Michel Leiris -Nuits sans nuits, et quelques jour sans jour

SANS DATE
(demi-sommeil)

Un arbre à trois branches (qui sont des serpents) frappe au carreau de ma fenêtre, vêtu d’un complet de confection et d’un faux col cassé.
Un peu plus tard dans la nuit, un chien – que j’imagine couché entre le matelas et le sommier de mon lit – n’est plus qu’un long reptile de bronze dont les piquants inclinés comme ceux d’un porc-épic me pénètrent dans le corps.

SENZA DATA
(dormiveglia)

Un albero a tre rami (che sono serpenti) bussa ai vetri della mia finestra, vestito d’un completo fatto in serie, e con un finto colletto inamidato spezzato.
Poco più tardi durante la notte , un cane – che immagino accucciato tra il materasso e la rete del mio letto – non è che un lungo rettile di bronzo le cui scaglie inclinate come quelle dell’istrice mi penetrano nel corpo

M. Leiris, NUITS SANS NUIT  et quelques jour  sans jours, Gallimard, 1961

trad. r.r.florit

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F.Ponge – Il partito preso delle cose

La beauté des fleurs qui fanent; le pétales se tordent comme sous l’action du feu: c’est bien cela d’ailleurs:
une déshydratation. Se tordent pour laisser apercevoir les graines à qui ils décident se donner leur chance, le champ libre.
C’est alors que la nature se présente face à la fleur, la force à s’ouvrir, à s’écarter : elle se crispe, se tord, elle recule, et laisse triompher la graine qui sort d’elle qui l’avait préparée.

*

Les temps des végétaux se résout à leur espace,  à l’espace qu’ils occupent peu à peu, remplissant un canevas sans doute à jamais déterminé : Lorsque c’est fini, alors la lassitude les prend, et c’est le drame d’une certaine saison.
Comme le développement de cristaux : une volonté de formation, et une impossibilité de se former autrement que d’une manière

***

La bellezza dei fiori che appassiscono: i petali si torcono come sotto l’effetto del fuoco: del resto è di questo che si tratta: di una disidratazione. Si torcono per lasciar intravedere i semi ai quali decidono di dare una chance, il campo libero.

È allora che la natura si presenta davanti al fiore, lo costringe ad aprirsi, ad allargarsi; questo si raggrinza, si torce, indietreggia, e lascia trionfare il seme che esce da sé stesso, che lo aveva preparato.

*

Il tempo dei vegetali si risolve nel loro spazio, nello spazio che essi occupano a poco a poco, riempiendo un canovaccio probabilmente da sempre determinato. Quando è finito, allora la stanchezza riprende, e ha luogo il dramma di una certa stagione.

Come lo sviluppo dei cristalli: una volontà di formazione, e un’impossibilità a formarsi se non in una sola maniera.

 

 F. Ponge, Il partito preso delle cose, Einaudi,  1979
traduzione Jacqueline Risset

Joyce Mansour – CARRE’BLANC II

 

 

 

L’appel amer d’un sanglot
Venez femmes aux seins fébriles
Écouter en silence le cri de la vipère
Et sonder avec moi le bas brouillard roux
Qui enfle soudain la voix de l’ami
La rivière est fraîche autour de son corps
Sa chemise flotte blanche comme la fin d’un discours
Dans l’air substantiel avare de coquillages
Inclinez-vous filles intempestives
Abandonnez vos pensées à capuchon
Vos sottes mouillures vos bottines rapides
Un remous s’est produit dans la végétation
Et l’homme s’est noyé dans la liqueur

 

Il richiamo amaro di un singhiozzo
Venite donne dai seni febbrili
Ad ascoltare in silenzio il grido della vipera
E a sondare con me la bassa nebbia rossa
Che gonfia  all’improvviso la voce dell’amico
Il fiume è fresco attorno al suo corpo
La sua camicia galleggia  bianca come la fine di un discorso
Nell’aria sostanziale avara di conchiglie
Chinatevi  femmine  intempestive
Lasciate i vostri pensieri col cappuccio
I vostri sciocchi  umidori  i vostri rapidi stivaletti
Un turbine s’è creato nella vegetazione
E l’uomo s’è annegato nel liquore

 

da Carré Blanc, Le Soleil Noir, Paris 1966

traduzione di Rita R. Florit

 

 

Joyce Mansour – CARRE’ BLANC

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R.Doisnos – Gargoiles of Notre-Dame

 

 

QUELS  SONT CES COUTEAUX QUI  BRILLENT  AU-DESSUS DE LA SEINE

 

Le soleil mordu
Par un bel animal
N’est plus qu’agonie
Et fuite devant
La faim
Faim aussi que ce ventre bombé
Sous le manteau noir de la bête
Sommeil
Aucune science ne m’apporte
Une fin aisée sur ta couche mobile
Ma rageuse passion écorche le gazon
La sourire de ta mère illumine mon visage
Voilà la pierre qui écorchera ton orgueil
Quant à moi sans chaleur à qui ferai-je ma cour

 

 

QUALI SONO I COLTELLI CHE BRILLANO AL DI SOPRA DELLA SENNA

Il sole morso
Da un bell’animale
Non è che agonia
E fuga davanti
Alla fame
Fame come questo ventre tondo
Sotto il manto nero della bestia
Sonno
Nessuna conoscenza mi porta
Un’agevole fine sul tuo letto instabile
Mia rabbiosa passione scortica il prato
Il sorriso di tua madre illumina il mio volto
Ecco la pietra che ferirà  il tuo orgoglio
Quanto a me senza calore a chi farò la corte

 

 

da Carré Blanc, Le Soleil Noir, Paris 1966

traduzione di Rita R. Florit

 

 

Ghérasim Luca – Passionnément * Appassionatamente

https://anfratture.wordpress.com/2015/08/21/passionnement-gherasim-luca/

“Passionnément” è il primo esempio del “balbettio” e della “cabala fonetica” di Ghérasim Luca. Il poema apparve per la prima volta nella plaquette “Amphitrite” (Infra-Noir, Bucarest 1947), di cui costituiva la seconda parte. Ripreso poi in “Le Chant de la carpe”. “Psittacismo, ripetizione meccanica delle parole, onomatopee, sono solo simulazioni di cui la dizione poetica si serve per creare una lingua avvolgente e che si avvolge su se stessa, dove il ritmo è il solo vettore di senso”
D. Carlat, Ghérasim Luca l’intempestif

Ogni parola si divide, ma in sé (pas-rats, passions-rations), e si combina, ma con se stessa (pas-passe-passion). È come se la lingua intera si mettesse a rollare, a destra e a sinistra, e a beccheggiare, indietro avanti: i due balbettii. Se la parola di Gherasim Luca è così eminentemente poetica, è perché egli fa del balbettio un affetto della lingua, non un’affermazione della parola. È tutta la lingua che fila e varia per liberare un estremo blocco sonoro, un soffio solo al limite del grido Je t’aime passionnément (Ti amo appassionatamente).
G. Deleuze, Balbettò, in Critica e clinica

:

Joyce Mansour – L’inginocchiatoio

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Un piccione seduto su un seno in mogano
Meditava
Il becco cancellato da un vento malefico
Le ali appese attorno al collo
Meditava
Il seno si svegliò e mangiò l’uccello pensoso
Malgrado la potenza dello sguardo del piccione
Sebbene il seno non avesse molta fame
Malgrado la meditazione
Del piccione

traduzione di rita r. florit

*
LE PRIE-DIEU

Un pigeon assis sur un sein en acajou
Méditait
Son bec effacé par un vent maléfique
Ses ailes pendues autour de son cou
Il méditait
Le sein se réveilla et mangea l’oiseau pensif
Malgré la puissance du regard du pigeon
Bien que le sein n’ eût pas très faim
Malgré la méditation
Du pigeon
Joyce Mansour, Rapaces, Seghers,1960

Jack Spicer – BILLY THE KID

 

 

paul vangelisti e marco giovenale2

Paul Vangelisti e Marco Giovenale
ph. A. Melpignano

 

IX.
E’ così che il cuore si frammenta
in piccole ombre
così casuali da essere
senza significato
come un diamante
ha per centro un diamante
o una pietra
ha pietra.
Impaurito
Amore fa una domanda scoperta –
cos’è che mi ha portato qui
io non posso ricordarlo
più di quanto nel braccio osso a osso
risponda, o un’ombra veda un’ombra –
verso la morte filiamo dritti in barca
come chi va in canoa
in un lago piccolo
dove a ciascuna riva
non c’è altro che rami di pino –
verso la morte filiamo dritti in barca
cuore a pezzi o corpo a pezzi
la scelta è reale. Il diamante. Io
questo chiedo.

 

Traduzione di Marco Giovenale

IX.

So the heart breaks
Into small shadows
Almost so random
They are meaningless
Like a diamond
Has at the center of it a diamond
Or a rock
Rock.
Being afraid
Love asks its bare question-
I can no more remember
What brought me here
Than bone answers bone in the arm
Or shadow sees shadow-
Deathward we ride in the boat
Like someone canoeing
In a small lake
Where at either end
There are nothing but pine-branches-
Deathward we ride in the boat
Broken-hearted or broken-bodied
The choice is real. The diamond. I
Ask it.

Jack Spicer, BILLY THE KID, La camera verde, Roma 2014, a cura di Paul Vangelisti

 

 

Liliane Giraudon -La sphinge mange cru

La Bestia è allontanata, contenuta, controllata. Il Mito declinato in sfinge mantica, cruda crudele, che  guarda  in alternanza e al contempo, le due facce della medaglia, le verità nascoste. La coabitazione coi fantasmi  propri  o altrui chiede linfa vitale, risucchiati nel vortex presente, nel dominio dell’immagine dove  gli dei non sono più. ( Rita R. Florit)

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C’è del crudo e c’è del cotto. C’è del maschile e c’è del femminile. Non si traduce stupidity con bêtise. Sarebbe cretino. Le favole hanno da tempo lasciato la scena. Lo stupore urta e intorpidisce. Colpisce.
La Bestia si separa dall’uomo. La si caccia. La si riduce.
La Bestiata si coniuga. Ben condotta può aprire le porte del Bestiario.
Stasera c’è sole.
Avendo preso a rileggere Sofocle, scopro che ai suoi tempi, i gradini erano di legno. Questo luogo d’assenza a sé carreggia maschere e da il suo posto ai Mostri.
L’incarnazione degli dei e degli eroi passa dai video.
Le cose si bastano […]

 

 

Le notti d’estate lei ama ascoltare le rane.
Il loro canto.
Lei ignora il legame tra ranocchia e ranuncolo
Che l’emozione data proviene dalla bellezza.
Che tra metafora e presagio c’è una reale continuità.
Che organizzare il pessimismo è un atto rivoluzionario.

 

 

E’ poi che lei s’inventa un passato da geomante.
Praticando la divinazione dall’esame delle figure che formano
la terra i sassi e la polvere gettati a caso sul suolo.
Uomo-donna dal viso truccato e vestita all’asiatica.
Non si tratta di Storia ma d’una semplice drammatizzazione
del presente.
Poiché l’uccello mangia carne d’uccello vivere alla giornata
come si può è la scelta di Giocasta …

 

 

Lei ancora e i gatti graffianti ( la zampa dritta  lo sguardo
velenoso).
A strapiombo su un lago.
Battere le mani non li scaccia.
Ritornano a intervalli regolari poi svaniscono.
Cronologia dell’esistenza o alterità verticale.
Nei libri che lei traduce la tragedia è al contempo un ordine
e un disordine.

 

Nel suo rapporto coi fantasmi impara ben  presto quanto
essi esigano. Molto più che se non esistessero.
Lei deve interpretare tutte le versioni che propongono.
Il modo che hanno di tracciare un cerchio all’indietro.
Passato del passato tutto deve essere risalito.
Vi  assicuro questo non è blasfemo.
L’intero destino della città è in gioco.

 

Nel giardino e con ogni tempo avvertire la presenza dei
gladioli.
Più precisamente quelli che appaiono come
piccoli gladii eretti.
A un livello inferiore prima messa in guardia contro l’amnesia: un angelo
che brucia in una fiamma.
Nell’acqua della vasca l’aedo osserva con stupore due carpe
farcite di tuorli.
La morte dei due fratelli salverà la città sopra i resti del lignaggio?

 

traduzione di  rita r. florit

 

 

LA SPHINGE MANGE CRU

Il y a du cru, il y a du cuit. Il y a du masculin, il y a du féminin. On ne traduit pas stupidity par bêtise. Ce serait crétin. Les  fées  ont depuis longtemps quitté la pièce. La stupeur heurte et engourdit. Elle frappe.
La Bestia se sépare de l’homme. On la chasse. On la réduit.
La Bêtasserie se conjugue. Reconduite, elle peut ouvrir les portes du Bestiaire.
Ce soir il fait soleil.
Ayant entreprise de relire Sophocle, je découvre qu’à son époque, les gradins ètaient en bois. Ce lieu d’absence à soi charrie des masques et donne sa place aux Monstres. L’incarnations des dieux et des hèros se passe d’écrans video. Les choses se suffisent [..]

 

Les nuits d’été elle aime écouter les grenouilles.
Leur chant.
Elle ignore le lien entre grenouille et renoncule.
Que l’émotion donnée provient de la beauté.
Qu’entre métaphore et présage il y a une réelle continuité.
Qu’organizer le pessimisme est un acte révolutionnaire.

