Tommaso Ottonieri – Elegia Sanremese

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matto, matto, matto
mi tira, il cuore, a strappo

rotto, guarda, sotto
la pelle, il cuore, un botto

forte, proprio, forte
s’eietta, il cuore , e parte

sbatte, e gira, batte
l’idea, che il derma stacca

che quindi sbanda
se il cuore spacca

che lenta spacca
( il contatto)

si stacca:

***

Bang-bang
sparami se resto il tuo bersaglio

Bang-bang
se ti colpisco, poi, non è per sbaglio

Bang-bang
lago del sangue che mi fa ristagno

Bang-bang
scoppio così su te, senza saper perché,

guarda, sbiancando

***

 

C’è un motivo che mi sbatte nella testa,
e non se ne va

è qualcosa che attacca
tipo la lacca, e rimane là

tutto un senso di noia
dentro la gola – è la felicità,

questa qua? oppure è il malessere
che mi succhia dal plesso,

cioè andando giusto dalla testa, quando
finita è la festa, la festa

che tutti se ne vanno tutto fuma
nella mente, con la rabbia
che stagna sulle cose: e resta

a recidere l’aria

lo strazio funerario
che trivella il mio cranio

in tempesta, scompare
ogni traccia
del senso, la musica
sfuma, se pesta, da ossessa, il pensiero
il pensiero,

è in bonaccia

***

forse un bel giorno basta, andare via
trovarsi in faccia il tutto come un nien_
te; e poi tuffarsi e non riemergere _

o sci-
volare ,via, la mente dalla ria
resistenza del Corpo, che ci tiene
( del tempo, che ci perde)
forse un bel giorno uscirsene dal giorno,

via
dall’arpa canora che sul vento ci sfiora
( sulle ali del vento, spezzate dal vento,
in questo momento) adesso che sento
l’inanità del tempo, che implora
d’abbarbicarsi limaccioso all’ente

– e non
saper tenersi neanche un poco
quando la muffa scappa dalle unghie
che lievita le unghie dalla rumba

mi lievita,dunque, dall’unghie spuntandosi
m’allevia – io sciolgo l’arsura sonora,

per dire
ciao, mentre scivolo
ciao, mentre scivolo,

ciao

 

 

     26 gennaio 1997

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Joyce Mansour – CARRE’BLANC II

 

 

 

L’appel amer d’un sanglot
Venez femmes aux seins fébriles
Écouter en silence le cri de la vipère
Et sonder avec moi le bas brouillard roux
Qui enfle soudain la voix de l’ami
La rivière est fraîche autour de son corps
Sa chemise flotte blanche comme la fin d’un discours
Dans l’air substantiel avare de coquillages
Inclinez-vous filles intempestives
Abandonnez vos pensées à capuchon
Vos sottes mouillures vos bottines rapides
Un remous s’est produit dans la végétation
Et l’homme s’est noyé dans la liqueur

 

Il richiamo amaro di un singhiozzo
Venite donne dai seni febbrili
Ad ascoltare in silenzio il grido della vipera
E a sondare con me la bassa nebbia rossa
Che gonfia  all’improvviso la voce dell’amico
Il fiume è fresco attorno al suo corpo
La sua camicia galleggia  bianca come la fine di un discorso
Nell’aria sostanziale avara di conchiglie
Chinatevi  femmine  intempestive
Lasciate i vostri pensieri col cappuccio
I vostri sciocchi  umidori  i vostri rapidi stivaletti
Un turbine s’è creato nella vegetazione
E l’uomo s’è annegato nel liquore

 

da Carré Blanc, Le Soleil Noir, Paris 1966

traduzione di Rita R. Florit

 

 

Joyce Mansour – CARRE’ BLANC

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R.Doisnos – Gargoiles of Notre-Dame

 

 

QUELS  SONT CES COUTEAUX QUI  BRILLENT  AU-DESSUS DE LA SEINE

 

Le soleil mordu
Par un bel animal
N’est plus qu’agonie
Et fuite devant
La faim
Faim aussi que ce ventre bombé
Sous le manteau noir de la bête
Sommeil
Aucune science ne m’apporte
Une fin aisée sur ta couche mobile
Ma rageuse passion écorche le gazon
La sourire de ta mère illumine mon visage
Voilà la pierre qui écorchera ton orgueil
Quant à moi sans chaleur à qui ferai-je ma cour

 

 

QUALI SONO I COLTELLI CHE BRILLANO AL DI SOPRA DELLA SENNA

Il sole morso
Da un bell’animale
Non è che agonia
E fuga davanti
Alla fame
Fame come questo ventre tondo
Sotto il manto nero della bestia
Sonno
Nessuna conoscenza mi porta
Un’agevole fine sul tuo letto instabile
Mia rabbiosa passione scortica il prato
Il sorriso di tua madre illumina il mio volto
Ecco la pietra che ferirà  il tuo orgoglio
Quanto a me senza calore a chi farò la corte

 

 

da Carré Blanc, Le Soleil Noir, Paris 1966

traduzione di Rita R. Florit

 

 

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shelter

 

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1.

