro un diamante
o una pietra
ha pietra.
Impaurito
Amore fa una domanda scoperta –
cos’è che mi ha portato qui
io non posso ricordarlo
più di quanto nel braccio osso a osso
risponda, o un’ombra veda un’ombra –
verso la morte filiamo dritti in barca
come chi va in canoa
in un lago piccolo
dove a ciascuna riva
non c’è altro che rami di pino –
verso la morte filiamo dritti in barca
cuore a pezzi o corpo a pezzi
la scelta è reale. Il diamante. Io
questo chiedo.

 

Traduzione di Marco Giovenale

IX.

So the heart breaks
Into small shadows
Almost so random
They are meaningless
Like a diamond
Has at the center of it a diamond
Or a rock
Rock.
Being afraid
Love asks its bare question-
I can no more remember
What brought me here
Than bone answers bone in the arm
Or shadow sees shadow-
Deathward we ride in the boat
Like someone canoeing
In a small lake
Where at either end
There are nothing but pine-branches-
Deathward we ride in the boat
Broken-hearted or broken-bodied
The choice is real. The diamond. I
Ask it.

Jack Spicer, BILLY THE KID, La camera verde, Roma 2014, a cura di Paul Vangelisti

 

 

Liliane Giraudon -La sphinge mange cru

La Bestia è allontanata, contenuta, controllata. Il Mito declinato in sfinge mantica, cruda crudele, che  guarda  in alternanza e al contempo, le due facce della medaglia, le verità nascoste. La coabitazione coi fantasmi  propri  o altrui chiede linfa vitale, risucchiati nel vortex presente, nel dominio dell’immagine dove  gli dei non sono più. ( Rita R. Florit)

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C’è del crudo e c’è del cotto. C’è del maschile e c’è del femminile. Non si traduce stupidity con bêtise. Sarebbe cretino. Le favole hanno da tempo lasciato la scena. Lo stupore urta e intorpidisce. Colpisce.
La Bestia si separa dall’uomo. La si caccia. La si riduce.
La Bestiata si coniuga. Ben condotta può aprire le porte del Bestiario.
Stasera c’è sole.
Avendo preso a rileggere Sofocle, scopro che ai suoi tempi, i gradini erano di legno. Questo luogo d’assenza a sé carreggia maschere e da il suo posto ai Mostri.
L’incarnazione degli dei e degli eroi passa dai video.
Le cose si bastano […]

 

 

Le notti d’estate lei ama ascoltare le rane.
Il loro canto.
Lei ignora il legame tra ranocchia e ranuncolo
Che l’emozione data proviene dalla bellezza.
Che tra metafora e presagio c’è una reale continuità.
Che organizzare il pessimismo è un atto rivoluzionario.

 

 

E’ poi che lei s’inventa un passato da geomante.
Praticando la divinazione dall’esame delle figure che formano
la terra i sassi e la polvere gettati a caso sul suolo.
Uomo-donna dal viso truccato e vestita all’asiatica.
Non si tratta di Storia ma d’una semplice drammatizzazione
del presente.
Poiché l’uccello mangia carne d’uccello vivere alla giornata
come si può è la scelta di Giocasta …

 

 

Lei ancora e i gatti graffianti ( la zampa dritta  lo sguardo
velenoso).
A strapiombo su un lago.
Battere le mani non li scaccia.
Ritornano a intervalli regolari poi svaniscono.
Cronologia dell’esistenza o alterità verticale.
Nei libri che lei traduce la tragedia è al contempo un ordine
e un disordine.

 

Nel suo rapporto coi fantasmi impara ben  presto quanto
essi esigano. Molto più che se non esistessero.
Lei deve interpretare tutte le versioni che propongono.
Il modo che hanno di tracciare un cerchio all’indietro.
Passato del passato tutto deve essere risalito.
Vi  assicuro questo non è blasfemo.
L’intero destino della città è in gioco.

 

Nel giardino e con ogni tempo avvertire la presenza dei
gladioli.
Più precisamente quelli che appaiono come
piccoli gladii eretti.
A un livello inferiore prima messa in guardia contro l’amnesia: un angelo
che brucia in una fiamma.
Nell’acqua della vasca l’aedo osserva con stupore due carpe
farcite di tuorli.
La morte dei due fratelli salverà la città sopra i resti del lignaggio?

 

traduzione di  rita r. florit

 

 

LA SPHINGE MANGE CRU

Il y a du cru, il y a du cuit. Il y a du masculin, il y a du féminin. On ne traduit pas stupidity par bêtise. Ce serait crétin. Les  fées  ont depuis longtemps quitté la pièce. La stupeur heurte et engourdit. Elle frappe.
La Bestia se sépare de l’homme. On la chasse. On la réduit.
La Bêtasserie se conjugue. Reconduite, elle peut ouvrir les portes du Bestiaire.
Ce soir il fait soleil.
Ayant entreprise de relire Sophocle, je découvre qu’à son époque, les gradins ètaient en bois. Ce lieu d’absence à soi charrie des masques et donne sa place aux Monstres. L’incarnations des dieux et des hèros se passe d’écrans video. Les choses se suffisent [..]