 

C’est plus tard qu’elle s’invente un passé de géomantienne.
Pratiquant la divination par l’examen des figures que forment la terre les cailloux et la poussiére jetés au hasard  sur le sol.
Homme-femme au visage fardé et vêtue d’une robe asiatique.
Il ne s’agit pas d’Histoire mais d’une simple dramatisation du
présent.
Puisque l’oiseau mange de la chair d’oiseau vivre au hasard
comme on le peut c’est le choix de Jocaste

 

Elle encore et les chats griffonnant ( la patte bandée le regard
venimeux).
Ils surplombent un lac.
Frapper dans les mains ne les chasse pas.
Ils reviennent à intervalles réguliers puis s’effacent.
Chronologie de l’existence ou altérité verticale.
Dans les livres qu’elle traduit la tragédie est à la fois un ordre
et un désordre.

 

Dans son rapport aux fantômes très vite elle apprend combien
il exigent. Bien plus qu’ils n’existent.
Elle doit interpréter toutes les versions qu’ils proposent.
Cette manière qu’ils ont de tracer un arc de cercle en arrière.
Passé du passé tout doit être remonté.
Je vous assure ceci n’est pas du blasphème.
C’est le destin tout entier de la cité qui est en jeu.

 

Dans les jardins et par tous les temps repérer la présence des
glaïeuls.
Plus précisément ceux qui apparaissent comme de petits
glaives dressés.
En contrebas première mise en garde contre l’amnésie : un ange
brûlant dans une flamme.
Dans l’eau du bassin l’aède observe avec stupeur deux carpes
farcies aux jaunes d’œufs.
La mort des deux frères sauvera-t-elle la cité sur les ruines du lignage?

Liliane Giraudon, La sphinge mange cru, Al Dante 2014

 

 

 

***
https://sottopelle.wordpress.com/2012/07/11/liliane-giraudon-la-poetesse-homobiographie/

 

 

Joyce Mansour – Inventario non esaustivo dell’indecente o il naso della medusa

 

 

Joyce5

Ciò che è indecente  fa arrossire
Il  sangue alla testa
Il contraccolpo
La fuga in avanti
Censura
Indecente la bara coperta da una bandiera
Indecenti i discorsi le medaglie i morti sul campo di battaglia
Oscena la guerra
Indecente la solitudine del vecchio
Oscena la miseria
Indecente il paravento che nasconde l’agonizzante
Agli occhi dei moribondi
Indecenti gli indifferenti i servili gli staliniani
Indecenti gli attratti dall’Ordine 

I portatori di manganello e di aspersorio
Indecente il passo cadenzato
La pena capitale la detenzione preventiva
Indecenti le prigioni
Oscena la tortura
Indecente la forza armata
che sfila sulle strade della città in festa
Indecente l’acne rossa all’occhiello
Tutto è legione salvo l’onore
Indecente l’Accademia?
Tropp’ onore(i)!
Indecenti  quelli che fanno parlare i morti
La bocca  fresca come una rosa
Indecenti i sondaggi sulla popolazione passiva

 
Indecente il bavaglio
Osceno l’imbavagliato
Indecente il razzismo
Oscena la morte

 

traduzione di rita r. florit

 

 

***

Inventaire non exhaustif de l’indécent ou le nez de la méduse

 

Ce qui est indécent fait rougir
Le sang à la tête
Le choc en retour
La fuite en avant
Censure
Indécent le cercueil couvert d’un drapeau
Indécents les discours les médailles les morts au champ d’honneur
Obscène la guerre
Indécente la solitude du vieillard
Obscène la misère
Indécent le paravent qui dérobe l’agonisant
Aux yeux des moribonds
Indécents les indifférents les béni-oui-oui les staliniens
Indécents les fascinés de l’Ordre
Les porteurs de matraque et de goupillon
Indécent le pas cadencé
La peine capitale la prison préventive
Indécents les asiles
Obscène la torture
Indécente la force armée
Qui se déploie sur les pavés de la ville en fête
Indécente l’acné rouge de la boutonnière
Tout est légion sauf l’honneur
Indécente l’Académie ?
Trop d’honneur(s) !
Indécents ceux qui font parler les morts
La bouche enfarinée
Indécents les sondages de reins de la population passive
Indécent le bâillon
Obscène le bâillonné
Indécent le racisme
Obscène la mort

Joyce Mansour, Faire signe au machiniste (1977)

 

 

 

 

 

 

P.J.Jouve Fin du monde

Le poète a toujours
au cœur d’immenses murs
couverts de signes
quand les villes partout
voient crouler leur amour
sous toi dispensateur

de déserts. Il verra
s’effacer tous les signes
Tu ne veux à ces murs
que la légère odeur
du vide et la douleur
qui sépare à jamais
être néant et signe.

 

*

 

Dentro sé il poeta ha sempre
muri immensi
coperti di segni
mentre le città dovunque
vedono crollare il loro amore
sotto il tuo potere dispensatore

di deserti. Vedrà
cancellarsi ogni segno
Tu non vuoi di questi muri
che il leggero odore
del vuoto e il dolore
che separa per sempre
essere nulla e segno.

(tr. di Alfredo Riponi e Rita R. Florit)

 

*

 

Queste mura interiori del poeta, coperte di segni che poi si cancellano, perché “Tu” (Dio?) vuole solo conservare di queste mura l’odore del vuoto, “l’odore dell’argine negli occhi”…, c’è questo iato tra essere, nulla e segno, odore del vuoto, dolore della separazione tra segno e senso. Ci sono i riferimenti biblici al crollo delle mura di Gerico e Gerusalemme, questa visione apocalittica da “fine del mondo”. Il crollo delle mura delle città è quello del culto che viene loro reso. Della “Nuova Gerusalemme” descritta nell’Apocalisse è detto che “le sue porte non verranno mai chiuse; resteranno aperte tutto il giorno, e non ci sarà mai notte”. Il poeta si rivolge a Dio e il suo è un dio biblico, più ebraico che cristiano, un dispensatore di deserti che ricorda l’Adonai, signore degli eserciti, un dio guerriero che schiaccia i suoi nemici e distrugge le città, metafora anche della Guerra che è stata un fantasma potente per Jouve, questa poesia è del ’47, gli echi della guerra non sono del tutto spenti ….

(a.r – r.r.f.)

 

 

L’AZUR L’AZUR L’AZUR

Une une vraie terreur régnait dans le ciel bleu, mesure exacte du crime des hommes. Une accablante prison de ciel bleu était posée sur nous, noircissant les rues, meurtrissant les rivières, rongeant le végétal, desséchant les sucs de toute la terre, sans répit, sans espérance ou même grâce. On comprenait enfin que le ciel était ennemi de Dieu. La ceinture brûlante de la planète remontait jusqu’à son visage, tuant l’esprit de vérité, de fine variété et d’habitation sensible : Sur le haut espace – et voici le nouveau choléra, le Progrès – étaient tracées les chandelles des avions destructeurs.

 Pierre Jean Jouve, Proses,Gallimard 1995

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L’AZZURRO L’AZZURRO L’AZZURRO

Un vero terrore regnava nel cielo blu, misura esatta del crimine degli uomini. Un’opprimente prigione di cielo blu pesava su di noi, oscurando le strade,
schiacciando i fiumi, corrodendo il verde, disseccando i succhi di tutta la terra, senza tregua, senza speranza o grazia. Alla fine si comprendeva che il cielo era
nemico di Dio. La cintura ardente del pianeta risaliva fino al suo volto, uccidendo lo spirito di verità, di fine diversità e di dimora sensibile. Sull’alto spazio – ecco
il nuovo colera, il Progresso – erano tracciate le scie degli aerei distruttori.

trad.  Rita R. Florit

.

:

Francis Ponge – Nioque de l’avant-printemps ovvero Cognizione del periodo che annuncia la primavera

IV

PROEMIO CAPITALE
Les Fleurys, 10 aprile 1950.

Da una parte ci siete voi uomini, con le vostre civiltà, i vostri giornali, i vostri artisti, i vostri poeti, le vostre passioni , i vostri sentimenti, insomma con tutto il mondo degli uomini, sempre più rivoltante, sempre più invivibile (ingiudicabile).

 E dall’altra, noi, il resto: quelli che sono muti, la natura muta, le campagne, i mari e tutti gli oggetti e gli animali e i vegetali. Parecchie cose, a quanto pare. Insomma, tutto il resto.

 

*

 

È questa seconda parte completamente al di fuori degli uomini, quella che sta alla mia ragion d’essere di rappresentare, quella a cui io do voce.

Quella che vorrei (che si facesse sentire attraverso la mia voce), far parlare forte tanto quanto gli uomini.

Le basta dire una parola per dominare senza fatica tutto il resto.

Si capisce che non mi devo preoccupare molto del mio posto in mezzo ai poeti, in mezzo agli uomini: non si tratta di questo.

È l’armadio che alla fine vuole parlare: tutto qua.

E voi…

Voi siete qui, tutti intorno a me – oggi voi alberi, ciottoli di questo frutteto, nuvole del cielo, meravigliosa natura morta, armonia senza obiezioni possibili.

Voi siete qui.

Siete proprio qui!

Indiscutibilmente. In piedi o sdraiati, morti o vivi, forti, presenti.

È agli uomini che stiamo per parlare.

Prenderemo in prestito le loro voci, le loro parole. Parliamo! Parlate! Io sono il vostro interprete. Dite quello che avete da dire. Dite semplicemente chi siete.

Forza, raccontatelo a me.

Siete soltanto voi che mi interessate.

A voi consacro per intero la mia vita, le mie parole.

È da tanto che si sono esercitate a farlo, fin da quando ero giovane.

 

 

traduzione di Michele Zaffarano

Angèle Paoli – Il Leone degli Abruzzi

http://terresdefemmes.blogs.com/mon_weblog/le-lion-des-abruzzes-chez-cousu-main.html


 

Il  Leone degli Abruzzi

 

I

Lei
aveva dimenticato tutto
di quel giorno
tutto o quasi
Ed era febbraio
il tempo delle febbri
fredde
delle luci
filanti
che filtrano tra le dita nude
dei platani
era il tempo del Tevere
dello scorrere d’acque
brumose
sugli argini
era il tempo
dei giorni brevi
in cui percorrere le vie
della città
urta  ai limiti
della notte
presto scesa
era il tempo
della cantina
di Largo Argentina
a due passi dal Foro
di Cesare assassinato
“tu quoque mi fili”
parole di morte

risuonano in gola
Cesare assassinato vacilla
sotto la lama affilata
che lacera il cuore
E non restano
che gatti erranti
su un campo di rovine
e frammenti smembrati
di colonne distese
che nessuno
interroga più

Era il tempo
delle deambulazioni
nel passato distrutto
della città in inverno.

.

II

.
Una sera
una sera di nera notte
senza luna  la cantina
sembrò tutt’altro
appena socchiusa
la porta
subito richiusa
sulle nozze festose
si riaprì su loro tre
pregandoli di entrare
e d’accomodarsi
Restarono immobili
sulla soglia
indecisi
ma la voce pressante
li invitò
tra gli ospiti
presero posto
al grande tavolo
apparecchiato  a festa

Come ospiti d’onore
occupavano il centro
attorniati da volti
accorti
ridendo e parlando ad alta voce
per celebrare
il fiero festino
di una notte di nozze.

III

C’erano
tonache nere
e cornette bianche
gioia soprattutto
e buonumore
si mangiava e rideva
 si rideva e beveva
e tutto scorreva a fiotti
le risa e i vini
anche la musica
riempì la grande sala
 e ognuno si alzò
per seguire
i musicisti
in sarabanda
pesanti velluti
e scarponi
da campo
cappelli
delle montagne
incise dai venti
mandolini e vielle
trictrac tamburelli
pifferi e flauti.

Cornette e tonache
s’univano
non formando
che un unico uccello
del tempo

 

IV

 
La cornetta era bella 
bella ma nera 
grande uccello bianco 
vibrante 
d’ampie ali 
pronto a involarsi 
una mano sollevò 
alto
il plissé dell’abito 
scoprendo 
una coscia audace 
inguainata di nero 
nella rete a losanghe 
salendo in alto 
fino alla giarrettiera 
dove sanguinava scarlatta 
una rosa splendente 
posta
ai confini eburnei 
della carne

 

Invitata dalla tonaca 
lunga 
lunga e nera 
la cornetta indiavolata 
si alza
inarcandosi snella 
un lembo di abito cadde 
poi un altro ancora 
scoprendo 
una gonna stretta  
sulla coscia inguainata 
di nero 
e la rosa scarlatta 
sempre  ancorata
come un cuore
aperto 
alla rete 
satinata di nero 
e grondante 
petali  di sangue

 

Lei 

 

volteggiava
ritmando il saltarello 
a tre tempi busto offerto 
seni tesi 
sotto la velatura 
fianchi inarcati in attesa 
di un invito segreto 
e l’Eros fluiva
diffondendo onde 
di piacere 
ammalianti onde 
di flussi insospettati 
e i tacchi sbattevano 
decisi e ribelli  
firmavano il rifiuto 
della bella a cedere 
alle leggi selvagge 
del desiderio.