 

Troppe cose sono in casa, avverte, la più ferita è nominarle, dolore delle cose non è male; lei –stessa– nel suo abito larva avorio, largo, rivolge, riavvolge fra le mani oggetti che la balaustra copre e da qui non si vedono ma sicuramente ci saranno. (shelter, chiedeva, allora) r i p a r o in vaghezza d’essere; lenire vuoti, nel plesso non respira nerezza tagliata d’ombra; cellule orfiche sono sopite nei cervelli dell’Occidente sotto duemila metri cubi di terra di più sono sulle lamine d’argento le teste femminili radianti, incise – e nelle lamine d’oro le frasi: che cosa tu veramente chieda alla Tenebra.

 

2.

 

Non si libera dagli aghi se ne veste. Vive nell’ultima stanza, chiama la concavità a riparo – E’ cauta, è calma nella compiuta notte-prato: un buio rimasto al buio – ala di cura oscura [l’Oscurità ciecamente squarciandosi] considera il reale come irrelato, zone dense e non dense di vele ciascuna guscio, sente i fili dell’aria, sente che la risolvono intera. Rischiare anatomie crudeli, la carne più individuale, rileva i suoi morsi segreti [carne si spiana a campo] la luce di lutto del lenzuolo caldo intorno ad ogni letto levita già la zolla …

 

*

 

(tutto quello che dà ospitalità allo sguardo e lo minaccia marca aree definite, e tuttavia dà – così – parola a quello che perde definizione e confini, a quello che si sbriciola in raschiamento, appunto in pieghe e piaghe – dalle pieghe tu, sole, cavi mondi ogni notte sussurrandoli nello spazio –)

 

 

3.

 

Non guardarmi guarire o: smettila di guardarmi guarire [guarda: la voragine si avvicina] resto nella voragine di pena, di sollievo in sollievo tutte le carte sparse; le cose si spengono in sequenza sulla strada, c’è la negazione che si allarga, il divenire sia il tuo dolore! Non ha – non ha la matematica, le connessioni, causali, assiali… viene dai puri pura. Il tuo malessere mi penetra dentro le fibre strette del mio corpo universale gli animali di lamento breve e più breve notte, che si alternano nei tessuti sanno che non hanno costruito, o che non è per loro. E così usano quello che c’è… ( le pieghe dei riporti di terra, le marcite cuoriformi la crittografia della mattina verde che non ha pietà se è sotto l’acqua nera e perde siero e sangue quello che ancora è per metà dentro la nascita).

 

Rita R. Florit

 

 

In grassetto : “Shelter” e commento a Shelter di Marco Giovenale

Nyctalopia

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photo by melange

Notte degli orli – camminamenti taciti, balze verdi nel fossato adrianeo dove il serpente agosto striscia al piede dei pini. Luci ex-temporanee coercizzano visioni contemporanee. Le età dell’oro falso dileguano su fili di rasoi.

Rita R. Florit da Nyctalopia, raccolta inedita finalista al XXIX Premio Montano, 2015

 

 

.

Ghérasim Luca – Passionnément * Appassionatamente

https://anfratture.wordpress.com/2015/08/21/passionnement-gherasim-luca/

“Passionnément” è il primo esempio del “balbettio” e della “cabala fonetica” di Ghérasim Luca. Il poema apparve per la prima volta nella plaquette “Amphitrite” (Infra-Noir, Bucarest 1947), di cui costituiva la seconda parte. Ripreso poi in “Le Chant de la carpe”. “Psittacismo, ripetizione meccanica delle parole, onomatopee, sono solo simulazioni di cui la dizione poetica si serve per creare una lingua avvolgente e che si avvolge su se stessa, dove il ritmo è il solo vettore di senso”
D. Carlat, Ghérasim Luca l’intempestif

Ogni parola si divide, ma in sé (pas-rats, passions-rations), e si combina, ma con se stessa (pas-passe-passion). È come se la lingua intera si mettesse a rollare, a destra e a sinistra, e a beccheggiare, indietro avanti: i due balbettii. Se la parola di Gherasim Luca è così eminentemente poetica, è perché egli fa del balbettio un affetto della lingua, non un’affermazione della parola. È tutta la lingua che fila e varia per liberare un estremo blocco sonoro, un soffio solo al limite del grido Je t’aime passionnément (Ti amo appassionatamente).
G. Deleuze, Balbettò, in Critica e clinica

:

A force de – faillite

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A force de – faillite  à force de faillite la folie s’en mêle. A force de débris. Vus n’importe comment n’importe comment dits. Crainte du noir. Du blanc. Du vide. Que’elle disparaisse. Et la reste. Tout de bon. Et le soleil. Derniers rayons. Et la lune. Et Vénus: Plus que ciel noir. Qui terre blanche. Ou inversement. Plus de ciel ni de terre. Finis haut et bas. Rien que noir et blanc. N’import où partout. Que noir. Vide. Rien d’autre. Contempler cela. Plus un mot. Rendu enfin. Du calme.
.
S. Beckett, Mal vu mal dit,Les edition de minuit,1981

Jeanne Hersch – dall’esilio all’addio

 

[…] Separazione contro presenza: basta una porta chiusa. Una semplice porta chiusa, e già non so più nulla della tua realtà. Eri là, seguivo il respiro e il pulsare del tuo sangue. La porta si è chiusa, non so più nulla. Potresti essere morto o essertene andato per sempre.