 

Les nuits d’été elle aime écouter les grenouilles.
Leur chant.
Elle ignore le lien entre grenouille et renoncule.
Que l’émotion donnée provient de la beauté.
Qu’entre métaphore et présage il y a une réelle continuité.
Qu’organizer le pessimisme est un acte révolutionnaire.

 

C’est plus tard qu’elle s’invente un passé de géomantienne.
Pratiquant la divination par l’examen des figures que forment la terre les cailloux et la poussiére jetés au hasard  sur le sol.
Homme-femme au visage fardé et vêtue d’une robe asiatique.
Il ne s’agit pas d’Histoire mais d’une simple dramatisation du
présent.
Puisque l’oiseau mange de la chair d’oiseau vivre au hasard
comme on le peut c’est le choix de Jocaste

 

Elle encore et les chats griffonnant ( la patte bandée le regard
venimeux).
Ils surplombent un lac.
Frapper dans les mains ne les chasse pas.
Ils reviennent à intervalles réguliers puis s’effacent.
Chronologie de l’existence ou altérité verticale.
Dans les livres qu’elle traduit la tragédie est à la fois un ordre
et un désordre.

 

Dans son rapport aux fantômes très vite elle apprend combien
il exigent. Bien plus qu’ils n’existent.
Elle doit interpréter toutes les versions qu’ils proposent.
Cette manière qu’ils ont de tracer un arc de cercle en arrière.
Passé du passé tout doit être remonté.
Je vous assure ceci n’est pas du blasphème.
C’est le destin tout entier de la cité qui est en jeu.

 

Dans les jardins et par tous les temps repérer la présence des
glaïeuls.
Plus précisément ceux qui apparaissent comme de petits
glaives dressés.
En contrebas première mise en garde contre l’amnésie : un ange
brûlant dans une flamme.
Dans l’eau du bassin l’aède observe avec stupeur deux carpes
farcies aux jaunes d’œufs.
La mort des deux frères sauvera-t-elle la cité sur les ruines du lignage?

Liliane Giraudon, La sphinge mange cru, Al Dante 2014

 

 

 

***
https://sottopelle.wordpress.com/2012/07/11/liliane-giraudon-la-poetesse-homobiographie/

 

 

Jacqueline Risset (1936-2014)

Jacqueline-Risset-photoAtruroPattenOpale

 

 

Je te quitte cher   poème

Porte-toi bien

 

je vais ailleurs

voir si j’y suis

 

et toi

 

tu n’as

 

qu’’à me suivre

 

 

*

 

 

Ti lascio cara   poesia

stai bene

 

io vado altrove

a vedere se ci sono

 

e tu

 

non hai

 

che da seguirmi

 

 

[Jacqueline Risset, “Promenade M.”, in “Il tempo dell’istante. Poesie scelte 1985-2010”, Einaudi 2011]

 

Joyce Mansour – Inventario non esaustivo dell’indecente o il naso della medusa

 

 

Joyce5

Ciò che è indecente  fa arrossire
Il  sangue alla testa
Il contraccolpo
La fuga in avanti
Censura
Indecente la bara coperta da una bandiera
Indecenti i discorsi le medaglie i morti sul campo di battaglia
Oscena la guerra
Indecente la solitudine del vecchio
Oscena la miseria
Indecente il paravento che nasconde l’agonizzante
Agli occhi dei moribondi
Indecenti gli indifferenti i servili gli staliniani
Indecenti gli attratti dall’Ordine 

I portatori di manganello e di aspersorio
Indecente il passo cadenzato
La pena capitale la detenzione preventiva
Indecenti le prigioni
Oscena la tortura
Indecente la forza armata
che sfila sulle strade della città in festa
Indecente l’acne rossa all’occhiello
Tutto è legione salvo l’onore
Indecente l’Accademia?
Tropp’ onore(i)!
Indecenti  quelli che fanno parlare i morti
La bocca  fresca come una rosa
Indecenti i sondaggi sulla popolazione passiva

 
Indecente il bavaglio
Osceno l’imbavagliato
Indecente il razzismo
Oscena la morte

 

traduzione di rita r. florit

 

 

***

Inventaire non exhaustif de l’indécent ou le nez de la méduse

 

Ce qui est indécent fait rougir
Le sang à la tête
Le choc en retour
La fuite en avant
Censure
Indécent le cercueil couvert d’un drapeau
Indécents les discours les médailles les morts au champ d’honneur
Obscène la guerre
Indécente la solitude du vieillard
Obscène la misère
Indécent le paravent qui dérobe l’agonisant
Aux yeux des moribonds
Indécents les indifférents les béni-oui-oui les staliniens
Indécents les fascinés de l’Ordre
Les porteurs de matraque et de goupillon
Indécent le pas cadencé
La peine capitale la prison préventive
Indécents les asiles
Obscène la torture
Indécente la force armée
Qui se déploie sur les pavés de la ville en fête
Indécente l’acné rouge de la boutonnière
Tout est légion sauf l’honneur
Indécente l’Académie ?
Trop d’honneur(s) !
Indécents ceux qui font parler les morts
La bouche enfarinée
Indécents les sondages de reins de la population passive
Indécent le bâillon
Obscène le bâillonné
Indécent le racisme
Obscène la mort