 

 

Lei

 

Abbagliata
seguiva con lo sguardo
l’ uccello della notte
scossa da brividi
assorta
nella precisione
di gesti e posture
un cavaliere si offrì
s’impossessò
del suo sguardo
e poi delle sue spalle
lei
turbata tentò
di sottrarsi ma
portata
verso il centro
dentro al cerchio
lei
arrischiò un passo
poi un altro
presa
nel turbinio nero
del ritmo degli Abruzzi 

 

Il Leone di montagna
guardiano del suo mistero
presidiava
a questa notte esaltante
dove il suo corpo sedotto
si lasciò abbracciare
e guidare e trasportare
nei voli
delle parole
e delle figure. 

 

Lei

era entrata senza effrazione
in una notte
vibrante di verità
s
otto le sue maschere esclusive
una notte
di carnevale romano
c
he la rigetta
nel mattino nascente
ebbra di stanchezza e di risa
ancora titubante dei voli
dell’ultimo saltarello
nelle vie inebetite
di Largo Argentina
biancore smorto
di un’aurora svuotata
della sua sostanza livida.

Poco lontano
tra le colonne spezzate
e i gatti addormentati
planava sul Foro
l’ombra ancora calda
del sangue rappreso
di Cesare
assassinato. 

 

 traduzione di Rita R. Florit

 

 ***

 

Angèle Paoli  è nata a Bastia, ha insegnato letteratura francese e italiano in Piccardia.
Oggi vive nell’ Alta Corsica. Dal 2004 anima la rivista  letteraria on line “Terres des femmes” dove redige una rubrica di critica letteraria.
Nel 2013 ha vinto il  « Premio Aristote » per la critica poetica.

Ha pubblicato:
À l’aplomb du mur blanc (livre d’artiste, éd. Les Aresquiers, 2008),

Lalla ou le chant des sables, récit-poème (éd. Terres de femmes, 2008. Préface de Cécile Oumhani),
Corps y es-tu ? (livre d’artiste, éd. Les Aresquiers, 2009),
Le Lion des Abruzzes (récit-poème, éd. Cousu Main, 2009),
Carnets de marche (éd. du Petit Pois, 2010),
Camaïeux (livre d’artiste, éd. Les Aresquiers, 2010),
Solitude des seuils (livre d’artiste, gravure de Marc Pessin sur un dessin de Patrick Navaï, éd. Le Verbe et L’Empreinte, 2011),
La Figue (livre d’artiste, Dom et Jean Paul Ruiz, 2012. Préface de Denise Le Dantec),
 Solitude des seuils (éd. Colonna, 2012. Liminaire de Jean-Louis Giovannoni).
De l’autre côté, aux éditions du Petit Pois.

Opere in collaborazione

Philippe Jambert (photos) et Angèle Paoli (textes), Aux portes de l’île, éd. Galéa, 2011 ;
Angèle Paoli et Paul-François Paoli, Les Romans de la Corse, éd. du Rocher, 2012 ;
Pas d’ici, pas d’ailleurs (anthologie francophone de voix féminines contemporaines) (poèmes réunis par Sabine Huynh, Andrée Lacelle, Angèle Paoli et Aurélie Tourniaire – en partenariat avec Terres de femmes), éd. Voix d’encre, 2012.
In corso di pubblicazione: Philippe Jambert (photos) et Angèle Paoli (textes), Fontaines de Corse, éd. Galéa.

Angèle Paoli è presente in anthologie e opere colletive nelle riviste Pas Pas, Faire-Part, Poezibao, Europe, Siècle 21, La Revue des Archers, NU(e), Semicerchio, Thauma, Les Carnets d’Eucharis, DiptYque n°1 et n° 2, Le Quai des Lettres, Décharge, Mouvances, PLS (Place de la Sorbonne), Diérèse.

Ponge | Zaffarano | Nioque de l’avant-printemps, ovvero Cognizione del periodo che annuncia la primavera | benwayseries

copertina-it-fr

http://benwayseries.wordpress.com/2013/11/25/francis-ponge-nioque-de-lavant-printemps-ovvero-cognizione-del-periodo-che-annuncia-la-primavera-nioque-de-lavant-printemps-benway-series-4/

Ghérasim Luca – Vie nue

gherasimluca

[testo inedito proveniente dal fondo Ghérasim Luca della Bibliothèque littéraire Jacques Doucet, pubblicato in “Fusées n° 7”]

à

Vie nue

Vie nue

nulle vide

nulle vide divine

vide divine vide

vide nul

nu vide

nu vide

le nu et le vide

une nuée de nus vides

nudité et nullité vides

l’idée vide

idée nue et vide

le nu évite le vide

 à

Vita nuda

n

Vita nuda

nulla vuota

nulla vuota divina

vuota divina vuota

vuoto nullo

nudo vuoto

nudo vuoto

il nudo e il vuoto

una nube di nudi vuoti

nudità e nullità vuote

l’idea vuota

idea nuda e vuota

il nudo evita il vuoto

:

trad. a.riponi e rr.florit

,

b

Raymond Farina – Poèmes da ‘Eclats de vivre’

Tre poesie tratte dall’ultima raccolta edita di Raymond Farina “Éclats de vivre”, tradotte da Rita R. Florit.

 

*

 

Buio e luce antinomie dell’essere, sostanza pensante. Silice in festa della terra, schermo palpitante del cielo.   

In questi versi di Raymond Farina risuona l’atmosfera calcinata delle grida annientanti di Joyce Mansour, nomi che chiamano i propri morti, carnai brulicanti al sole, radici che si abbeverano alla preghiera dei defunti, distese lancinanti di dolore versato, crimini senza redenzione, sonni spaventati.

Appelle-moi par mon dernier nom/ Accroche mes vêtements aux planètes aux étoiles/Que mes jambes sans issue marchent sur la terre/En semant mon désespoir dans les cœurs des animaux /Que mes dernières réponses sonnent comme des glas /Pour appeler les hommes à l’absolution

(Joyce Mansour, Cris)

La poesia chiede risposte a cielo e terra, ai vivi e ai morti, ma l’uomo si rende indifferente per sopravvivere al pensiero della morte.

L’uomo di ieri è retaggio della storia, col suo coacervo di emozioni passioni nostalgie; l’uomo contemporaneo, senza origine né destinazione, in movimento frenetico, si riduce ad uno ‘stock d’informazioni’, annienta il proprio cervello rettile disinfettando il sogno. L’uomo tecnologico, moderno Faust, non tollera il volto umano fino ad esiliarlo (teledeportarlo)

Questi versi di Farina testimoniano la disfatta della ragione ridotta a codice informatico, ma anche la vitalità del pensiero poetante.

 

*

 

Da Éclats de vivre / Raymond Farina

 

 

               I

 

 

Chairs en festons

au grand soleil

charniers que hument

lunes & vents

fumées

que happe le néant

 

Sorts que lâche le noir

Morts que mâche la terre

si près du ciel des radicelles

qui boivent leur prière

 

Sommeil effrayé

sur les seuils

Portes forcées

 

Pires que loups

& bien moins qu’hommes :

ceux qui égorgent

& qui éventrent

tout ce qui dans l’ombre respire

 

Afflux de fange dans leur cœur

fleuve de sang dans leur sillage

thrène des mères qui devient

cette ample douleur animale

cette haine infinie

où les noms perdent leur soleil

 

 

*

 

Carni esposte

in pieno sole

lune e venti

fiutano carnai

il nulla ghermisce

fumi

 

Il buio emana sortilegi

la terra mastica morti

vicino al cielo delle radichette

che bevono la loro preghiera

 

Sonno spaventato

sulle soglie

Porte forzate

 

Peggio che lupi

meno che uomini:

chi sgozza

chi sventra

quel che respira nell’ombra

 

Afflusso di fango nel loro cuore

fiume di sangue sulla loro scia

trenodia delle madri diventa

dilagante dolore animale

odio infinito

dove i nomi rovinano il loro sole

 

**

 

 

                                                    II

 

 

Effacée toute frontière

entre les vivants et les morts

Plus terrible encore la distance

entre ceux qui n’appellent plus

& ceux qui espèrent l’appel

Ce chaos de corps disloqués

ce vaste remous anonyme

où chaque nom cherche son mort

 

Deux ciels semblables

Deux ciels pesants

Sans signes ni promesses

Tous ces pauvres spectres exsangues

riant d’un double rire atroce

-deux fois morts deux fois silencieux-

dans les paysages du drame

 

& l’horrible est de ne savoir

de quel monde est le disparu

& si durera son absence

bien au-delà de notre attente

quand l’absence nous aura pris

 

& l’horrible est que malgré tout

on boit calmement son café

avec cette peur qui nous sauve

-comme pourrait le faire un ange-

ou l’apparente indifférence

sans laquelle on ne pourrait vivre

 

 

*

 

Cancellata ogni frontiera

tra vivi e morti

distanza ancora più terribile

tra chi non chiama più

e chi aspetta la chiamata

Caos di corpi smembrati

vasto vortice anonimo

dove tutti i nomi cercano il proprio morto

 

Due cieli paralleli

Due cieli pesanti

senza segni né promesse

Poveri spettri esangui

ridono d’un doppio riso atroce

–morti due volte due volte silenziosi–

sulla scena del dramma

 

Terribile è non sapere

di che mondo è lo scomparso

e se durerà la sua assenza

al di là della nostra attesa

quando l’assenza ci prenderà

 

Terribile è malgrado tutto

bere con calma il caffè

con questa paura che ci salva

–come farebbe un angelo–

o l’apparente indifferenza

senza cui non si può vivere

 

**

 

                                                             III

 

 

 

Hier encore

substance pensante

malgré le bruit

& les idoles

âme bruissantes d’états d’âme

d’émotions byzantines

de nostalgies tziganes

cellules rebelles

à l’analyse

 

& maintenant

petit ballot énorme stock

d’informations

-elle est morte la ritournelle-

 

simples particules

en partance

d’un lieu sans gares

& sans navires

d’un vaste blanc clinique

où l’on désinfecte le songe

 

états quantiques

infimes photons frères

jumeaux privés

de leur substance

dans leur trajectoire équivoque

 

Chacun va vers son pôle

ou vers sa galaxie

& aucun n’ose contrarier

ce frénétique Faust

jubilant de téléporter

télédéporter  proprement

-sans fumées & sans feux-

ceux qui ont encore

un visage

 

*

 

Solo ieri

sostanza pensante

malgrado il rumore

e gli idoli

anima frusciante di stati d’animo

emozioni bizantine

nostalgie zigane

cellule ribelli

all’analisi

 

Ora

pacchetto stock enorme

d’informazioni

–storia finita –

                   

particelle elementari

si muovono

da un luogo senza stazioni

e senza navi

vasto bianco clinico

dove disinfettare il sogno

 

stati quantici

infimi fotoni fratelli

gemelli privati

della loro sostanza

in traiettoria equivoca

 

Ognuno verso il suo polo

verso la sua galassia

nessuno osa contrariare

un frenetico Faust giubilante

di teleportare

propriamente teledeportare

–senza fuoco e fumo–

quelli che hanno ancora

un volto

 

[Raymond Farina, Éclats de vivre, Dumerchez 2006]

 

***

 

Raymond Farina è nato ad Algeri nel 1940. Vissuto inoltre in Centrafricana Rep., Algeria, Marocco,  Francia ed ora risiede a St Denis de la Réunion ( Isola di Réunion ). Laureato in Filosofia all’Università di Nancy (Francia).

 

Raccolte poetiche :

“La prison du ciel” (1980),  “Les lettres de l’origine (1981), “Archives du sable”  (1982), “Fragments d’Ithaque” (1984), “Pays” (1984), “Le moineau d’Alexandrie” (1984), “Virgilianes” (1986), “Anecdotes”  (1988), “Epitola posthumus”(1990),”Anachronique”(1991), “Sambela”(1993),”Ces liens si fragiles » (1995),”Exercices”  (2000),« Italiques »(2003) –Riedizione ( ebook) : La Dimora del tempo sospeso,  Quaderni di traduzioni  IX,  2011, http://rebstein.files.wordpress.com, «Fantaisies»  ( 2005 ), « Une colombe une autre »  ( 2006 ), «Eclats de vivre» (2006).