 

Separazione nella presenza: anche nella presenza anche nella presenza costante, prossima e familiare di ogni istante. Separazione nel cuore della presenza, separazione che rende la presenza reale, piena, nell’istante che sta nel cuore del tempo. Nessuna presenza senza separazione[…]

 

[…] La vita non ci lascia, a poco a poco, altro che ricordi.

 

E’ tutto ciò che abbiamo, e quanto precario! I ricordi che evochiamo più spesso si ocnsumano o si irrigidiscono al nostro ripetuto richiamo: I più si sottraggono o vanno sfumandol’uno nell’altro. I ricordi felici proiettano la loro asenza sul presente. I ricordi tristi, la cui tristezza si è attenuata col passare del tempo, tendono a diventat re tutt’uno, nel mondo dei racconti, con le parole del loro racconto, e suscitano così uan sorta di rimorso, come se li stessimo abbandonando per infedeltà.
E tuttavia è attraverso i nostri ricordi, e attraverso un presente già vissuto come ricordo, che noi viviamo la separazione e l’esilio, o noi stessi in quanto esiliati.
Esiliati dal passato, per la sua assenza presente; esiliati dal presente, per la sua acutezza o per la nostra sonnoleza, per l’evidenza del suo rifiuto, o per la sua evanescenza, oper l’ardore con cui tende a un futuro ancora malleabile all’attesa e al desiderio; esiliati dal futuro, per la sua irrealtà e per la nostrqa impazienza: non sappiamo trovare, nel tempo, un luogo in cui vivere.
L’opacità del tempo non meno della sua trasparenza, della sua onnipresenza inafferrabile, ci separano da noi stessi, possiamo sfuggire, attraverso un reale fuggitivo, all’eternità che per noi è mortale. […]

 

.
J.Hersch, Dall’esilio all’addio, in “La nascita di Eva.Saggi e racconti”, Interlinea 2000

 

.

Marco Giovenale – Phobos

  fammi vedere, giocando sulle rotaie, lo so che hai paura dei giornalisti, degli ospiti, delle ospiti, dei gatti sulla tovaglia (se a quadri), paura dei cappelli, della verginità, della russia, di lasciarti andare, dell’eco, degli ex voto, delle marionette di porcellana, se hanno gli occhi stravolti, verso l’alto, ma è leggera, ma hai paura del cibo, comunque dell’arte astratta, delle infezioni, delle intossicazioni, da cibo, paura delle crêpes, delle creme, delle panne, delle curve delle tende, dei sipari, meglio, delle fotografie di frattaglie, delle lumache, dei cani, dei luoghi chiusi con dentro i cani, dei cani in libertà, nel parchetto, nell’erba alta, terrore dell’erba alta, degli spazi aperti, dei cani negli spazi aperti, se gli stessi spazi contengono anche luoghi chiusi con dentro altri cani, quelli degli spazi chiusi, alla catena, ma anche senza catena, con catene fatte a loro volta di piccoli cani legati uno all’altro, che potrebbero sciogliersi, paura di questo, e di conseguenza paura dei bambini che piangono perché a loro volta spaventati, imparando a farsi forza, non riuscendoci, con la paura di imparare, di seguire a ritroso il percorso, smarrire il sentiero, rientrare e trovare solo delle facili allegorie, che fanno paura […]
:

Phobos. Trad. francese: Michele Zaffarano. Colorno: Tielleci, 2014. – 1 feuille/foglio ; format ouvert/formato aperto 48×33 cm. ; format fermé 19,5 cm. (Benway Series – Feuille/Foglio ; 5).

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Houellebecq

PdF leggenda della vera croce

La nostalgia non è un sentimento estetico, e non è neanche legata a un ricordo di felicità, si ha nostalgia di un luogo per il semplice fatto di averci vissuto, poco importa se bene o male, il passato  è sempre bello, a far male è solo il presente, che portiamo con noi come un ascesso di sofferenza che ci accompagna tra due infiniti di quieta felicità
M. Houellebecq, Sottomissione, Bompiani 2015

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la volontà è libera

:

“La volontà è libera significa: era libera quando volle il deserto, è libera potendo scegliere la via con la quale attraversarlo, è libera potendo scegliere il passo che terrà, ma non è libera perché deve necessariamente attraversare il deserto, non è libera perché ogni via, nel suo intricato labirinto, passa per ogni palmo del deserto”

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F. Kafka, Considerazioni sul peccato il dolore la speranza e la vera via, Passigli 2001

Andrej Belyj – Glossolalia II

-Tutte le nebbie che impedivano di vedere si diradavano; i superstiti di Atlantide hanno visto un disco accecante; Atlantide, andata incontro alle onde, splendeva con le cime dei monti: con le terre emerse delle isole; le terre, brillando di sale, crescevano di dall’acqua del diluvio formando golfi e scalgioni; le onde, irrompevano d nei golfi, ribollendo con gli ori dei bagliori; e volando lungo la riva come schiuma fatta di brandelli, volando lungo le sabbie_ lungo i sali – come strisce di vetro, volavano nei laghi( per versare il sale); e sgorgavano al contrario; e il sale sidepositava.
Ecco questo racconto dei suoni:
We-ol:wol-woln;soln-saln-seln;chlin-nz-zk-k:ktz;w-zwt.
Di cosa narra?
“we-ol-
-le nuvole-
-e”weoln” ( le onde del mare)
corrono; il sole splende: sol-so! E assottilgiandosi sullesabbie, vola il flusso d’orao: seln-siln! Ed ecco che è sgogato in un lago: inessosi depositano i slai:”nze-ze!”, in esso crescono le rive “ze-ka-ka” E l’erba( ti-te-ta) inizia a fiorire (“z”) [in russo zacvetaet] com eun fiore [cvet],
sotto la “v”, all’aria aperta:e “z-v-t” osciellano.
Ecco quali scene sono inscritte per noi nei suoni:bisogna saperli leggere; tutti i suoni sono racconti, testamenti, eredità, miti.