Joyce Mansour, Faire signe au machiniste (1977)

 

 

 

 

 

 

Stabat nuda aestas

 

ESTATE

 

Stabat nuda aestas E’ questa la stagione che abbraccia e che trafigge, incendia a folate e scava un’alterna aia monotona, una eternità nascosta alle sue avverse sontuose absidi,sparizioni in caduta di memoriali roghi,crepe al suo corroso declivio di frontiere celesti, a nostalgie di cateratte insonni arroventate lungo il sogno ormai svuotato, e scarne funi di approdi invisibili. Sui roveti, su lacere balaustre,come porte e rughe raggianti, in fughe stizzose, e non altrove,esplode l’eclisse a perdere. E non può essere in altro luogo, in tempo altro, che qui, ora,dove tu afferri l’avvento abbacinato, e miri a vanvera e rudimento la saetta che (s) crépola forze prodigiose, e rilassi di trincee,di allarmi di sensi, di cacce seminali, inconsulte,di purissime salamandre dormienti nel fuoco: non altrove che qui la inquieta stagione esulta, morde e abbatte. Un amore rovesciato chiude ormai in un unico e avverso torpore, crèpola , o particola di cecità univers, il giorno lungo e nuovo, voli raggianti e gorghi a galla nell’esteso dei dirupi e delle minime travéggole:anche il vento è in crisi, in rivolta, brucia un cuore magro, vago, brado, nelle frange della cute.

 

Emilio Villa da “ Vanità Verbali” il Verri 7-8, 1998
ora in
A.VV., Parabol(ich)e dell’ultimo giorno. Per Emilio Villa. Dotcom Press, 2013

 

 

 

P.J.Jouve Fin du monde

Le poète a toujours
au cœur d’immenses murs
couverts de signes
quand les villes partout
voient crouler leur amour
sous toi dispensateur

de déserts. Il verra
s’effacer tous les signes
Tu ne veux à ces murs
que la légère odeur
du vide et la douleur
qui sépare à jamais
être néant et signe.

 

*

 

Dentro sé il poeta ha sempre
muri immensi
coperti di segni
mentre le città dovunque
vedono crollare il loro amore
sotto il tuo potere dispensatore

di deserti. Vedrà
cancellarsi ogni segno
Tu non vuoi di questi muri
che il leggero odore
del vuoto e il dolore
che separa per sempre
essere nulla e segno.

(tr. di Alfredo Riponi e Rita R. Florit)

 

*

 

Queste mura interiori del poeta, coperte di segni che poi si cancellano, perché “Tu” (Dio?) vuole solo conservare di queste mura l’odore del vuoto, “l’odore dell’argine negli occhi”…, c’è questo iato tra essere, nulla e segno, odore del vuoto, dolore della separazione tra segno e senso. Ci sono i riferimenti biblici al crollo delle mura di Gerico e Gerusalemme, questa visione apocalittica da “fine del mondo”. Il crollo delle mura delle città è quello del culto che viene loro reso. Della “Nuova Gerusalemme” descritta nell’Apocalisse è detto che “le sue porte non verranno mai chiuse; resteranno aperte tutto il giorno, e non ci sarà mai notte”. Il poeta si rivolge a Dio e il suo è un dio biblico, più ebraico che cristiano, un dispensatore di deserti che ricorda l’Adonai, signore degli eserciti, un dio guerriero che schiaccia i suoi nemici e distrugge le città, metafora anche della Guerra che è stata un fantasma potente per Jouve, questa poesia è del ’47, gli echi della guerra non sono del tutto spenti ….

(a.r – r.r.f.)

 

 

L’AZUR L’AZUR L’AZUR

Une une vraie terreur régnait dans le ciel bleu, mesure exacte du crime des hommes. Une accablante prison de ciel bleu était posée sur nous, noircissant les rues, meurtrissant les rivières, rongeant le végétal, desséchant les sucs de toute la terre, sans répit, sans espérance ou même grâce. On comprenait enfin que le ciel était ennemi de Dieu. La ceinture brûlante de la planète remontait jusqu’à son visage, tuant l’esprit de vérité, de fine variété et d’habitation sensible : Sur le haut espace – et voici le nouveau choléra, le Progrès – étaient tracées les chandelles des avions destructeurs.