 

Suoi testi sono apparsi su varie riviste, quali :”Alora”(Malaga, 2002, n°17),”Andar21” (janvier 2012), “Archipel”(Antwerpen, 1999 , n°13) , “Arpa” (Clermont-Ferrand, 2002 , n°78 ) , “Bumerangue”  (Guimaraes , 1998 , n°4)   “Chelsea”  (Nuova York, 1998, n°65 & 2000 , n°68 ), “Création” (Parigi, tome XIX. ), “Ecriture”  (Losanna, 1997, n°49) ,”Euphorion” (Sibiu, 2009), “Europe” (Parigi, 1997, n°817), “Fili d’aquilone” (2011,n°23), “Hyria” (Napoli, 1998,n°81),”International Poetry Review”  (Greensboro, 2002 , Volume XXVIII, n°1), “L’area di Broca” ( Firenze, 1998-1999, n°68-69  ) , “La NRF” (Parigi , n°327), “La Revue de Belles Lettres” (Ginevra ,  n°3-4/2008) “L’immaginazione”  (Lecce, 1999, n°156 ) ,”Les Carnets d’eucharis”(2011, n°30),”Les Citadelles” (Parigi, 2010),  «Les Ecrits » (  Montréal, 2008) , “Le Journal des Poètes” (Bruxelles, n°1/2004 ) , “Lieux d’Etre”   (Marcq en Baroeul, 2006-2007, n°43 ), Linea  (Paris, 2005, n°4), “Lo Specchio” (Torino, 1998, n°105 ), “Pagine” (Roma, 2007,  n°52 ), “Poesia por Ejemplo”  (Madrid , 1998-1999, n°10 ),”Po&sie” (Parigi , 2002 , n°99), “Poésie 97″  (Parigi, n°70) ,”Poémonde”  (Parigi , n°6-7 ), “Poésie 1”, (  Parigi , n°130 ), “Rabenflug”, (  Wiesbaden , 1999, n°16 ), “Sagarana”( n°12 ), “Saudade” (Amarante, 2002 , n°3  ), “The Prague Revue” (Praga , 2000 , n°7  ),”Semicerchio” ( Firenze, 2003, n°XXVIII),”Steaua” (Bucarest ,2000 , n°624), “Tratti”( Faenza , 2005 , n°68 ), “Tomis” (Constanta , 1998 ,  n°332 ) , “Vagabondages”  ( Parigi , n°38)  , “Caffè Michelangiolo”   (Firenze, 2011 , Anno XVI, n°1,2011 ), “Turia” ( Teruel, 2002, n°59-60), «Le Coin de Table», La Maison de Poésie(Parigi, 2008, n°36 ), «The Hampden-Sydney Poetry Review» (Hampden-Sydney, Virginia, 2008).

 

 

Traduzioni : Vincenzo Anania, Sophia de Mello Breyner Andresen, Antonella Anedda, Louis Armand, Peter Boyle,Maria Victoria Atencia,Mariella Bettarini, Peter Boyle, Fiama Hasse Pais Brandao,Casimiro de Brito,Ciaran Carson, Viviane Ciampi,  Emilio Coco, Luis Alberto de Cuenca E.ECummings, Gianni d’Elia, Susanne Dubroff , Galway Kinnell, Louise Glück, Margherita Guidacci , Kevin Hart, Clara Janés Nuno Judice Judice,  Flavio Ermini ,  Vivian Lamarque , Rosa Lentini , Denise Levertov,  Piera Mattei, Heather  McHugh , Derek Mahon ,Valerio Magrelli, Francesco Marotta, W S Merwin, Eugene O’Neill, Ana Maria Navales, Carlos Nejar, Antonio  Osorio, José  Luis  Reina Palazon, Linda Pastan, Ezra Pound, Giovanni Raboni ,  Tiziano  Rossi,  Jerome  Rothenberg, Theodor  Roethke , Vittorio Sereni,  Jaime Siles, Wallace Stevens, Joë Wenderoth, Andrea Zanzotto, Bruno Zambianchi , pubblicati sulle riviste: “Action poétique”(Parigi), “Archipel”(Antwerpen), “Arpa”(Clermont-Ferrand), «Diérèse» (Ozoir la Ferrière),”Europe”(Parigi),”La Barbacane” (Fumel),”La Revue de Belles-Lettres”(Ginevra), «Le cri d’os» (Parigi), “Le Nouveau Recueil” (Mareil sur Mauldre), “Le Journal des Poètes” (Bruxelles), “Les Cahiers de Poésie-Rencontre”(Lyon), «Les Carnets d’eucharis», “Lieux d’Etre”(Marcq en Baroeul), “Po&sie” (Parigi) , “Poetry Ireland Review” (Dublino) , “Testo a Fronte” (Milano).

 

 

 

 

 

 

 

Liliane Giraudon – La Poétesse. Homobiographie

La Poétesse porte dans son titre la trace d’un féminin dégradé. En séries de proses précipitées, on peut dire que ce livre aborde la question du sexe des livres comme de ceux qui les ouvrent. Il s’agit de voir la poésie comme objet accidenté. L’héroïne Poétesse note au jour le jour les événements qui se présentent. Un soir elle décide d’étrangler sa sœur jumelle. Elle achète une corde mais sa sœur est déjà morte. Pasolini lui rappelle qu’il était populiste comme Boulgakhov se disait mystique à la cour de Staline. Des événements se succèdent. C’est assez simple. Tout travail sur soi-même est un travail sur le langage et par conséquent sur le bien commun. Quelqu’un dit : « Ma guerre se nourrit d’une guerre, je dois essuyer un féminin terrible. »
Un livre violent, souvent drôle et qui ne sépare pas l’écriture du poème de l’exercice de vivre.

http://www.pol-editeur.com/

Ogni lavoro su di sé è un lavoro sul linguaggio e di conseguenza su un bene comune.

Un libro violento, ma anche divertente e che non separa la scrittura della poesia dall’esercizio del vivere.

*

La Poetessa

La Poeta ha indossato a fine

giornata una vecchia camicia del

padre morto. Calda e morbida.

Pioveva. D’improvviso freddo.

Ha colto gli ultimi

pomodori maturi (odore acre e

nelle mani la traccia nera

vischiosa). Mele cadute

poi le pere gialle questa volta

pendono. Il fantasma del

padre nella cantina, poi vicino agli

alberi. Per quanto tempo

ancora apparirà. È la

domanda che si pone.

Lei (intendete sempre «La

Poeta») annota che ha ritrovato

una poesia di Adilia Lopez.

Adilia Lopez è un altro poeta

del suo stesso sesso e che la

poeta ama. La poesia ritrovata

è una poesia che parla di rose.

Di rose ticchiolate. Le rose

macchiate di ruggine hanno

a lungo attirato la poeta.

Aveva l’abitudine di togliere

i petali malati e

metterli a seccare nei libri.

Aveva fatto questo per

anni. La bellezza della

malattia. È questo fascino che

la segnava. Un petalo

malato le sembrava più

interessante degli altri.

Oggi, una macchia di

ruggine sulla biancheria l’attira e

la fa sognare. Vorrebbe conservare

questa biancheria macchiata e fare un

arazzo di ruggine. Sarebbe

come un fregio, con le

pieghe. Lo chiamerebbe «nastro

di ruggine». O «Gonna rugginosa».

Sotto l’arazzo un flacone. Posato

a terra. Acqua scarlatta. (Toglie le

macchie di ruggine da tutti i

tessuti. Senza sciuparli.)

La Poeta s’è alzata alle cinque.

Che orrore. Ha

attraversato la città nel buio,

totalmente disperata al

solo pensiero di doversi «guadagnare la

vita». Nella luce dei fari

si ripeteva: «Sei vile.

Sei senza coraggio.» Per

consolarsi la Poeta canta

«Charlotte cocotte / Qu’est-ce

que tu fais là ? / Je cire les

bottes / De mon petit chat»

Sempre la stessa. La Poeta ha

finalmente terminato la prima

versione del film. I 12 minuti.

Riletta oggi, non la

convince. Ma non avrà il

tempo di rivederla. Ha finito anche

la prima grande serie dei

numeri disegnati. Ora

comincia quella con l’inchiostro e

i gessi. Dice: «Mi

sono soffiata il naso almeno

cinquanta volte.»

La Poeta constata che Metodo

significa proprio violenza fatta all’

abitudine al rilassamento.

Ieri ha deciso d’interrompere la sua

vita alimentare il 13 aprile. Ha

capito che sarebbe stata

liberata da questa galera.

Il seminario di traduzione si è

svolto magnificamente. Una 

zuppa di cavolo di cadaveri sarà

il titolo per il Klebnikhov. La

Poeta traduce in lingue

che non conosce. Ma

non lo fa mai da sola.

[…]

 

Ieri ha riletto due lettere di

Benjamin a Gerhard Scholem.

S’interroga sul modo in cui

l’autore dello Zohar concepisce le

articolazioni fonetiche e i

segni grafici come

depositari di rapporti cosmici.

Dice altrove: «Spesso

sogno di libri esplosi.»

[…]

Ieri La Poeta ha pensato a

Marsiglia. Marsiglia, la città dove

dorme. Si diceva: «Dormi

vicino a un continente liquido

i cui argini sono solidi e

le popolazioni nomadi almeno

dal paleolitico. Trovava

questo piuttosto confortante.

[…]

tr. it. rita florit / alfredo riponi

*

La Poétesse

La Poète a revêtu en fin de

journée une vieille chemise du

père mort. Chaude et douce. Il

pleuvait. Brusquement froid.

Elle a cueilli les dernières

tomates mûres (odeurs aigres et

dans les mains cette trace noire

un peu colle). Pommes au sol

puis les poires jaunes cette fois

dans l’arbre. Le fantôme du

père dans la cave, puis près des

arbres. Combien de temps

demeurera-t-il visible. C’est la

question qu’elle se pose.

Elle (entendez toujours « La

Poète ») note qu’elle a retrouvé

un poème d’Adilia Lopez.

Adilia Lopez est un autre poète

du même sexe qu’elle et que la

poète aime. Ce poème retrouvé

est un poème qui parle de roses.

De roses tachées. Les roses

tachées de rouille ont

longtemps intrigué la poète.

Elle avait l’habitude de prélever

les pétales malades et de les

mettre à sécher dans des livres.

Avait fait ça pendant des

années. La beauté de la

maladie. C’est ce charme qui

pesait sur elle. Un pétale

malade lui semblait plus

intéressant que les autres.

Aujourd’hui, une tache de

rouille sur du linge l’intrigue et

la fait rêver. Elle voudrait garder

tous ces linges tachés et faire au

mur un tapis de rouille. Ce

serait comme une frise, avec des

plis. Elle appellerait ça « ruban

de rouille ». Ou « Jupe rouillée ».

En bas du tapis un flacon. Posé

au sol. Eau écarlate. (Enlève les

taches de rouille sur tous les

tissus. Sans les abîmer.)

La Poète s’est levée à cinq

heures. C’était horrible. Elle a

traversé la ville dans le noir,

complètement désespérée à la

simple idée d’avoir à « gagner sa

vie ». Dans le feu des phares elle

se répétait : «Tu es lâche. Tu

n’as aucun courage. » Pour se

consoler la Poète chante

« Charlotte cocotte / Qu’est-ce

que tu fais là ? / Je cire les

bottes / De mon petit chat »

Encore la même. La Poète a

enfin terminé la première

version du film. Les 12 minutes.

Relu aujourd’hui, un peu

sceptique. Mais n’aura pas le

temps de refaire. A terminé aussi

la première grande série des

numéros dessinés. Maintenant

commence celle avec l’encre et

les craies épaisses. Elle dit : « Je

me suis mouchée au moins

cinquante fois. »

La Poète vérifie que Méthode

signifie bien violence faite aux

habitudes de relâchement.

Hier elle a décidé d’arrêter sa

vie alimentaire le 13 avril. Elle a

compris qu’elle allait être

libérée d’un petit bagne.

L’atelier de traduction s’est

magnifiquement déroulé. Une

soupe aux choux de cadavres sera

le titre pour le Klebnikhov. La

Poète traduit dans des langues

qu’elle ne connaît pas. Mais elle

ne fait jamais ça seule.

[…]

Hier elle a relu deux lettres de

Benjamin à Gerhard Scholem.

Il s’y interroge sur la façon dont

l’auteur du Zohar conçoit les

articulations phonétiques et les

signes graphiques comme

dépôts de rapports cosmiques.

Il dit plus loin : « Souvent je

rêve de livres éclatés. »

[…]

Hier La Poète a pensé à

Marseille. Marseille, la ville où

elle dort. Elle se disait : «Tu dors

prés d’un continent liquide

dont les berges sont solides et

les populations nomades depuis

au moins le paléolithique. » Elle

trouvait ça plutôt réconfortant.

[…]

da : http://www.pol-editeur.com/index.php?spec=auteur&numauteur=86

*

Liliane Giraudon

Née en 1946 Liliane Giraudon vit à Marseille. Son travail d’écriture, situé entre prose (la prose n’existe pas) et poème (un poème n’est jamais seul) semble une traversée des genres. Entre ce qu’elle nomme « littérature de combat » et « littérature de poubelle », ses livres, publiés pour l’essentiel aux éditions P.O.L dressent un spectre accidenté. A son travail de « revuiste » (Banana Split, Action Poétique, If…) s’ajoute une pratique de la lecture publique et de ce qu’elle appelle son « écriredessiner » (tracts, livres d’artiste, expositions, ateliers de traduction, feuilletons, théâtre, actions minuscules)…

« Une existence tordue » pourrait être le titre de son laboratoire d’écriture où circulent des voix.

Bibliographie

Participe à diverses aventures de revues
Action Poétique. Banana Split (1980-1990).Impressions du sud. La Nouvelle B.S. Co dirige la revue If et l’Atelier de traduction « Les comptoirs » (collection aux Ed. Al Dante)
Membre du quatuor Manicle et de la Cosmetic Compagny.
Livres d’artistes.
Carnets et cahiers de dessins ( galerie Meyer Marseille. V.A.C Ventabren, Galerie du Tableau Marseille, l’Atelier Cinq Arles)
Cinépoème avec Akram Zaatazi “Les Arabes aiment les chats”

Lectures publiques. Traductions. Textes critiques. Théâtre. Tracts. Travaux invisibles.
Depuis 2010, création d’un petit laboratoire vocal avec Robert Cantarella.