Andrej Belyj – Glossolalia, Poema del suono, Medusa ed. 2006 pag.68

***

Andrej Belyj (Boris Nikolaevich Bugaev, 1880-1934) figlio di un grande matematico è uno dei più importanti esponenti del simbolismo russo. Studioso di Kant e Schopenauer tra le sue opere Pietroburgo (1916) Cristo è risorto (1918) e il carteggio con Pavel Florenskij L’arte il simbolo e Dio: Lettere sullo spirito russo

Scritto nel 1917 al ritorno da Dornach (Svizzera) dove il il poeta si trovava in qualità di adepto dell’antroposofo Rudolf Steiner, Glossolalia Poema del suono venne pubblicato soltanto nel 1922 a Berlino dove l’autore aveva vissuto per due anni dopo la rivoluzione e la guerra civile russa. L’argomento del poema nasce dall’innesto del saggio di Scienza occulta (1910) di Rudolf Steiner dove illustra su imitazione della cosmogonia descritta da Steiner i quattro giorni della creazione dei suoni;  attraverso una forma poetica di argomentazione Bleyj mostra le affinità etimologica di alcune delle parole basilari per l’uomo nelle lingue appartenenti al ramo indoeuropeo.

A. Belyj – Glossolalia – Poema del suono

Misteri profondi giacciono nella lingua: nel tuono dei suoni ci sono  i significati di un’enorme parola; ma i tuoni dei suoni e i lampi istantanei dei significati sono celati da una nuvola metaforica, che da se stessa versa nelle onde del tempo le linee dei concetti non espressi: E come per noi l’acquazzone, i tuoni e le nuvole non hanno nessuna analogia, così non la hanno neanche i significati dei suoni e le immagini della parola; si differenzia da loro l’arido, piatto significato concettuale. Cos’è la terra? E’ lava; una fiamma ha forgiato solo la crosta dei cristalli (delle pietre); e i mormorii della lava battono nei crateri dei vulcani; e lo strato superiore- della terra- è molto sottile; è ricoperto d’erba. Così è anche la parola, che è tempesta dei ritmi fusi del significato sonante; questi ritmi sono forgiati dalla massa delle radici silicee; il significato focoso è nascosto; lo strato superiore è la parola-immagine ( la metafora);il suo suono, come ci dice la storia della lingua, è solo la combinazione di suoni disgiunti e corrosi; e l’immagine è il processo di distribuzione del suono; e i significati di una parola abituale –erba! – iniziano a crescere da esso. In tal modo: la caduta della purezza fonetica è lo sviluppo dello sfarzo dialettico; e la caduta dello sfarzo è il termine, è l’autunno del pensiero. La fiamma impetuosa, il granito, l’argilla e le erbe non hanno nessuna analogia; nessuna analogia; per noi non hanno nessuna analogia i significati: dei concetti, delle metafore, delle radici e dei movimenti del flusso dell’aria, che costruisce i suoni del Cosmo gigantesco (nella cavità della bocca). A.Belyj, Glossolalia- Poema del suono, Medusa  ed. 2006

Joyce Mansour – L’inginocchiatoio

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Un piccione seduto su un seno in mogano
Meditava
Il becco cancellato da un vento malefico
Le ali appese attorno al collo
Meditava
Il seno si svegliò e mangiò l’uccello pensoso
Malgrado la potenza dello sguardo del piccione
Sebbene il seno non avesse molta fame
Malgrado la meditazione
Del piccione

traduzione di rita r. florit

*
LE PRIE-DIEU

Un pigeon assis sur un sein en acajou
Méditait
Son bec effacé par un vent maléfique
Ses ailes pendues autour de son cou
Il méditait
Le sein se réveilla et mangea l’oiseau pensif
Malgré la puissance du regard du pigeon
Bien que le sein n’ eût pas très faim
Malgré la méditation
Du pigeon
Joyce Mansour, Rapaces, Seghers,1960

Jack Spicer – BILLY THE KID

 

 

paul vangelisti e marco giovenale2

Paul Vangelisti e Marco Giovenale
ph. A. Melpignano

 

IX.
E’ così che il cuore si frammenta
in piccole ombre
così casuali da essere
senza significato
come un diamante
ha per centro un diamante
o una pietra
ha pietra.
Impaurito
Amore fa una domanda scoperta –
cos’è che mi ha portato qui
io non posso ricordarlo
più di quanto nel braccio osso a osso
risponda, o un’ombra veda un’ombra –
verso la morte filiamo dritti in barca
come chi va in canoa
in un lago piccolo
dove a ciascuna riva
non c’è altro che rami di pino –
verso la morte filiamo dritti in barca
cuore a pezzi o corpo a pezzi
la scelta è reale. Il diamante. Io
questo chiedo.