 Pierre Jean Jouve, Proses,Gallimard 1995

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L’AZZURRO L’AZZURRO L’AZZURRO

Un vero terrore regnava nel cielo blu, misura esatta del crimine degli uomini. Un’opprimente prigione di cielo blu pesava su di noi, oscurando le strade,
schiacciando i fiumi, corrodendo il verde, disseccando i succhi di tutta la terra, senza tregua, senza speranza o grazia. Alla fine si comprendeva che il cielo era
nemico di Dio. La cintura ardente del pianeta risaliva fino al suo volto, uccidendo lo spirito di verità, di fine diversità e di dimora sensibile. Sull’alto spazio – ecco
il nuovo colera, il Progresso – erano tracciate le scie degli aerei distruttori.

trad.  Rita R. Florit

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:

Thomas Bernhard – AVE VIRGILIO Carme

V

OKTOBER

Auf den Schutthaufen bedeutet nichts
das Klagen der Mutter,
nichts die Fürbitte des versoffenen Vaters,
nichts der Totenbericht des Leutnants,
das Aufbegehren der Kardinäle nichts,
nichts der Vorwurf der Zukunft,
das Weinen ganzer Völker nichts, nichts die getötete Luft,
das Ende der Ozeane…

Die vergrabenen Kiefer grab ich aus,
die Erniedrigungen,
meine Hinfälligkeit führe ich

 vor meinen verkommenen Mund,
vor meinen ausgedörrten Schädel
in meine Vormittagserbärmlichkeit…

In der Nacht
verrechnest du die Feuersbrünste der Welt
mit meinem brüderlichen Schwachsinn… 

CHORAL:

Was will der Tag von mir
und stellt mir Fragen, hunderttausend Fragen
und legt mir Namen vor
und rührt in meinem Stumpfsinn um mit
seinem Weinen…

Was will der Tag von mir
und nagelt mich auf dicke Bäume,
wischt sein Blut mir in die Augenwinkel,
daß ich vor Blut kein Land mehr sehe, nichts…


Was will der Tag von mir,
schlägt Pflöcke in mein Fleisch und laßt mich
singen…

Lied des Metzgerssohnes:

Du schneidest gewandt den weißen
Leib auseinander,
du mißbrauchst die Werkzeuge
meines Weinens,
mit beiden Messern stichst du
in den Oktoberschädel…
mein Tod, mein ausgeschickter Vogel,
der mich überzeugt…
Ich bin, Vater,
Verkünder der Mißgestalteten,
oben
und unten,
gewalttätig scharen sich
die Lämmer in meinem Kopf
zusammen,
ich, der Metzgerssohn,
sitze mit meinem PASCAL im Schlachthaus…
auf dem Türpfosten hängt mein Gehirn;
solange ich mich erinnern kann
verfault es…


Wenn mein Morgen sich mit dem Morgen der Welt
vermischt
wenn das Meer herausschaut aus den Wäldern
und die Häuser die Farbe des Mittags annehmen,
das Pestgesicht des geistlosen Sommers,
wenn Neunzigtausend aufwachen und Hunderttausend,
stelle ich an die Neunzigtausend
die hunderttausendfache Frage nach den Lügen
der Welt.

Ausgedörrt

Rom verpfuschte
mein Staunen
mit der Übelkeit
seines Alters,

Catania, Hündin
am Fuße des Ätna,
Syrakus, Denkmal
der Langeweile…

In Sapri durchschlief ich
das niederträchtige Meer
auf einem Totengerüst…
Pinien bissen zu…

der verfaulte Strand
an der Westküste
trieb mein Weinen
aus den Poren der Badenden,

ich erschuf Wellen
über sie,
ich mordete sie,
Vipern aus dem Norden,

ihr Auftreten
auf dem Sand
machte die Tragödie
lächerlich…

Reggio Calabria,
dumpfe Schläge,
Uhrwerk… tödliches

Messerschleifen der Züge..
die Dame aus England
verfolgte mich
bis zu den Kakteen…
mein Herz zerriß das ihre…

Taormina, tropischer Februar.
Von Calabrien
kündige ich
tödliche Briefe an.

 

V

OTTOBRE

Sui mucchi di macerie non significa nulla
il pianto della madre,
nulla l’intercessione del padre beone,
nulla il referto di morte del sottotenente,
la ribellione dei cardinali un bel nulla,
nulla la rampogna del futuro,
il pianto d’interi popoli nulla,
nulla l’aria distrutta,
la fine degli oceani…

Le mandibole sepolte dissotterro,
le umiliazioni,
la mia fragilità la conduco

davanti alla mia bocca disfatta,
davanti al mio cranio prosciugato
nel mio stato pietoso la mattina…

Nella notte
metti gli incendi del mondo
in conto alla mia fraterna demenza…

 

CORALE:

Cosa vuole da me il giorno
e mi fa domande, centomila domande
e nomi mi propone
e mesta nella mia confusione col suo pianto…

Cosa vuole da me il giorno
e m’inchioda a grossi alberi,
mi spalma il suo sangue negli angoli degli occhi,
che per il sangue non vedo più il paesaggio, nulla…

Cosa vuole il giorno da me,
mi caccia cunei nella carne e mi fa cantare…

 

Canto del figlio del macellaio:

Tu smembri abilmente il bianco
corpo,
tu fai uso improprio degli strumenti
del mio pianto,
affondi entrambi i coltelli
nel cranio ottobrino…
la mia morte, il mio uccello mandato in esplorazione,
che mi persuade…
Io sono, padre,
profeta dei deformi,
sopra
e sotto,
prepotenti si schierano
gli agnelli
nella mia testa,
io, figlio del macellaio,
sono col mio PASCAL al macello…
allo stipite della porta è appeso il mio cervello;
dacché mi ricordo,
sta marcendo…

Quando il mio mattino si confonde col mattino del
mondo,
quando il mare si affaccia dai boschi
e le case prendono il colore del mezzodì,
il volto appestato dell’ottusa estate,
quando novantamila si destano e centomila,
pongo ai novantamila
la centomillesima domanda sulle menzogne
del mondo.