 

Parmi les publications
– Some postcards about CRJ and other cards (avec JJ. Viton) Spectres Familiers, 1984
– La nuit, P.O.L, 1985
– Divagation des chiens, P.O.L 1988
– Pallaksch, Pallaksch, P.O.L, 1990 (prix Maupassant de la nouvelle)
– 29 femmes. Poésie en France depuis 1960, Anthologie (avec H.Deluy) . Stock.1994
– Les animaux font toujours l’amour de la même manière, P.O.L 1995
– Parking des filles, 1998
– Homobiographie (avec la cosmetic company) Farrago, 2000
– Sker (avec la cosmetic company) P.O.L, 2002
– La fiancée de Makhno (avec la cosmetic company), P.O.L, 2004
– L’onanisme d’Hamlet, Les Cahiers de la Seine 2004
– Carnet de nuit à Reykjavik, Fidel Anthelme X. 2004
– Les talibans n’aiment pas la fiction, Inventaire/Invention 2005
– Greffes de spectre, POL, 2005
– Marquise vos beaux yeux, avec Michelle Grangaud + Josée Lapeyrère + Anne Portugal, ed. Le bleu du ciel (collection Biennale des Poètes), 2005
– Le rasoir de Borges, opérette.avec C.Chemin et JJ. Viton. IF27+1 2006
– Marseille-postcards avec JJ. Viton Le Bleu du ciel 2006
– Feuilleton sur le site d’Inventaire/Inventions “Biographies” avec des dessins de C Chemin
– Mes bien-aimé(e)s, avec Christophe Chemin, ed. Inventaire/invention, 2007
– La vraie vie d’Angeline Chabert après sa mort, Les oublis, 2007
– La poétesse, (homographie), ed. POL, 2009
– Hôtel, avec JJ Viton photographies B. Plossu. Ed Argol 2009
– Vous mettrez ça sur la note, avec JJ Viton et B.Plasse. Ed. Diem Perdidi, 2009
– A3 (avec H. Deluy et J.J. Viton) éditions öö/Action Poétique, 2009
– Biogres, éditions Ritournelles/Malagar, 2009
– L’Omelette rouge, POL, 2011

da: http://www.m-e-l.fr/liliane-giraudon,ec,114

Pierre Jean Jouve – Fin du monde

Le poète a toujours

au cœur d’immenses murs

couverts de signes

quand les villes partout

voient crouler leur amour

sous toi dispensateur

de déserts. Il verra

s’effacer tous les signes

Tu ne veux à ces murs

que la légère odeur

du vide et la douleur

qui sépare à jamais

être néant et signe.

 

*

 

Dentro sé il poeta ha sempre

muri immensi

coperti di segni

mentre le città dovunque

vedono crollare il loro amore

sotto il tuo potere dispensatore

di deserti. Vedrà

cancellarsi ogni segno

Tu non vuoi di questi muri

che il leggero odore

del vuoto e il dolore

che separa per sempre

essere nulla e segno.

 traduzione Rita R. Florit  e Alfredo Riponi

*

Queste mura interiori del poeta, coperte di segni che poi si cancellano, perché “Tu” (Dio?) vuole solo conservare di queste mura l’odore del vuoto, “l’odore dell’argine negli occhi”…, c’è questo iato tra essere, nulla e segno, odore del vuoto, dolore della separazione tra segno e senso. Ci sono i riferimenti biblici al crollo delle mura di Gerico e Gerusalemme, questa visione apocalittica da “fine del mondo”. Il crollo delle mura delle città è quello del culto che viene loro reso. Della “Nuova Gerusalemme” descritta nell’Apocalisse è detto che “le sue porte non verranno mai chiuse; resteranno aperte tutto il giorno, e non ci sarà mai notte”. Il poeta si rivolge a Dio e il suo è un dio biblico, più ebraico che cristiano, un dispensatore di deserti che ricorda l’Adonai, signore degli eserciti, un dio guerriero che schiaccia i suoi nemici e distrugge le città, metafora anche della Guerra che è stata un fantasma potente per Jouve, questa poesia è del ’47, gli echi della guerra non sono del tutto spenti ….

(a.r – r.r.f.)

.

Joyce Mansour – RAPACES

Je nagerai vers toi
A travers l’espace profond
Sans frontière
Acide comme un bouton de rose
Je te trouverai homme sans frein
Maigre englouti dans l’ordure
Saint de la dernière heure
Et tu feras de moi ton lit et ton pain
Ta Jérusalem
  

*

 

Nuoterò verso te
Attraverso lo spazio profondo
Sconfinato
Acida come un bocciolo di rosa
Ti troverò uomo senza freno
Magro sommerso dal fango
Santo dell’ultima ora
E tu farai di me il tuo letto e il tuo pane
La tua Gerusalemme

 

 

**

 

 

L’odeur de la justice
L’odeur de la patience surhumaine
Des bêtes rayées derrière les barreaux
De la chance
L’odeur de la peur
L’odeur des excréments qu’on étendre sur les tombeaux
Des pauvres gens
La ménagerie de la police
La cruauté des enfants
Et cette odeur complexe qu’est la liberté
Mélange d’ammoniaque
De mélasse
Et de transpiration

 

*

 

L’odore della giustizia
L’odore della pazienza sovrumana
Delle bestie striate dietro le sbarre
Della fortuna
L’odore della paura
L’odore degli escrementi che si sparge sulle tombe
Della povera gente
Il serraglio della polizia
La crudeltà dei bambini
E l’odore complesso della libertà
Miscuglio d’ammoniaca
Di melassa
E di sudore

 

Joyce Mansour, Rapaces
trad. Rita R. Florit

 

.

G.B

G. B.

 

à Giorgio Bevignani

 

 

Réticulaire et tentateur

tapisser le vide ou l’obscur

 

consteller de pigments bourlingueurs

la poutre rugissante

 

Serve et maîtresse en la demeure

elle obtempère à la couleur

dépèce et pèse un arc-en-ciel

au fil des jours d’acier

 

Jouer d’un orgue à lumignons

tendus de l’aube au crépuscule

 

attendre au centre de la toile

la nuit phosphorescente

 

Tête à terre

endiguer la matière

amasser pépite et caillot

 

presser la veine en ses extrêmes

où l’agonie est renaissance

 

Y rouge voir à bout portant

battant pulsation souveraine

 

rompre le fil au labyrinthe

 

se lover nimbe et limbes

 

Ou s’élancer

d’un coup d’aile et de cire

vers un soleil exorbitant

 

déjouant le mythe et l’à-pic

réguler mer hémorragique

 

Or retrouver

le bleu des origines

en l’atelier voisin des thermes

 

sous l’architecte un alchimiste

caresse abysse et cime

Benoît Gréan, 2011

G.B.

 

à Giorgio Bevignani

 

 

Reticolare e tentatore

tappezzare il vuoto o l’oscuro

 

costellare di pigmenti vaganti

la trave ruggente

 

Serva e padrona nella casa

ottempera al colore

smembra e pesa un arcobaleno

col passare dei giorni d’acciaio

 

Suonare un organo a lumicini

tesi dall’alba al crepuscolo

 

attendere al centro della tela

la notte fosforescente

 

A tu per tu con la terra

arginare la materia

ammassare pepita e coagulo

 

premere la vena nei suoi estremi

dove l’agonia è rinascita

 

Rosso vederci a bruciapelo

battendo pulsazione sovrana

 

spezzare il filo al labirinto

 


arrotolarsi  nimbo  e limbo

 

O slanciarsi

 d’ala e di cera

verso un sole esorbitante

 

sventando il mito e l’a picco

regolare mare emorragico

 

Ora ritrovare

il blu delle origini

nello studio  vicino alle terme

 

Sotto l’architetto un alchimista

carezza abisso e cima

 

traduzione di Rita R. Florit

Jacques Derrida – La carte postale

ENVOIS

Le 3 juin 1977.

et toi, dis moi
j’aime toutes mes appellations de toi et alors nous n’aurions qu’une lèvre, une seule pour tout dire
de l’hébreu il traduit « langue », si l’on peut appeler cela traduire, par lèvre. Ils voulaient s’élever sublimement pour imposer leur lèvre, l’unique, à l’univers. Babel, le père, en donnant son nom de confusion, multiplia les lèvres, et c’est pourquoi nous sommes séparés et que moi je meurs à l’instant, je meurs d’envie de t’embrasser de notre lèvre la seule que je veuille entendre

© Flammarion, 1980

 ***

e tu, dimmi
amo tutti i nomi con cui ti chiamo e allora avremmo un solo labbro, uno solo per dire tutto
dall’ebraico traduce « lingua », se questo si può chiamare tradurre, con labbro. Volevano elevarsi sublimemente per imporre il loro labbro, l’unico, all’universo. Babel, il padre, dando il suo nome di confusione, moltiplicò le labbra, perciò siamo separati e io ora muoio, muoio dalla voglia di baciarti con la nostra lingua l’unica ch’io voglia ascoltare

traduzione di  Alfredo Riponi

Char Sereni – Due rive ci vogliono

 da « L’âge cassant », 1965

 

 

II

 

En l’état présent du monde, nous étirons une bougie de sang intact au-dessus du réel et nous dormons hors du sommeil.

 

Nel presente stato del mondo,

stendiamo sopra il reale una candela

di sangue illeso e fuori dal sonno

dormiamo.

 

 

*

 

VI

 

Sans l’appui du rivage, ne pas se confier à la mer, mais au vent.

 

Senza appoggio di sponda, affidarsi

Non al mare, ma al vento.

 

 

*

 

 

XL

 

Veuillez me vêtir de tendre neige, ô cieux, qui m’obligez à boire vos larmes.

 

 

Vestitemi di tenera neve,

cieli che mi fate bere

le vostre lacrime.

 

*

 

da « L’effroi la joie », 1969

 

 

Enchemisé dans les violences de sa nuit, le corps de notre vie est pointillé d’une infinité de parcelles lumineuses couteuses. Ah! Quel sérail.

 

 

Avviluppato nelle violenze della sua notte, il corpo della nostra vita è punteggiato da un’infinità di particelle di luce, che costano. Che serraglio è mai questo.

 

*

 

À l’heure où les routes mettent en pièces leur tendre don

 

Se produisait aux premiers âges: feu bien à l’aile, volonté non errante. Félicité des suites? Se représentera. Inaptitude à cette date-ci: nous naissons avec le crépuscule et disparaissons à la nuit.

 

 

Nell’ora che le strade frantumano il loro tenero dono

 

Si produsse nelle età prime: fuoco pieno nell’ala, volontà non dilagante. Felicità dei seguiti? Si riproporrà. A questa data, inadatti: si nasce col crepuscolo, si scompare di notte.

 

 

*

 

Da « Aromates chasseurs II », 1975

 

 

Pontonniers

 

Il faut deux rivages à la vérité: l’un pour notre aller, l’autre pour son retour. Des chemins qui boivent leurs brouillards. Qui gardent intacts nos rires heureux. Qui, brisés, soient encore salvateurs pours nos cadets nageant en eaux glacées.

 

 

Pontieri

 

Due rive ci vogliono per la verità: per la nostra andata, per il nostro ritorno. Strade che bevano le loro nebbie. Che serbino intatte le nostre risate felici. Che, interrotte, ancora salvaguardino i nostri minori a nuoto in acque gelide.

 

 

Da René Char –Vittorio Sereni, Due rive ci vogliono, Donzelli editore 2010

 

 

 

Sull’amicizia Char – Sereni vedi anche
Elisa Donzelli, “Come lenta cometa”, Aragno 2009

 

:

A squarciagola

GHÉRASIM LUCA


Da Le Chant de la carpe, Josè Corti 1986, Soleil Noir 1973


A SQUARCIAGOLA

Accoppiato alla paura

come Dio all’odioso

il collo genera il coltello

e il Tagliatore di teste

sospeso tra la testa e il corpo

come il crimine

tra il grido e il limine


*


Accoppiato alla paura

come il grido al crimine

il collo genera il coltello

e il Tagliatore di teste

sospeso tra la mia testa e il suo corpo

come lo sgozzatore alla gola


*


Accoppiato alla paura

come il fango alla gola

il collo genera il coltello

e il Tagliatore di teste

sospeso tra la sua testa e il mio corpo

come il terrore all’errore


*


Accoppiato alla paura

come il sacro al massacro

il collo genera il coltello

e il Tagliatore di teste

sospeso tra la sua testa e il suo corpo

come il corvo

tra il corno e la voce


*


Accoppiato alla paura

come le lacrime

tra le mie lettere e le sue rime

il collo genera il coltello

e il Tagliatore di teste

sospeso tra la mia testa e il mio corpo

come la vita nel vuoto


*


Accoppiato alla paura

tra la vita e il vuoto

il collo genera il coltello

e il Tagliatore di teste

sospeso tra la testa e il corpo

muore in un debole riso


***

A GORGE DÉNOUÉE


Accouplé à la peur

comme Dieu à l’odieux

le cou engendre le couteau

et le Coupeur de têtes

suspendu entre la tête et le corps

comme le crime

entre le cri et la rime


*


Accouplé à la peur

Comme le cri au crime

le cou engendre le couteau

et le Coupeur de têtes

suspendu entre ma tête et son corps

comme l’égorgeur à la gorge


*


Accouplé à la peur

Comme la boue à la bouche

le cou engendre le couteau

et le Coupeur de têtes

suspendu entre sa tête et mon corps

comme la terreur à l’erreur


*


Accouplé à la peur

comme le sacré au massacre

le cou engendre le couteau

et le Coupeur de têtes

suspendu entre sa tête et son corps

comme le corbeau

entre le cor et le beau


*


Accouplé à la peur

Comme les larmes

Entre mon initiale et ses armes

le cou engendre le couteau

et le Coupeur de têtes

suspendu entre ma tête et mon corps

comme la vie dans le vide


*


Accouplé à la peur

Entre la vie et le vide

le cou engendre le couteau

et le Coupeur de têtes

suspendu entre la tête et le corps

éclate de mou rire


traduzione di Alfredo Riponi e Rita R. Florit


***


Manca un dio, sulla mancanza cresce la poesia, avanza da territori dominati dalla morte, dalla paura. Fantasma del reale. “Tramato di realtà il Mai, ora tornato” (Celan).