 

Traduzione di Marco Giovenale

IX.

So the heart breaks
Into small shadows
Almost so random
They are meaningless
Like a diamond
Has at the center of it a diamond
Or a rock
Rock.
Being afraid
Love asks its bare question-
I can no more remember
What brought me here
Than bone answers bone in the arm
Or shadow sees shadow-
Deathward we ride in the boat
Like someone canoeing
In a small lake
Where at either end
There are nothing but pine-branches-
Deathward we ride in the boat
Broken-hearted or broken-bodied
The choice is real. The diamond. I
Ask it.

Jack Spicer, BILLY THE KID, La camera verde, Roma 2014, a cura di Paul Vangelisti

 

 

Liliane Giraudon -La sphinge mange cru

La Bestia è allontanata, contenuta, controllata. Il Mito declinato in sfinge mantica, cruda crudele, che  guarda  in alternanza e al contempo, le due facce della medaglia, le verità nascoste. La coabitazione coi fantasmi  propri  o altrui chiede linfa vitale, risucchiati nel vortex presente, nel dominio dell’immagine dove  gli dei non sono più. ( Rita R. Florit)

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C’è del crudo e c’è del cotto. C’è del maschile e c’è del femminile. Non si traduce stupidity con bêtise. Sarebbe cretino. Le favole hanno da tempo lasciato la scena. Lo stupore urta e intorpidisce. Colpisce.
La Bestia si separa dall’uomo. La si caccia. La si riduce.
La Bestiata si coniuga. Ben condotta può aprire le porte del Bestiario.
Stasera c’è sole.
Avendo preso a rileggere Sofocle, scopro che ai suoi tempi, i gradini erano di legno. Questo luogo d’assenza a sé carreggia maschere e da il suo posto ai Mostri.
L’incarnazione degli dei e degli eroi passa dai video.
Le cose si bastano […]

 

 

Le notti d’estate lei ama ascoltare le rane.
Il loro canto.
Lei ignora il legame tra ranocchia e ranuncolo
Che l’emozione data proviene dalla bellezza.
Che tra metafora e presagio c’è una reale continuità.
Che organizzare il pessimismo è un atto rivoluzionario.

 

 

E’ poi che lei s’inventa un passato da geomante.
Praticando la divinazione dall’esame delle figure che formano
la terra i sassi e la polvere gettati a caso sul suolo.
Uomo-donna dal viso truccato e vestita all’asiatica.
Non si tratta di Storia ma d’una semplice drammatizzazione
del presente.
Poiché l’uccello mangia carne d’uccello vivere alla giornata
come si può è la scelta di Giocasta …

 

 

Lei ancora e i gatti graffianti ( la zampa dritta  lo sguardo
velenoso).
A strapiombo su un lago.
Battere le mani non li scaccia.
Ritornano a intervalli regolari poi svaniscono.
Cronologia dell’esistenza o alterità verticale.
Nei libri che lei traduce la tragedia è al contempo un ordine
e un disordine.

 

Nel suo rapporto coi fantasmi impara ben  presto quanto
essi esigano. Molto più che se non esistessero.
Lei deve interpretare tutte le versioni che propongono.
Il modo che hanno di tracciare un cerchio all’indietro.
Passato del passato tutto deve essere risalito.
Vi  assicuro questo non è blasfemo.
L’intero destino della città è in gioco.

 

Nel giardino e con ogni tempo avvertire la presenza dei
gladioli.
Più precisamente quelli che appaiono come
piccoli gladii eretti.
A un livello inferiore prima messa in guardia contro l’amnesia: un angelo
che brucia in una fiamma.
Nell’acqua della vasca l’aedo osserva con stupore due carpe
farcite di tuorli.
La morte dei due fratelli salverà la città sopra i resti del lignaggio?

 

traduzione di  rita r. florit

 

 

LA SPHINGE MANGE CRU

Il y a du cru, il y a du cuit. Il y a du masculin, il y a du féminin. On ne traduit pas stupidity par bêtise. Ce serait crétin. Les  fées  ont depuis longtemps quitté la pièce. La stupeur heurte et engourdit. Elle frappe.
La Bestia se sépare de l’homme. On la chasse. On la réduit.
La Bêtasserie se conjugue. Reconduite, elle peut ouvrir les portes du Bestiaire.
Ce soir il fait soleil.
Ayant entreprise de relire Sophocle, je découvre qu’à son époque, les gradins ètaient en bois. Ce lieu d’absence à soi charrie des masques et donne sa place aux Monstres. L’incarnations des dieux et des hèros se passe d’écrans video. Les choses se suffisent [..]

 

Les nuits d’été elle aime écouter les grenouilles.
Leur chant.
Elle ignore le lien entre grenouille et renoncule.
Que l’émotion donnée provient de la beauté.
Qu’entre métaphore et présage il y a une réelle continuité.
Qu’organizer le pessimisme est un acte révolutionnaire.