 

Prosciugato

Roma guastò
il mio stupore
con la nausea
della sua vecchiezza,

Catania, cagna.
al piede dell’Etna,
Siracusa, monumento
della noia..

A Sapri passai
tutto l’abietto mare dormendo
su un catafalco…
i pini morsicavano…

la spiaggia imputridita
sulla costa ovest
spremette il mio pianto
dai pori dei bagnanti,

io generai onde
sopra di loro,
li assassinai,
vipere venute dal nord,

la loro comparsa
ulla sabbia
rendeva la tragedia
ridicola,..

Reggio Calabria,
colpi sordi,
orologio… mortale
sferragliare dei treni…

 la signora inglese
mi venne dietro
fino ai cactus…
il mio cuore sbranò il suo…

 Taormina, febbraio tropicale.
Dalla Calabria
Annuncio
lettere mortali.

 

traduzione  Anna Maria Carpi

Rimi

 

XVIII.

avvolto il corpo amato nello sguardo s’accorse non l’avrebbe contenuto. se non allontanandosi quel tanto che vale un colpo d’occhio non l’amore. possibile dovesse come sempre godere solo di un particolare. di  sé di certo e del suo stesso sesso da sbirciare confuso con quell’altro. a questo con il tempo e con la pratica aveva bene o male fatto il callo. ma non riuscì a scorgere che un lembo di quanto congiungeva era una beffa. cui non riusciva proprio a rassegnarsi se mai coi buoni offici delle palpebre. abbassate quel giusto da disperdere il prossimo nell’ombra che gli spetta. certo l’amore è cieco ma non sordo e quei sospiri li riconosceva. fossero estorti oppure di maniera solo a volerlo vi agganciava un nome. l’olfatto poi non sbaglia mica un colpo se quanto ci individua infine è chimica. eppure che dovesse rinunciare al senso dell’insieme l’intontiva. e non per dire s’era poi da stupidi avvilupparsi in verità alla cieca. significava perdere il contatto con quanto succedeva o l’affezione. rinunciare all’amore per compirlo o all’atto stesso pur di preservarlo. su questo non poteva avere dubbi viste le volte risolte in un fiasco. bastava intenerirsi un po’ a sproposito e si precipitava nel disastro. abbiamo solo un fuoco d’attenzione e alle brutte non resta che la scelta. si prova amore in propria compagnia con l’agio e il tempo di pensarci sopra. ma ciò che mette in moto verso l’altro vuole la quiete non l’identità. da conquistare sia pure con fatica e quel dilazionare che dà gusto. finché non s’impossessa del congegno una ben nota furia solitaria. si giunge presto al punto che si perde la cognizione di chi abbiamo accanto. non che temesse chissà cosa o chi se non si dànno cambi in corso d’opera. era piuttosto al proprio divagare che imputava l’attesa metamorfosi. aveva voglia al dunque d’impetrarsi di restare sul posto e con quel corpo. se rimaneva lì sbiadiva l’altro che trattenuto l’instradava altrove. nemmeno col riflesso di uno specchio riusciva a ritardare quello stacco.si resta innanzi tutto sullo scorcio e guai ad incontrare il proprio sguardo. tirato il viso pure in tante smorfie si scopre così assente che raggela. scorgere poi la propria iperidrosi piuttosto che patirla un po’ imbarazza. e poi sia pure avvezzi alla vergogna restar in scena ostacola la macchina. al punto che volendo proseguire meglio guardare altrove o non riprendere. altro che un periferico dettaglio come una spalla o un ciuffo di capelli. da cui sarebbe poi scomparso l’altro nel giusto anonimato del piacere. c’era da rassegnarsi insomma al fatto che sul più bello si sottrae l’oggetto. il tempo di godere senza chiedersi a chi si deve tale godimento. su questo manco a dirlo non voleva passarci sopra come fanno in tanti. bell’idiozia di rete eppure càpita addirittura a chi parrebbe esente. da quel rimuginio che ci contiene la pelle stessa con la sua pellicola. averla indosso è un bene e ci risalta nel mondo dei tropismi eppure soffoca. e finiva così col non decidersi in quale delle trappole cadere. nel freddo dell’amore che preserva l’identità dell’altro e che ci agghiaccia. o nel calore invece che riscioglie il faticato nome della specie. e quando poi tocco si rialzasse su da quel letto mica più sapeva. se avesse dato séguito a un volere proprio o subito oppure a una funzione. precisamente d’organo sebbene quale poi fosse non pareva chiaro. non era certo il sesso né il cervello il cuore poi sta bene dove sta. magari la laringe sussurrò che ha fatto tanto per scolpire il fiato. l’aria è per questo che ci tiene in vita perché di noi si parli ancora il vento.