“Accoppiato alla paura  / come Dio all’odioso  / il collo genera il coltello”. Se Socrate affronta la morte senza battere ciglio, animo di filosofo o filosofo nell’animo, Abramo è dominato dalla paura di fronte al sacrificio di Isacco.

“Poesia notturna che abbaglia come solo nel buio si può essere accecati… inviolato l’occhio pensa l’oricalco[1] solo il sogno ne concede la visione… e sogno il fuoco oricalco… e penso la fenice, lo stridore e le fiamme…”


*


Note di traduzione

A gorge dénouée, si è scelto di tradurre “a squarciagola” (à tue-tête). Gridare fino a rompere la gola.

« comme le crime / entre le cri et la rime » Rime, rima, limine; tenendo presente l’espressione idiomatica “ni rime ni raison”; “né capo né coda”; si è scelto quindi di tradurre. “come il crimine / tra ilgridoe illimine”

« comme le corbeau / entre le cor et le beau »; si è reso questo gioco di parole con “come il corvo / tra il corno e la voce”

« comme les larmes / entre mon initiale et ses armes » , Luca gioca qui con l’associazione dell’iniziale del suo cognome« l » e « armes », – tra “iniziale” (monogramma) e “armes” (emblema, stemma) – che abbiamo scelto di rendere concome le lacrime / tra le mie lettere e le sue rime” , «lac » sono le tre lettere contenute nel suo cognome e «rime ».

Éclate de mou rire, il verso finaleè giocato sull’assonanza foneticamou rire / mourir; e sintatticamou rire / fou rire (folle riso), riprendendo il titolo“rire à gorge déployée” (ridere a piena gola) ; quindi si è scelto di tradurre“muore in un debole riso”, tenendo presente l’espressione idiomatica italiana“morire dal ridere”.



[1] oricàlco s. m.( pl. -chi) Varietà di bronzo simile all’oro, composta principalmente di rame e di piccole quantità di stagno, piombo e zinco; SIN. Crisocalco.


Carnets de marche

Angèle Paoli da Carnets de Marche
Les Édition du Petit pois, 2010

traduzione  rita r. florit


Pommes de pins rousses éclatées gisant sur les aiguilles le vent
vorace dans les arbres berce ma fureur de l’horizon diffus
monte une odeur ambrée de mousse de résine le torrent vert-
de-gris frissonne soudain proche sous le bois écale pour un peu son
cristal sous la roche

le vent le vent carnivore me flagelle me lave de mes forces noires
me délivre j’aspire respire aspire la hantise du pire me forge une
violence son rire faussement rire mordre tuer mordre cette ardeur-
là aussi la taire pourquoi amour emphase vécu dans la destruction
inédite de soi de l’autre de soi ne rien demander à ne pas cesser de
imaginer sans en finir avec

les chênes-lièges se desquament peau arrachée jusqu’à l’à-vif je
rampe rampe m’égratigne et rampe m’insurge heures vides quel est
ce rien que je lui envie en veux protégé du vent le petit bois de pins
frais bruyère fine et eaux jacassantes mille voix entre les pertuis-
feuillages

abri de folie pourquoi vouloir renoncer à Eros est mort de ses
blessures corps y es-tu corps y es-tu le vent secoue les grand arbres
vaisseaux voilures tressaillent ciel d’eau sous les nuages une vache
surgit ascétique Io venue on ne sait d’où offerte au délaissée par
le vieux gypaète défroqué des fourrés la marine écrin gris-pluie
frissonne sous vents de terre « détruire dit-elle » distruggere.

***


Pigne rosse esplose giacenti su aghi di pino il vento
vorace tra gli alberi culla il mio furore dall’orizzonte diffuso sale un odore ambrato di schiuma di resina il torrente grigio-verde tremola d’un tratto vicino sotto il bosco sguscia fugacemente il suo cristallo dalla roccia il vento il vento carnivoro mi flagella mi purifica dalle forze oscure mi libera inspiro respiro inspiro l’assillo del peggio forgia in me una violenza il suo ridere falso ridere mordere uccidere mordere quell’ardore anche tacerlo perché amore enfasi vissuto nella distruzione inedita di sé dell’altro di sé non chieder nulla   smettere d’immaginare senza finirne con

le sughere si squamano pelle strappata fino al vivo striscio striscio mi graffio e striscio e insorgo ore vuote qual è questo niente che le invidio a profusione protetto dal vento il boschetto di pini fresco erica filiforme e chiaccherio delle acque mille voci tra fori-frasche

riparo dalla follia perché voler rinunciare a Eros è morto per le sue ferite corpo ci sei  corpo ci sei  il vento scuote i grandi alberi vascelli velature ondeggiano cielo d’acqua sotto le nuvole una mucca compare ascetica Io venuta non si sa da dove offerta abbandonata a un vecchio gipeto spretato dei dirupi  la costa scrigno grigio-pioggia rabbrividisce sotto venti di terra <<détruire dit-elle>> distruggere.

Méduse

Elle aspire l’air, se creuse
se vide toute béante
dans la terreur de tomber
à l’intérieur d’elle même
voyant le vide et puis rien,
agrippant qui la regarde
comme une étreinte au néant,
comme aux herbes le noyé.

Jean- Charles Vegliante *Nel lutto della luce*
Einaudi, 2004


*

Medusa

Aspira l’aria  s’incava
si svuota tutta si spalanca  
col terrore di cadere
in se stessa
vedendo il vuoto e nient’altro
afferrando chi la guarda
come un abbraccio al nulla
come all’erba chi annega.

traduzione  rita r. florit

:

“L’echo du corps” su Il Porto di Toledo

Alfredo Riponi e Rita R. Florit si confrontano corpo a corpo con un testo poetico di Ghérasim Luca, offrendo una versione felicemente sperimentale de L’eco del corpo, dove lingua italiana e lingua francese sono giustapposte a mostrare i labirinti fisiologici della parola

Ringrazio Domenico Ingenito  per la pubblicazione su
Il Porto di Toledo


Canti d’amore nell’Atharvaveda

4.

My beloved

wish for my body

wish for my thigh

my eyes

with your loving hair

burn me

wish for my body

I feel you in my arms

I hug you

you come and live in my heart

in my work

o beloved!

wish for me.

O beloved

you, who have beautiful navel,

you, who have a healthy body

made of cows’ butter

you, bring your mind under my control

follow me

(Atharvaveda, VI 9, 1-3)


*

4.

desidera il mio corpo lo desideri

desidera le cosce le desideri

e i miei occhi con i tuoi occhi, amore

e i tuoi capelli

e bruciami

desidera il mio corpo lo desideri

ti sento tra le braccia

ti stringo a me ti abbraccio

vieni e vivi nel cuore

in me nel mio lavoro:

desidera.

hai l’ombelico bello

e hai un corpo sano

e questo e solo burro

cosi metterai l’anima

tra le mie mani – e seguimi

**

6.

As the string is removed from the bow

I am removing your anger

we must carry on our friendship

and be able to work together.

Being friends we work together

I remove your anger

keep it under the heavy rock

stand on the rock, so that you can come

under my control

and follow my mind.

(Atharvaveda, VI 42, 1-3)

*

6.

come si toglie una corda dell’arco

io tolgo la tua ira

l’amicizia continua

e lavoriamo insieme, come amici

io tolgo la tua ira

la schiacci con la pietra

su questa pietra siediti

e segui la mia anima!

**

12.

O lover!

I am dipping you in my love

from head to bottom

O deities!

Please drive passion towards him

so he thinks of me

nothing else

O deity Anumati!

he should think of me

O deity Akūti

make him in my favor

O deities

please drive passion towards him

so he thinks of me

nothing else

either you are going three miles away

or five miles away

even if

you are running away on a horse

you will come back to me

and be a father of my sons

O lover!

I am dipping you in my love

(Atharvaveda, VI 131, 1-3)

*

12.

ti getto nel mio amore, amore

da capo a piedi, amore

ti getto nel mio amore, amore

da capo a piedi, amore

portate la passione su di lui

o dei

e pensi solo a me

Anumati, lui deve

pensare solo a me

Akūti dallo a me

a tre miglia da qui

o cinque miglia

il cavallo ti porta

tu tornerai per essere

il padre dei miei figli

ti getto nel mio amore, amore

da capo a piedi, amore

*

14.

Let our eyes see beauty.

You should keep me in your heart

I shall keep yours in mine

and each will be in sync with the other

let our faces shine

you should keep me in your heart

I shall keep yours in mine

and each will be in sync with the other.

(Atharvaveda, VII 36, 1)

*

14.

i nostri occhi vedano

la bellezza! dovrai

avermi nel tuo cuore

e io faro lo stesso,

un tempo ed un pensiero.

e luce al viso! devi

avermi nel tuo cuore

e io faro lo stesso

un tempo ed un pensiero

*

20.

I am he

and you she

I, Sam, song, and

you ṛg, verse,

I, heaven and

you are earth

we two together live in

become parents of children

for the sake of society.

(Atharvaveda, XIV 2, 71)

*

20.

io sono Lui e tu sei Lei

io il canto e tu il verso

io il cielo tu la terra

e poi vivremo insieme

e avremo figli nostri,

per il bene di tutti

Canti d’amore nell’ Atharvaveda
Quaderni di Cantarena,  Genova 2009


traduzione dal sanscrito all’ inglese  Rati Saxena
traduzione italiana  Massimo Sannelli

Short biography of  Rati Saxena

Dr. Rati Saxena specialized in the study of the Vedas, especially Atharva Veda, and secured a Ph.D. Degree in Sanskrit from the University of Rajasthan, Jaipur. She has published three collections of her own poems in Hindi. One in Malayalam, one in English and a critical work in Hindi on the renowned Malayalam poet Balamani Amma (Sahitya Akedemy). Her recent work is research on Atharvaveda –“The seeds of mind” a fresh approach to study of Atharvaveda under the fellowship of Indira Gandhi National Center for Arts. She has translated about ten Malayalam works, both prose and poetry, into Hindi and has participated in several national seminars and published articles in a number of journals. She got Kendriya Sahitya Akedemy award for translation in year-2000 AD.

La nuit commence


La nuit commence.

Berçant la vie et berçant la mort
Entre les draps.

Mais un doigt s’enfonce
Pour rejoindre l’étoile vraiment solitaire.

Elle se contracte, c’était donc l’anémone
— mouillée par moi, pas par la mer —
Qu’il faut lécher
Lorsque la langue comme l’enfance

A tout le temps.

Courbant ma pensée, je viens sourire dans les poils,
Une vraie joie sans raconter d’histoire.

Tu appuies tes fesses, un peu froid.
Embrasse-moi pour que la nuit ne me défigure pas.

Ariane Dreyfus, Le périlleux retour, in L’Inhabitable, Éditions Flammarion, Collection Poésie, 2006.

*

Incomincia la notte.

Cullando la vita e cullando la morte
Tra le lenzuola.

Ma un dito affonda
A raggiungere la sola solitaria stella.

Si contrae, era dunque l’anemone
— bagnata da me, non dal mare —
Che bisogna leccare
Quando la lingua come l’infanzia

Ha tutto il tempo.

Curvando il mio pensiero, sorrido tra i peli,
una vera gioia senza raccontare storie.

Appoggi le tue natiche, un po’ freddo
Abbracciami affinché la notte non mi sfiguri.


Traduzione Alfredo Riponi e Rita R. Florit


Pierre Jean Jouve

Traverse d’un cri mon cerveau, hirondelle aux quatre
douleurs
C’est aujourd’hui le plus ancien printemps
Dans le ciel gris la croix grise du convent
Et la tempête a métamorphosé les verdures.


*Deserts* da les Noces (1925-1931)


photo by G. Antonietti di Cinarca
photo by G. Antonietti di Cinarca


Rondine di dolori, trafiggi con un grido il mio cervello
Oggi è la più antica primavera
Nel cielo grigio la croce grigia del convento
E la tempesta ha trasmutato il verde.


traduzione di rita r. florit


Ipnologue

Un poema di Alain Jouffroy da “Moments extrêmes” (Éditions de La Différence, 1992) e “C’est aujourd’hui toujours (1947-1998)” (Gallimard, 1999)

Jouffroy Hypnologue

Ipnologo* significa qui, forse, la presa di coscienza dell’ipnosi, dello stato di sonno che ci provoca la storia, le forme allucinanti della Storia; dice altrove Jouffroy che non esistono leggi della Storia

Qui il Vangelo di Giovanni è a pretesto per una storia dell’uomo e del mondo che sfocia in una riflessione sull’individuo rivoluzionario. Gli inizi di un mondo che non finiscono mai, sprovvisti di pensiero, di verbo. All’inizio non era il verbo…

Tutto riporta all’incoscienza dell’infanzia (del creato).