 

C’est plus tard qu’elle s’invente un passé de géomantienne.
Pratiquant la divination par l’examen des figures que forment la terre les cailloux et la poussiére jetés au hasard  sur le sol.
Homme-femme au visage fardé et vêtue d’une robe asiatique.
Il ne s’agit pas d’Histoire mais d’une simple dramatisation du
présent.
Puisque l’oiseau mange de la chair d’oiseau vivre au hasard
comme on le peut c’est le choix de Jocaste

 

Elle encore et les chats griffonnant ( la patte bandée le regard
venimeux).
Ils surplombent un lac.
Frapper dans les mains ne les chasse pas.
Ils reviennent à intervalles réguliers puis s’effacent.
Chronologie de l’existence ou altérité verticale.
Dans les livres qu’elle traduit la tragédie est à la fois un ordre
et un désordre.

 

Dans son rapport aux fantômes très vite elle apprend combien
il exigent. Bien plus qu’ils n’existent.
Elle doit interpréter toutes les versions qu’ils proposent.
Cette manière qu’ils ont de tracer un arc de cercle en arrière.
Passé du passé tout doit être remonté.
Je vous assure ceci n’est pas du blasphème.
C’est le destin tout entier de la cité qui est en jeu.

 

Dans les jardins et par tous les temps repérer la présence des
glaïeuls.
Plus précisément ceux qui apparaissent comme de petits
glaives dressés.
En contrebas première mise en garde contre l’amnésie : un ange
brûlant dans une flamme.
Dans l’eau du bassin l’aède observe avec stupeur deux carpes
farcies aux jaunes d’œufs.
La mort des deux frères sauvera-t-elle la cité sur les ruines du lignage?

Liliane Giraudon, La sphinge mange cru, Al Dante 2014

 

 

 

***
https://sottopelle.wordpress.com/2012/07/11/liliane-giraudon-la-poetesse-homobiographie/

 

 

Jacqueline Risset (1936-2014)

Jacqueline-Risset-photoAtruroPattenOpale

 

 

Je te quitte cher   poème

Porte-toi bien

 

je vais ailleurs

voir si j’y suis

 

et toi

 

tu n’as

 

qu’’à me suivre

 

 

*

 

 

Ti lascio cara   poesia

stai bene

 

io vado altrove

a vedere se ci sono

 

e tu

 

non hai

 

che da seguirmi

 

 

[Jacqueline Risset, “Promenade M.”, in “Il tempo dell’istante. Poesie scelte 1985-2010”, Einaudi 2011]

 

Joyce Mansour – Inventario non esaustivo dell’indecente o il naso della medusa

 

 

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Ciò che è indecente  fa arrossire
Il  sangue alla testa
Il contraccolpo
La fuga in avanti
Censura
Indecente la bara coperta da una bandiera
Indecenti i discorsi le medaglie i morti sul campo di battaglia
Oscena la guerra
Indecente la solitudine del vecchio
Oscena la miseria
Indecente il paravento che nasconde l’agonizzante
Agli occhi dei moribondi
Indecenti gli indifferenti i servili gli staliniani
Indecenti gli attratti dall’Ordine 

I portatori di manganello e di aspersorio
Indecente il passo cadenzato
La pena capitale la detenzione preventiva
Indecenti le prigioni
Oscena la tortura
Indecente la forza armata
che sfila sulle strade della città in festa
Indecente l’acne rossa all’occhiello
Tutto è legione salvo l’onore
Indecente l’Accademia?
Tropp’ onore(i)!
Indecenti  quelli che fanno parlare i morti
La bocca  fresca come una rosa
Indecenti i sondaggi sulla popolazione passiva

 
Indecente il bavaglio
Osceno l’imbavagliato
Indecente il razzismo
Oscena la morte

 

traduzione di rita r. florit

 

 

***

Inventaire non exhaustif de l’indécent ou le nez de la méduse

 

Ce qui est indécent fait rougir
Le sang à la tête
Le choc en retour
La fuite en avant
Censure
Indécent le cercueil couvert d’un drapeau
Indécents les discours les médailles les morts au champ d’honneur
Obscène la guerre
Indécente la solitude du vieillard
Obscène la misère
Indécent le paravent qui dérobe l’agonisant
Aux yeux des moribonds
Indécents les indifférents les béni-oui-oui les staliniens
Indécents les fascinés de l’Ordre
Les porteurs de matraque et de goupillon
Indécent le pas cadencé
La peine capitale la prison préventive
Indécents les asiles
Obscène la torture
Indécente la force armée
Qui se déploie sur les pavés de la ville en fête
Indécente l’acné rouge de la boutonnière
Tout est légion sauf l’honneur
Indécente l’Académie ?
Trop d’honneur(s) !
Indécents ceux qui font parler les morts
La bouche enfarinée
Indécents les sondages de reins de la population passive
Indécent le bâillon
Obscène le bâillonné
Indécent le racisme
Obscène la mort

Joyce Mansour, Faire signe au machiniste (1977)

 

 

 

 

 

 

Stabat nuda aestas

 

ESTATE

 

Stabat nuda aestas E’ questa la stagione che abbraccia e che trafigge, incendia a folate e scava un’alterna aia monotona, una eternità nascosta alle sue avverse sontuose absidi,sparizioni in caduta di memoriali roghi,crepe al suo corroso declivio di frontiere celesti, a nostalgie di cateratte insonni arroventate lungo il sogno ormai svuotato, e scarne funi di approdi invisibili. Sui roveti, su lacere balaustre,come porte e rughe raggianti, in fughe stizzose, e non altrove,esplode l’eclisse a perdere. E non può essere in altro luogo, in tempo altro, che qui, ora,dove tu afferri l’avvento abbacinato, e miri a vanvera e rudimento la saetta che (s) crépola forze prodigiose, e rilassi di trincee,di allarmi di sensi, di cacce seminali, inconsulte,di purissime salamandre dormienti nel fuoco: non altrove che qui la inquieta stagione esulta, morde e abbatte. Un amore rovesciato chiude ormai in un unico e avverso torpore, crèpola , o particola di cecità univers, il giorno lungo e nuovo, voli raggianti e gorghi a galla nell’esteso dei dirupi e delle minime travéggole:anche il vento è in crisi, in rivolta, brucia un cuore magro, vago, brado, nelle frange della cute.