 

Gabriele Frasca , Rimi, Einaudi 2013

 

 

:

Ghérasim Luca – La Fine del mondo – Carte nel vento, dicembre 2013

la fine del mondo

Sul sito http://www.anteremedizioni.it/

il nuovo numero di “Carte nel vento”, la rivista on-line del Premio Lorenzo Montano.
http://www.anteremedizioni.it/montano_newsletter_anno10_numero21

Ghérasim Luca – La Fine del mondo – Carte nel Vento-Anterem, dicembre 2013

con una nota di Alfredo Riponi e Rita R. Florit


.

Francis Ponge – Nioque de l’avant-printemps ovvero Cognizione del periodo che annuncia la primavera

IV

PROEMIO CAPITALE
Les Fleurys, 10 aprile 1950.

Da una parte ci siete voi uomini, con le vostre civiltà, i vostri giornali, i vostri artisti, i vostri poeti, le vostre passioni , i vostri sentimenti, insomma con tutto il mondo degli uomini, sempre più rivoltante, sempre più invivibile (ingiudicabile).

 E dall’altra, noi, il resto: quelli che sono muti, la natura muta, le campagne, i mari e tutti gli oggetti e gli animali e i vegetali. Parecchie cose, a quanto pare. Insomma, tutto il resto.

 

*

 

È questa seconda parte completamente al di fuori degli uomini, quella che sta alla mia ragion d’essere di rappresentare, quella a cui io do voce.

Quella che vorrei (che si facesse sentire attraverso la mia voce), far parlare forte tanto quanto gli uomini.

Le basta dire una parola per dominare senza fatica tutto il resto.

Si capisce che non mi devo preoccupare molto del mio posto in mezzo ai poeti, in mezzo agli uomini: non si tratta di questo.

È l’armadio che alla fine vuole parlare: tutto qua.

E voi…

Voi siete qui, tutti intorno a me – oggi voi alberi, ciottoli di questo frutteto, nuvole del cielo, meravigliosa natura morta, armonia senza obiezioni possibili.

Voi siete qui.

Siete proprio qui!

Indiscutibilmente. In piedi o sdraiati, morti o vivi, forti, presenti.

È agli uomini che stiamo per parlare.

Prenderemo in prestito le loro voci, le loro parole. Parliamo! Parlate! Io sono il vostro interprete. Dite quello che avete da dire. Dite semplicemente chi siete.

Forza, raccontatelo a me.

Siete soltanto voi che mi interessate.

A voi consacro per intero la mia vita, le mie parole.

È da tanto che si sono esercitate a farlo, fin da quando ero giovane.

 

 

traduzione di Michele Zaffarano

Angèle Paoli – Il Leone degli Abruzzi

http://terresdefemmes.blogs.com/mon_weblog/le-lion-des-abruzzes-chez-cousu-main.html


 

Il  Leone degli Abruzzi

 

I

Lei
aveva dimenticato tutto
di quel giorno
tutto o quasi
Ed era febbraio
il tempo delle febbri
fredde
delle luci
filanti
che filtrano tra le dita nude
dei platani
era il tempo del Tevere
dello scorrere d’acque
brumose
sugli argini
era il tempo
dei giorni brevi
in cui percorrere le vie
della città
urta  ai limiti
della notte
presto scesa
era il tempo
della cantina
di Largo Argentina
a due passi dal Foro
di Cesare assassinato
“tu quoque mi fili”
parole di morte

risuonano in gola
Cesare assassinato vacilla
sotto la lama affilata
che lacera il cuore
E non restano
che gatti erranti
su un campo di rovine
e frammenti smembrati
di colonne distese
che nessuno
interroga più

Era il tempo
delle deambulazioni
nel passato distrutto
della città in inverno.

.

II

.
Una sera
una sera di nera notte
senza luna  la cantina
sembrò tutt’altro
appena socchiusa
la porta
subito richiusa
sulle nozze festose
si riaprì su loro tre
pregandoli di entrare
e d’accomodarsi
Restarono immobili
sulla soglia
indecisi
ma la voce pressante
li invitò
tra gli ospiti
presero posto
al grande tavolo
apparecchiato  a festa

Come ospiti d’onore
occupavano il centro
attorniati da volti
accorti
ridendo e parlando ad alta voce
per celebrare
il fiero festino
di una notte di nozze.

III

C’erano
tonache nere
e cornette bianche
gioia soprattutto
e buonumore
si mangiava e rideva
 si rideva e beveva
e tutto scorreva a fiotti
le risa e i vini
anche la musica
riempì la grande sala
 e ognuno si alzò
per seguire
i musicisti
in sarabanda
pesanti velluti
e scarponi
da campo
cappelli
delle montagne
incise dai venti
mandolini e vielle
trictrac tamburelli
pifferi e flauti.