È un nuovo principio che s’enuncia: l’affermarsi di un pensiero individuale, indipendente, rivoluzionario. Non (ci) accade più nulla, vediamo ogni cosa sotto un nuovo aspetto.

Scrive Jouffroy nel suo saggio “Dell’individualismo rivoluzionario” citando Aragon : “Vi farà ridere e troverete derisorio, diceva Aragon…, che persone che non dispongono di alcun potere, che non sono nulla, senza denaro, senza ipocrisia, parlino improvvisamente di rivoluzione…. È tuttavia questo fatto senza precedenti nella storia umana che unisce quelli che credono in questo solo legame, la poesia, e un certo gusto dell’insensato.”

“Missione di una poesia sovversiva” rivendicata da Jouffroy, “per evitare che ci spossessino dei nostri diritti” acquisiti con la rivoluzione francese.

“Non c’è miracolo-scientifico della scrittura e della pittura. La storia emette dei segni attraverso la svolta di individui che scrivono, che dipingono.”. Alcuni di questi segni, continua Jouffroy, sono stati cancellati con i tentativi di censura di scrittori e artisti. Lasciar parlare di nuovo questi segni censurati, vederli, è rifare e dunque fare la storia.

Annientando il proprio potere,

Si allarga la vista.

Ma il vedere è un altro potere

Di cui nessuno si è impadronito.

On ne voit plus rien venir / … / Nous voyons tout partir. Ci sarebbe l’uso arcaicizzante di ‘partir’, partager, diviser en parties, il “dividersi”, l’andare ogni cosa per conto suo, è da considerare. Potremmo tradurre ‘avvenire’ che richiama per antinomia ‘partire’. Altro problema, di conseguenza: se ‘partir’ significa andarsene, scomparire, allora non può essere il ‘principio’? Io credo che qui ci sia un’antinomia “falsa”, che rafforza un concetto negativo: niente arriva, tutto parte. Al centro (anche della strofa, quindi graficamente) non rimane altro che un vuoto, o un nulla che noi umani siamo costretti a speculare, a “pensare” (nota: cinque versi, cinque volte il verbo vedere!). Riepilogando ‘non si vede avvenire più niente / […] / noi vediamo partire ogni cosa’.

Ma a conti fatti, “partir” significa anche “nascere, avere origine, partire, iniziare, cominciare” quindi la ripresa del primo verso alla fine. Quindi, “vedere il principio di tutto”, un nuovo inizio. Pensando a quella falsa antinomia che rafforza un concetto negativo : questo vuoto che rimane, questo nulla che noi umani siamo costretti a speculare. Effettivamente il nulla è al centro della speculazione filosofica dagli inizi della metafisica. “Noi pensiamo il nulla” diceva Heidegger.

“Per la prima volta, noi pensiamo” Il vedere dell’ultima strofa diventa pensiero, per la prima volta “Perché il mondo non comincia all’esterno del nostro occhio. Comincia con il fruscio del sangue dei nostri due emisferi cerebrali, con l’energia che innesta ad ogni secondo il corpo su se stesso, nel temporale ultra-segreto del pensiero a contatto con il tutto.” (Jouffroy, Le gué). Qualcosa verrà, ma qualcosa di cui non si attende più la venuta, come scrive Ingeborg Bachmann “E sono ancora nel deserto che viene prima del domani”.

* psicoterapeuta che aiuta a far emergere dal profondo, mediante tecniche appropriate, elementi psicologici nascosti o rimossi.


Traduzione  di Alfredo Riponi, Rita R. Florit, Giacomo Cerrai


 


***


Ipnologo

In principio,

Non c’era alcun ordine.

Tutto era banale e piatto nel caos,

Salvo gli aghi della sofferenza.

In principio,

Il mondo era sovraccarico di rovi.

Mai l’orizzonte si apriva,

La metempsicosi andava dallo stesso allo stesso.

In principio,

Tutto era ridicolo,

Odiosamente arduo, imperfetto,

Odiosamente fiero della propria imperfezione,

Il comunismo delle cose s’imponeva alla rinfusa.

In principio, era l’infanzia, i suoi odi,

Il suo ostinato ottenebrarsi.

Niente testimoniava da nessuna parte

L’oltrepassare dello zero.

In principio,

L’impurità regnava sovrana.

Nessuno osava contraddire l’infelicità

Che stringeva il cuore in una morsa.

Il comandava dovunque al .

Dovunque le sue orde, le sue milizie,

Le sue superstizioni malevole.

L’ingiustizia essendo la sola legge,

Tutto sembrava naturale,

Nell’ordine delle cose:

Il peggio e il poco che ci sfuggono,

L’orrore e l’errore inosservati.

Mai la vita è stata così pesante

In questi secoli dove nessuno ha volato –

Salvo in sogno.

Questi inizi sono durati così a lungo

Che li si credeva eterni,

Embricati definitivamente nel tempo.

Nessuno li ha dominati:

Tutto era asservito alla loro ripetizione.

Le comete erano inchiodate,

La terra non girava

Sotto l’occhio divino di un sole monarchico,

Cinico.

Poi il mondo si svuotò,

Divenne buco.

Ogni uomo era un buco in un buco.

Una notte,

Qualcosa si è incrinato nel freddo

E la mattina, il cielo ha fischiato.

Nessuno sa più quando,

Qualcuno l’ha notato. Segnato.

Come se l’orecchio del cielo si stappasse,

Un mondo vuoto si è rotto come una noce.

Quale era questa terra

Che cominciava a vacillare nelle teste?

Quali, questo cielo, questo sole,

Questa notte stellata, che si muovevano,

Tirandosi dietro tutti i treni del tempo interrotto?

Questo è durato più di cento anni –

Trecento diciassette forse –

In cui le mucche continuavano a ruminare.

Ma lo scivolare di una porta scorrevole

Cambiava posto a questo tappeto volante, così lento.

Nessuno soffocava più lo spazio:

Non si incarcerava più il sole,

La terra divorziava dalla terra

E gli uomini, senza averne l’aria,

Si rivoltavano contro il punto supremo:

L’uomo.

Furono strani secoli

Dove ciascuno diventò straniero a se stesso.

Le donne fuggivano dalle donne impazzite.

Mille Mozart morivano dal ridere nel salone degli dei.

Il rovescio del mondo mostrò il suo culo.

Tutto divenne possibile, anche la virtù.

L’impossibile si avvicinò.

Fu possibile a ciascuno sbagliarsi,

Esplorare i propri errori.

Le menzogne reinventavano una libertà

Che aveva agito soltanto nell’immaginazione.

La libertà arrivò a rovesciare

Le strane stanze della verità.

Di colpo le parole divennero effimere –

Come i poteri.

La lingua sciolta sciolse la follia,

Ognuno divenne la propria espropriazione.

Prudente era ancora la sconfitta,

Ma micidiale per gli immoti.

“In fretta, più in fretta”, diceva il boia.

La follia smise d’essere un caso:

Non si guardò più ai re con lo stesso occhio,

Il giorno in cui un piccolo geometra divenne imperatore.

L’occhio stesso girò intorno al sole

Prima di lasciarlo per altre costellazioni.

Le notti si fecero più voluttuose,

Anche in prigione.

La rivoluzione cadde dal cielo,

Le sue tavole della legge s’infransero sul mondo

Nel crepuscolo che subentrò,

Là dove il sangue cementava gli eroi,

Nessuno osò criticare i propri crimini.

Criminali intentarono il processo alla ragione

Di debolezza in audacia, di crimine in virtù,

Ognuno dimenticò di correggere la propria aberrazione.

La rivoluzione non fu la rivelazione.

Nel crepuscolo che subentrò –

Chi ha saputo vedere, dopo la sua estinzione,

Chi ha saputo vedere

Che ci guardava nella sua cecità?

Che ci ascoltava nella sua sordità

Fin nell’intimità delle nostre vigliaccherie?

Per sempre i leoni erano liberati.

Nel crepuscolo che subentrò,

La loro criniera, fatta di frasi,

Ha disarcionato per sempre la fine del mondo.

Il verbo rivoluzionario risuscitò,

Un ordine discontinuo ne è nato: nudo.

Viviamo oggi nell’ombra

Delle parole che l’hanno fatto tacere.

Appostati, in agguato, in guardia –

Come ci si prepara dormendo alla guerra

Che nessuno ha ancora fomentato:

La guerra degli uomini contro la dittatura,

Lo scandalo del sacro.

Quest’oggi durerà anche vent’ anni

Prima che trionfi

Del peso multisecolare della realtà.

Ma cosa faccio, quando lo dico?

Cosa accade nel silenzio dei miei ogginotte?

Cerco il suo nome,

Scrivo nell’attesa di questo nome

E irrido – nome:

Seriamente mi prendo gioco della malinconia

Di quelli che non credono ne ai nomi, ne alle parole, pronunciate.

Ogni notte intravedo la mia nuova alba.

La fortuna di questa guerra,

La sento come un riso idiota –

Il riso che dispensa dallo sforzo di divenire.

L’ateo non si consacra un culto,

Altrimenti diventa dio.

L’ateo non indietreggia davanti al vuoto,

Se no perde i suoi occhi.

L’ateo disubbidisce alla pelle delle sue paure.

Tale, il paesaggio che il muro forato scopre.

Annientando il proprio potere,

Si allarga la vista.

Ma il vedere è un altro potere

Di cui nessuno si è impadronito.

Vado in quella direzione, come si va al mare –

Correndo.

Mi butto – come nell’amore.

Non amo in me che questo riso

Che dice no

A tutte le passività.

Non si vede più niente accadere.

Io vedo

Tu vedi

Egli vede

Vediamo scomparire ogni cosa.

Per la prima volta, noi pensiamo.


Gennaio-febbraio 1990, Parigi


***


Hypnologue


Au début,

Il n’y avait aucun ordre.

Tout était banal et plat dans le chaos,

Sauf les aiguilles de la souffrance.

Au début,

Le monde était surchargé de ronces.

Jamais l’horizon ne s’ouvrait,

La métempsycose allait du même au même.

Au début,

Tout était ridicule,

Odieusement malaisé, imparfait,

Odieusement fier de son imperfection,

Le communisme des choses s’imposait en vrac.

Au début, c’était l’enfance, ses haines,

Son obnubilation obstinée.

Rien ne prouvait nulle part

Le dépassement du zéro.

Au début,

L’impureté régnait comme un pape.

Nul n’osait contredire le malheur

Qui tenait le cœur dans un étau.

Oui commandait partout à oui.

Partout ses hordes, ses milices,

Ses superstitions malveillantes.

L’injustice étant la seule loi,

Tout semblait naturel,

Allant de soi :

Le pire et le peu qui nous en échappe,

L’horreur et l’erreur inaperçues.

Jamais la vie n’a été si lourde

Dans ces siècles où personne n’a volé –

Sauf en rêve.

Ces débuts ont duré si longtemps

Qu’on les croyait éternels,

Définitivement imbriqués au temps.

Nul ne les a dominés :

Tout était asservi a leur répétition.

Les comètes étaient clouées,

La terre ne tournait pas

Sous l’œil-dieu d’un soleil monarchien,

Cynique.

Puis le monde se vida,

Devin trou.

Chaque homme était un trou dans un trou.

Une nuit,

Quelque chose s’est fêlé dans le froid

Et le matin, le ciel a sifflé.

Nul ne sait plus quand,

Quelqu’un l’a remarqué. Marqué.

Comme si l’oreille du ciel se débouchait,

Un monde vide s’est cassé comme une noix.

Quelle était cette terre

Qui commençait à vaciller dans les têtes ?

Quels, ce ciel, ce soleil,

Cette nuit étoilée qui s’ébranlaient,

Tirant derrière eux tous les trains du temps arrêté ?

Cela a duré plus de cent ans –

Trois cent dix-sept peut-être –

Où les vaches continuaient de ruminer.

Mais un glissement de porte coulissante

Changeait la place de ce tapis volant, si lent.

Nul ne jugulait plus l’espace :

On n’emprisonnait plus le soleil,

La terre divorçait de la terre

Et les hommes, sans en avoir l’air,

Se révoltaient contre le point suprême :

L’homme.

Ce furent des siècles étranges

Où chacun devint étranger à soi.

Les femmes s’enfuyaient des femmes affolées.

Mille Mozarts mouraient de rire dans le salon des dieux.

L’envers du monde montra son cul.

Tout devint possible, même la vertu.

L’impossible se rapprocha.

Il fut possible à chacun de se tromper,

D’explorer ses propres erreurs.

Les mensonges réinventaient une liberté

Qui n’avait agi que dans l’imagination.

La liberté en vint à renverser

Les curieux cabinets de la vérité.

Du coup les mots devinrent éphémères –

Comme les pouvoirs.

La langue déliée délia la folie,

Chacun devint sa propre expropriation.

Prudente encore était la débâcle,

Mais meurtrières aux immobiles.