 

Emilio Villa da “ Vanità Verbali” il Verri 7-8, 1998
ora in
A.VV., Parabol(ich)e dell’ultimo giorno. Per Emilio Villa. Dotcom Press, 2013

 

 

 

P.J.Jouve Fin du monde

Le poète a toujours
au cœur d’immenses murs
couverts de signes
quand les villes partout
voient crouler leur amour
sous toi dispensateur

de déserts. Il verra
s’effacer tous les signes
Tu ne veux à ces murs
que la légère odeur
du vide et la douleur
qui sépare à jamais
être néant et signe.

 

*

 

Dentro sé il poeta ha sempre
muri immensi
coperti di segni
mentre le città dovunque
vedono crollare il loro amore
sotto il tuo potere dispensatore

di deserti. Vedrà
cancellarsi ogni segno
Tu non vuoi di questi muri
che il leggero odore
del vuoto e il dolore
che separa per sempre
essere nulla e segno.

(tr. di Alfredo Riponi e Rita R. Florit)

 

*

 

Queste mura interiori del poeta, coperte di segni che poi si cancellano, perché “Tu” (Dio?) vuole solo conservare di queste mura l’odore del vuoto, “l’odore dell’argine negli occhi”…, c’è questo iato tra essere, nulla e segno, odore del vuoto, dolore della separazione tra segno e senso. Ci sono i riferimenti biblici al crollo delle mura di Gerico e Gerusalemme, questa visione apocalittica da “fine del mondo”. Il crollo delle mura delle città è quello del culto che viene loro reso. Della “Nuova Gerusalemme” descritta nell’Apocalisse è detto che “le sue porte non verranno mai chiuse; resteranno aperte tutto il giorno, e non ci sarà mai notte”. Il poeta si rivolge a Dio e il suo è un dio biblico, più ebraico che cristiano, un dispensatore di deserti che ricorda l’Adonai, signore degli eserciti, un dio guerriero che schiaccia i suoi nemici e distrugge le città, metafora anche della Guerra che è stata un fantasma potente per Jouve, questa poesia è del ’47, gli echi della guerra non sono del tutto spenti ….

(a.r – r.r.f.)

 

 

L’AZUR L’AZUR L’AZUR

Une une vraie terreur régnait dans le ciel bleu, mesure exacte du crime des hommes. Une accablante prison de ciel bleu était posée sur nous, noircissant les rues, meurtrissant les rivières, rongeant le végétal, desséchant les sucs de toute la terre, sans répit, sans espérance ou même grâce. On comprenait enfin que le ciel était ennemi de Dieu. La ceinture brûlante de la planète remontait jusqu’à son visage, tuant l’esprit de vérité, de fine variété et d’habitation sensible : Sur le haut espace – et voici le nouveau choléra, le Progrès – étaient tracées les chandelles des avions destructeurs.

 Pierre Jean Jouve, Proses,Gallimard 1995

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L’AZZURRO L’AZZURRO L’AZZURRO

Un vero terrore regnava nel cielo blu, misura esatta del crimine degli uomini. Un’opprimente prigione di cielo blu pesava su di noi, oscurando le strade,
schiacciando i fiumi, corrodendo il verde, disseccando i succhi di tutta la terra, senza tregua, senza speranza o grazia. Alla fine si comprendeva che il cielo era
nemico di Dio. La cintura ardente del pianeta risaliva fino al suo volto, uccidendo lo spirito di verità, di fine diversità e di dimora sensibile. Sull’alto spazio – ecco
il nuovo colera, il Progresso – erano tracciate le scie degli aerei distruttori.

trad.  Rita R. Florit

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Thomas Bernhard – AVE VIRGILIO Carme

V

OKTOBER

Auf den Schutthaufen bedeutet nichts
das Klagen der Mutter,
nichts die Fürbitte des versoffenen Vaters,
nichts der Totenbericht des Leutnants,
das Aufbegehren der Kardinäle nichts,
nichts der Vorwurf der Zukunft,
das Weinen ganzer Völker nichts, nichts die getötete Luft,
das Ende der Ozeane…

Die vergrabenen Kiefer grab ich aus,
die Erniedrigungen,
meine Hinfälligkeit führe ich

 vor meinen verkommenen Mund,
vor meinen ausgedörrten Schädel
in meine Vormittagserbärmlichkeit…

In der Nacht
verrechnest du die Feuersbrünste der Welt
mit meinem brüderlichen Schwachsinn… 

CHORAL:

Was will der Tag von mir
und stellt mir Fragen, hunderttausend Fragen
und legt mir Namen vor
und rührt in meinem Stumpfsinn um mit
seinem Weinen…

Was will der Tag von mir
und nagelt mich auf dicke Bäume,
wischt sein Blut mir in die Augenwinkel,
daß ich vor Blut kein Land mehr sehe, nichts…


Was will der Tag von mir,
schlägt Pflöcke in mein Fleisch und laßt mich
singen…

Lied des Metzgerssohnes:

Du schneidest gewandt den weißen
Leib auseinander,
du mißbrauchst die Werkzeuge
meines Weinens,
mit beiden Messern stichst du
in den Oktoberschädel…
mein Tod, mein ausgeschickter Vogel,
der mich überzeugt…
Ich bin, Vater,
Verkünder der Mißgestalteten,
oben
und unten,
gewalttätig scharen sich
die Lämmer in meinem Kopf
zusammen,
ich, der Metzgerssohn,
sitze mit meinem PASCAL im Schlachthaus…
auf dem Türpfosten hängt mein Gehirn;
solange ich mich erinnern kann
verfault es…


Wenn mein Morgen sich mit dem Morgen der Welt
vermischt
wenn das Meer herausschaut aus den Wäldern
und die Häuser die Farbe des Mittags annehmen,
das Pestgesicht des geistlosen Sommers,
wenn Neunzigtausend aufwachen und Hunderttausend,
stelle ich an die Neunzigtausend
die hunderttausendfache Frage nach den Lügen
der Welt.

Ausgedörrt

Rom verpfuschte
mein Staunen
mit der Übelkeit
seines Alters,

Catania, Hündin
am Fuße des Ätna,
Syrakus, Denkmal
der Langeweile…

In Sapri durchschlief ich
das niederträchtige Meer
auf einem Totengerüst…
Pinien bissen zu…

der verfaulte Strand
an der Westküste
trieb mein Weinen
aus den Poren der Badenden,

ich erschuf Wellen
über sie,
ich mordete sie,
Vipern aus dem Norden,

ihr Auftreten
auf dem Sand
machte die Tragödie
lächerlich…

Reggio Calabria,
dumpfe Schläge,
Uhrwerk… tödliches

Messerschleifen der Züge..
die Dame aus England
verfolgte mich
bis zu den Kakteen…
mein Herz zerriß das ihre…

Taormina, tropischer Februar.
Von Calabrien
kündige ich
tödliche Briefe an.

 

V

OTTOBRE

Sui mucchi di macerie non significa nulla
il pianto della madre,
nulla l’intercessione del padre beone,
nulla il referto di morte del sottotenente,
la ribellione dei cardinali un bel nulla,
nulla la rampogna del futuro,
il pianto d’interi popoli nulla,
nulla l’aria distrutta,
la fine degli oceani…

Le mandibole sepolte dissotterro,
le umiliazioni,
la mia fragilità la conduco

davanti alla mia bocca disfatta,
davanti al mio cranio prosciugato
nel mio stato pietoso la mattina…

Nella notte
metti gli incendi del mondo
in conto alla mia fraterna demenza…

 

CORALE:

Cosa vuole da me il giorno
e mi fa domande, centomila domande
e nomi mi propone
e mesta nella mia confusione col suo pianto…

Cosa vuole da me il giorno
e m’inchioda a grossi alberi,
mi spalma il suo sangue negli angoli degli occhi,
che per il sangue non vedo più il paesaggio, nulla…

Cosa vuole il giorno da me,
mi caccia cunei nella carne e mi fa cantare…

 

Canto del figlio del macellaio:

Tu smembri abilmente il bianco
corpo,
tu fai uso improprio degli strumenti
del mio pianto,
affondi entrambi i coltelli
nel cranio ottobrino…
la mia morte, il mio uccello mandato in esplorazione,
che mi persuade…
Io sono, padre,
profeta dei deformi,
sopra
e sotto,
prepotenti si schierano
gli agnelli
nella mia testa,
io, figlio del macellaio,
sono col mio PASCAL al macello…
allo stipite della porta è appeso il mio cervello;
dacché mi ricordo,
sta marcendo…

Quando il mio mattino si confonde col mattino del
mondo,
quando il mare si affaccia dai boschi
e le case prendono il colore del mezzodì,
il volto appestato dell’ottusa estate,
quando novantamila si destano e centomila,
pongo ai novantamila
la centomillesima domanda sulle menzogne
del mondo.

 

Prosciugato

Roma guastò
il mio stupore
con la nausea
della sua vecchiezza,

Catania, cagna.
al piede dell’Etna,
Siracusa, monumento
della noia..

A Sapri passai
tutto l’abietto mare dormendo
su un catafalco…
i pini morsicavano…

la spiaggia imputridita
sulla costa ovest
spremette il mio pianto
dai pori dei bagnanti,

io generai onde
sopra di loro,
li assassinai,
vipere venute dal nord,

la loro comparsa
ulla sabbia
rendeva la tragedia
ridicola,..

Reggio Calabria,
colpi sordi,
orologio… mortale
sferragliare dei treni…

 la signora inglese
mi venne dietro
fino ai cactus…
il mio cuore sbranò il suo…

 Taormina, febbraio tropicale.
Dalla Calabria
Annuncio
lettere mortali.

 

traduzione  Anna Maria Carpi