Cornette e tonache
s’univano
non formando
che un unico uccello
del tempo

 

IV

 
La cornetta era bella 
bella ma nera 
grande uccello bianco 
vibrante 
d’ampie ali 
pronto a involarsi 
una mano sollevò 
alto
il plissé dell’abito 
scoprendo 
una coscia audace 
inguainata di nero 
nella rete a losanghe 
salendo in alto 
fino alla giarrettiera 
dove sanguinava scarlatta 
una rosa splendente 
posta
ai confini eburnei 
della carne

 

Invitata dalla tonaca 
lunga 
lunga e nera 
la cornetta indiavolata 
si alza
inarcandosi snella 
un lembo di abito cadde 
poi un altro ancora 
scoprendo 
una gonna stretta  
sulla coscia inguainata 
di nero 
e la rosa scarlatta 
sempre  ancorata
come un cuore
aperto 
alla rete 
satinata di nero 
e grondante 
petali  di sangue

 

Lei 

 

volteggiava
ritmando il saltarello 
a tre tempi busto offerto 
seni tesi 
sotto la velatura 
fianchi inarcati in attesa 
di un invito segreto 
e l’Eros fluiva
diffondendo onde 
di piacere 
ammalianti onde 
di flussi insospettati 
e i tacchi sbattevano 
decisi e ribelli  
firmavano il rifiuto 
della bella a cedere 
alle leggi selvagge 
del desiderio.

 

 

Lei

 

Abbagliata
seguiva con lo sguardo
l’ uccello della notte
scossa da brividi
assorta
nella precisione
di gesti e posture
un cavaliere si offrì
s’impossessò
del suo sguardo
e poi delle sue spalle
lei
turbata tentò
di sottrarsi ma
portata
verso il centro
dentro al cerchio
lei
arrischiò un passo
poi un altro
presa
nel turbinio nero
del ritmo degli Abruzzi 

 

Il Leone di montagna
guardiano del suo mistero
presidiava
a questa notte esaltante
dove il suo corpo sedotto
si lasciò abbracciare
e guidare e trasportare
nei voli
delle parole
e delle figure. 

 

Lei

era entrata senza effrazione
in una notte
vibrante di verità
s
otto le sue maschere esclusive
una notte
di carnevale romano
c
he la rigetta
nel mattino nascente
ebbra di stanchezza e di risa
ancora titubante dei voli
dell’ultimo saltarello
nelle vie inebetite
di Largo Argentina
biancore smorto
di un’aurora svuotata
della sua sostanza livida.

Poco lontano
tra le colonne spezzate
e i gatti addormentati
planava sul Foro
l’ombra ancora calda
del sangue rappreso
di Cesare
assassinato. 

 

 traduzione di Rita R. Florit

 

 ***

 

Angèle Paoli  è nata a Bastia, ha insegnato letteratura francese e italiano in Piccardia.
Oggi vive nell’ Alta Corsica. Dal 2004 anima la rivista  letteraria on line “Terres des femmes” dove redige una rubrica di critica letteraria.
Nel 2013 ha vinto il  « Premio Aristote » per la critica poetica.

Ha pubblicato:
À l’aplomb du mur blanc (livre d’artiste, éd. Les Aresquiers, 2008),

Lalla ou le chant des sables, récit-poème (éd. Terres de femmes, 2008. Préface de Cécile Oumhani),
Corps y es-tu ? (livre d’artiste, éd. Les Aresquiers, 2009),
Le Lion des Abruzzes (récit-poème, éd. Cousu Main, 2009),
Carnets de marche (éd. du Petit Pois, 2010),
Camaïeux (livre d’artiste, éd. Les Aresquiers, 2010),
Solitude des seuils (livre d’artiste, gravure de Marc Pessin sur un dessin de Patrick Navaï, éd. Le Verbe et L’Empreinte, 2011),
La Figue (livre d’artiste, Dom et Jean Paul Ruiz, 2012. Préface de Denise Le Dantec),
 Solitude des seuils (éd. Colonna, 2012. Liminaire de Jean-Louis Giovannoni).
De l’autre côté, aux éditions du Petit Pois.

Opere in collaborazione

Philippe Jambert (photos) et Angèle Paoli (textes), Aux portes de l’île, éd. Galéa, 2011 ;
Angèle Paoli et Paul-François Paoli, Les Romans de la Corse, éd. du Rocher, 2012 ;
Pas d’ici, pas d’ailleurs (anthologie francophone de voix féminines contemporaines) (poèmes réunis par Sabine Huynh, Andrée Lacelle, Angèle Paoli et Aurélie Tourniaire – en partenariat avec Terres de femmes), éd. Voix d’encre, 2012.
In corso di pubblicazione: Philippe Jambert (photos) et Angèle Paoli (textes), Fontaines de Corse, éd. Galéa.

Angèle Paoli è presente in anthologie e opere colletive nelle riviste Pas Pas, Faire-Part, Poezibao, Europe, Siècle 21, La Revue des Archers, NU(e), Semicerchio, Thauma, Les Carnets d’Eucharis, DiptYque n°1 et n° 2, Le Quai des Lettres, Décharge, Mouvances, PLS (Place de la Sorbonne), Diérèse.

Ponge | Zaffarano | Nioque de l’avant-printemps, ovvero Cognizione del periodo che annuncia la primavera | benwayseries

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http://benwayseries.wordpress.com/2013/11/25/francis-ponge-nioque-de-lavant-printemps-ovvero-cognizione-del-periodo-che-annuncia-la-primavera-nioque-de-lavant-printemps-benway-series-4/

ténar

Esaltare l’abisso
fenditure allineate
città-baratri
orli ripidi alture
disa(r) mare gli scudi
geometrizzare l’osso
ossidiano  ipocondrio
sul versante ipoténar

puntellare vuoti
coste   morsi ferite

acuminare i flussi
impronta metamorfica
asperità floema
vasi comunicanti
dilatarsi in ramo
armare il sangue
ascensionale
nella notte cava

fendere resistenze
calamitare rese

percepire l’animale morente
semovente semiopàle
convessità scalare
gemiti-striature
blindare l’esoscheletro
obliare il centro
focus in fuga

radiale

in spazio terracqueo

Per Emilio Villa

parabol(ich)e dell'ultimo giorno per Emilio Villa

AA.VV. Parabol(ich)e dell’ultimo giorno – per Emilio Villa
antologia di prosa, poesia e saggistica a cura di Enzo Campi

contributi critici, operazioni verbovisive e scritti dedicati di

Daniele Bellomi, Dome Bulfaro, Giovanni Campi, Biagio Cepollaro, Tiziana Cera Rosco, Andrea Cortellessa, Enrico De Lea, Gerardo de Stefano, Marco Ercolani, Flavio Ermini, Ivan Fassio, Rita R. Florit, Giovanna Frene, Gian Paolo Guerini, Gian Ruggero Manzoni, Francesco Marotta, Giorgio Moio, Silvia Molesini, Renata Morresi, Giulia Niccolai, Jacopo Ninni, Michele Ortore, Fabio Pedone, Daniele Poletti, Davide Racca, Daniele Ventre, Lello Voce, Giuseppe Zuccarino, Enzo Campi

Il Volume comprende una selezione di testi di Emilio Villa 


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Emilio Villa – Trous

Trou


Le trou hyèrogliphe
au plan de l’echine
s’adombre et dessine
en trous émotifs,
clou ou épine
dans ton ange Tueur
la mort est fine
chose diamètre
éternité ou ombre
membre-pénis regorgé
elle n’a pas de nombre
quand s’émbranle
erronée et sombre
la multiplicité branle
et partout l’encombre
entr’où sans en être
porrai on se connaître
pour arroser ou déchirer
des apparitions trempées
le niveau dernir qui penétre
aux dernirs degrés
jusq’aux (sept) ans passés
nue et inconnue

langue perdue
restée pendue
relique d’aspic
dans la couple pudique
des parenthèses à paraître.

*

Trou
(sensuel)

En plein baiser!
Qu’il soit le trou
le manque qui joue
car c’est le manque à jouer
l’enjeu manqué.

Le trou le plus riche
mouche épouvante de niche
pour que toute fiche
puisse s’éclairer en messages
pour que rien de conscient
n’y touche saint-gelant
messe mise massacre

pour métrer [mesurer] s’en injectant
la distance tolemaïque
et lugubres de nos trous
ou la volonté de se sauver.

Qui est-ce qui ira
jusq’au de làdu voile
à replier l’étoile
perçant contre ciel?
L’émail de Joiele au silicium
et, par mots éclatés,
de l’hérésie verbum
jouer l’Enjeu des essences
du verbum les mille et une foi
ingiganti et rompu:
et d’où il n’y a pas d’issue
ni en de hors ni en dessus.

*

 

Trou

Trous figés
au fond de la mémoire
au bout du vide
ceux qui cachent
le miracle
évolué
en manque en défaut en perte :
chaque miracle nourrit
un enfant dans  son trou.
Dans la parole naturelle
où se trouvaient jadis
les dieux sauvages
animés  d’un soufflé
sifflant
leur bruit innés
plus vifs que la mort
quand l’Ironie invisible se lève
du Trou tumultueux
de l’Horreur ultime

*

Trou

Pitié pour la chair tenace!
et pitié c’est le trou
où gît la seule empreinte
du corps ôtage!
[carnaison] chair                                                [carnagione spietata
ingeniéuse et farouche, impitoyable              postulante dell’ultima anima
postulante de la derniére âme                        a regime d’estasi e di torpore
à regime d’outrance et d’extase                      puoi fremere in altitudine
en puissance d’engourdissement                   nell’intima agonia
tu peux te briser effiloché en hauteur           corrente tra l’apsu
au bout d’agonie intime                                    e la morte tutta]
courant entre l’Apsu
et la Mort toute
image cité à jouer
sans qu’aucun trait
de ta figure muette trahisse
l’universelle cicatrice
de ton pouvoir frais
trou effronté
architecture d’ombres reliquiales.
(primi anni ottanta)

da  ZODIACO, Ed. Empirìa, 2000

.