« Vite, plus vite » disait le bourreau.

La folie cessa d’être un cas :

On ne regarda plus les rois du même œil,

Le jour où un petit géomètre devint empereur.

L’œil lui-même tournai autour du soleil

Avant de le quitter pour d’autres constellations.

Les nuits se firent plus voluptueuses,

Même en prison.

La révolution tomba du ciel,

Sa table de lois s’éparpilla sur le monde

Et dans le crépuscule qui lui succéda,

Là ou le sang cimentait les héros,

Nul n’osa critiquer ses propres crimes.

Des criminels intentèrent le procès de la raison

Et de faiblesse en audace, de crime en vertu,

Chacun oublia de corriger sa propre aberration.

La révolution ne fut pas la révélation.

Dans le crépuscule qui lui succéda –

Qui a su voir, après son extinction,

Qui a su voir

Qu’elle nous regardait dans sa cécité ?

Qu’elle nous écoutait dans sa surdité

Jusque dans l’intimité de nos lâchetés ?

Pour toujours les lions étaient lâchés.

Dans le crépuscule qui succéda,

Leur crinière, faite de phrases,

A désarçonné à jamais la fin du monde.

Le verbe révolutionnaire en ressuscita,

Un ordre discontinu en est né : nu.

Nous vivons aujourd’hui dans l’ombre

Des mots qui l’ont fait taire.

À l’affût, aux aguets, dans le guet –

Comme on se prépare en dormant à la guerre

Que personne n’a encore fomentée :

La guerre des hommes contre la dictature,

Le scandale du sacré.

Cet aujourd’hui durera bien vingt ans

Avant qu’elle ne triomphe

Du poids multiséculaire de la réalité.

Mais qu’est-ce que je fais, quand je le dis ?

Que se passe-t-il dans le silence de mes aujournuits ?

Je cherche son nom,

J’écris dans l’expectative de ce nom

Et je me moque – nom :

Sérieusement je me joue de la mélancolie

De ceux qui ne croient ni aux noms, ni aux mots, dits.

Chaque nuit je vise ma nouvelle aube.

La chance de cette guerre,

Je la ressens comme un rire idiot –

Le rire qui dispense de l’effort de devenir.

L’athée ne se voue pas un culte,

Sinon il devint dieu.

L’athée ne recule pas devant le vide,

Sinon il perd ses yeux.

L’athée désobéit à la peau de ses peurs.

Tel, le paysage que découvre le mur percé.

En anéantissant son propre pouvoir,

On agrandit le voir.

Mais le voir est un autre pouvoir

Dont nul ne s’est emparé.

J’y vais, comme on va à la mer –

En courant.

Je m’y jette – comme dans l’amour.

Je n’aime en moi que ce rire

Qui dit non

À toute les passivités.

On ne voit plus rien venir.

Je vois

Tu vois

Il voit

Nous voyons tout partir.

Pour la première fois, nous pensons.

Janvier-février 1990, Paris


 

sestina

Vagues en dérive

Douloureuse elle fuit dans une nuit sans rêve
un nœud étroit musèle ses entrailles muettes
sa gorge tient serrés les sanglots en dérive
il aura donc suffi d’un printemps ténébreux
pour que se taise enfin le glas du désamour
dans ses entrailles sourdes à la pleine lumière

il en aura fallu des journées sans lumière
pour que son chant de pleurs se résigne à la trêve
pour que cesse soudain le glas du désamour
elle git alanguie dans ses rages muettes
enfermée dans le deuil d’un printemps orageux
qui la garde attachée sanglotante à la rive

elle se tient à l’orée de sa conque en dérive
attentive aux rigueurs de la pleine lumière
que finisse à jamais ce séjour caverneux
qui la vit s’abîmer dans un sommeil sans rêve
se perdre et se noyer en des rages muettes
en proie aux affres noirs du sanglant désamour

prisonnière alanguie en proie au désamour
elle se livre en aveugle à sa rage en dérive
et brame à la volée sa souffrance muette
pour que surgisse enfin dans la pleine lumière
la trame interrompue du tissé de ses rêves
et que s’exilent au loin les printemps orageux

que finisse aussitôt ce séjour ténébreux
que s’éloignent avec lui les rires de l’amour
que se tisse à nouveau un sommeil plein de rêves
et qu’ensemble tous deux coulant de rive en rive
ils puissent retrouver leurs jeux vers la lumière
évoluer sans fin loin des larmes muettes

s’envoler à jamais loin des rages muettes
et quitter pour toujours ce séjour caverneux
afin de renouer leurs jeux dans la lumière
et finir de languir dans un pieux désamour
libéré du désir de la rage en dérive
se couler à nouveau dans les vagues du rêve

loin des larmes muettes et regards orageux
s’adonner aux lumières, aux jeux d’eaux et d’amour
dans les rêves nouveaux de vagues en dérive

Angèle Paoli

***

Onde in deriva

Dolente fugge in notte senza sogno
costringe un nodo le viscere mute
la gola serra i singhiozzi in deriva
basterà primavera tenebrosa
a zittire il memento disamore
in viscere sorde alla piena luce

saranno occorsi giorni senza luce
perché il lamento accetti il suo bisogno
duro e taccia il memento disamore
indolente giace in collere mute
in lutto in primavera tempestosa
che l’incatena in singhiozzi alla riva

all’orlo della sua conca in deriva
tesa ai rigori della piena luce
finisca l’abitare cavernoso
che l’affondò in un sonno senza sogno
perdersi e annegare in rabbie mute
in cupo affanno di crudo disamore

langue in prigione in preda al disamore
si dà cieca alla sua rabbia in deriva
e brama al volo sofferenza muta
che sorga infine nella piena luce
la trama interrotta tessuto dei sogni
esiliate stagioni tempestose

finisca l’abitare tenebroso
sian lontane le risa dell’amore
si tessa di nuovo un sonno di sogni
e che insieme andando di riva in riva
ritrovino i giochi verso la luce
mutarsi avulso da lacrime mute

volar lontano dalle rabbie mute
lasciar per sempre il nido cavernoso
per riannodare i giochi nella luce
e finir di languire in disamore
liberato dalla rabbia in deriva
glissare ancora sulle onde del sogno

cacciati lacrime e sguardi in tempesta
darsi alla luce all’acque vive e all’amore
in sogni nuovi di onde alla deriva

traduzione rita r. florit



Joyce Mansour – Il pleut dans le coquillage bleu qu’est ma ville

Il pleut dans le coquillage bleu qu’est ma ville
Il pleut et la mer se lamente.
Le morts pleurent sans cesse, sans raison, sans mouchoirs
Les arbres se profilent contre le ciel voyageur
Exhibant leurs members drus aus anges et aux oiseaux
Car il pleut et le vent s’est tu.
Les gouttes folles plumées de crasse
Chassent le chats dans les rues
Et l’odeur grasse de ton nom se répand sur le ciment
Des trottoirs.
Il pleut mon amour sur l’herbe abattue
Où nos corps allongés on germé joyeusement
Tout l’été
Il pleut ó ma mère et même toi tu ne peut rien
Car l’hiver marche tout seul sur l’étendue des palges
Et Dieu a oublié de fermer le robinet

Joyce Mansour  da Déchirures, 1955

Piove nella conchiglia blu della città
Piove e il mare si lamenta.
I morti piangono senza tregua, senza ragione, senza fazzoletti
Gli alberi si stagliano contro il cielo viaggiatore
Esibendo i loro membri ispidi agli angeli e agli uccelli
Perché piove e il vento tace
Le gocce folli pennate di sporcizia
Scacciano i gatti nelle strade
E l’odore vischioso
del tuo nome si sparge sul cemento
Dei marciapiedi.
Piove mio amore sull’erba spianata
Dove i nostri corpi distesi hanno gioiosamente germogliato
Per tutta l’estate
Piove oh madre mia e anche tu non puoi farci niente
Perché l’inverno avanza solitario sulla distesa delle spiagge
E Dio ha dimenticato di chiudere il rubinetto


trad. Rita R. Florit


Espiritual

 

ESPIRITUAL
 

Après un siècle la figure de la soie

Qui retenait le ventre avait été brulée

Mais la lettre mise en contact avec le nard

Enfermée dans un coffre de fer

Sentait encore l’intime en traversant le fer.


 

Pierre Jean Jouve Matière céleste


 

***


 

Dopo secoli la forma della seta

Che cingeva il ventre era stata bruciata

Ma la lettera in contatto col nardo

Chiusa in un forziere ancora

L’intimo odorava attraverso il ferro.

 


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traduzione rita r. florit e alfredo riponi

 

  

 

Les mains négatives

On appelle mains négatives les peintures de mains trouvées dans les grottes magdaléniennes de l´Europe Sud-Atlantique. Le contour de ces mains – posées grandes ouvertes sur la pierre – était enduit de couleur. Le plus souvent de bleu, de noir. Parfois de rouge. Aucune explication n´a été trouvée à cette pratique.

Devant l´océan
sous la falaise
sur la paroi de granit

ces mains

ouvertes

Bleues
Et noires

Du bleu de l´eau
Du noir de la nuit

L´homme est venu seul dans la grotte
face à l´océan
Toutes les mains ont la même taille
il était seul

L´homme seul dans la grotte a regardé
dans le bruit
dans le bruit de la mer
l´immensité des choses

Et il a crié

Toi qui es nommée toi qui es douée d´identité je
t´aime

Ces mains
du bleu de l´eau
du noir du ciel

Plates

Posées écartelées sur le granit gris

Pour que quelqu´un les ait vues

Je suis celui qui appelle
Je suis celui qui appelait qui criait il y a trente
mille ans

Je t´aime

Je crie que je veux t´aimer, je t´aime

J´aimerai quiconque entendra que je crie

Sur la terre vide resteront ces mains sur la paroi de
granit face au fracas de l´océan

Insoutenable

Personne n´entendra plus

Ne verra

Trente mille ans
Ces mains-là, noires

La réfraction de la lumière sur la mer fait frémir
la paroi de la pierre

Je suis quelqu´un je suis celui qui appelait qui
criait dans cette lumière blanche

Le désir
le mot n´est pas encore inventé

Il a regardé l´immensité des choses dans le fracas
des vagues, l´immensité de sa force

et puis il a crié

Au-dessus de lui les forêts d´Europe,
sans fin

Il se tient au centre de la pierre
des couloirs
des voies de pierre
de toutes parts

Toi qui es nommée toi qui es douée d´identité je
t´aime d´un amour indéfini

Il fallait descendre la falaise
vaincre la peur
Le vent souffle du continent il repousse
l´océan
Les vagues luttent contre le vent
Elles avancent
ralenties par sa force
et patiemment parviennent
à la paroi

Tout s´écrase

Je t´aime plus loin que toi
J´aimerais quiconque entendra que je crie que je
t´aime

Trente mille ans

J´appelle

J´appelle celui qui me répondra

Je veux t´aimer je t´aime

Depuis trente mille ans je crie devant la mer le
Spectre blanc

Je suis celui qui criait qu´il t´aimait, toi

Marguerite Duras

LE MANI NEGATIVE

Chiamiamo mani negative le pitture di mani trovate nelle grotte magdaleniane dell’Europa Sud-Atlantica. L’impronta di queste mani – completamente aperte sulla pietra – era impregnata di colore. Di blu e di nero più di frequente. A volte di rosso. Nessuna spiegazione è stata trovata per questa pratica

Davanti all’oceano

sotto la scogliera

sulla parete di granito

queste mani

aperte

Blu

E nere

Del blu dell’acqua

Del nero della notte

L’uomo è venuto solo nella grotta

Davanti all’oceano

Tutte le mani hanno la stessa grandezza

era solo

L’uomo solo nella grotta ha guardato

nel rumore

nel rumore del mare

l’immensità delle cose

E ha gridato

Tu che hai un nome tu che hai un’identità

io ti amo

Queste mani

del blu dell’acqua

del nero del cielo

Impresse

Aperte squartate sul granito grigio

Affinché qualcuno le veda

Sono quello che chiama

Sono quello che chiamava che gridava trenta

mila anni fa

Ti amo

Grido che voglio amarti, ti amo

Amerei chiunque senta che grido

Sulla terra vuota resteranno queste mani sulla parete di

granito di fronte al fragore dell’oceano

Insostenibile

Nessuno sentirà più

Ne vedrà

Trenta mila anni

Quelle mani, nere

La luce rifranta sul mare fa vibrare

la parete di pietra

Sono qualcuno sono quello che chiamava che

gridava in questa luce bianca

Il desiderio

la parola non è ancora stata inventata

Lui ha guardato l’immensità delle cose nel fragore

delle onde, l’immensità della sua forza

poi ha gridato

Su di lui le foreste d’Europa,

sconfinate

Lui si tiene al centro della pietra

dei canaloni

delle vie di pietra

ovunque

Tu che hai un nome tu che hai un’identità

ti amo di un amore indefinito

Occorreva discendere la scogliera

vincere la paura

Il vento soffia dal continente respinge

l’oceano

Le onde lottano contro il vento

Avanzano

rallentate dalla sua forza

e pazientemente toccano

la parete

Tutto si schianta

Ti amo oltre te

Amerei chiunque mi senta gridare che ti

amo

Trentamila anni

Chiamo

Chiamo quella che mi risponderà

Voglio amarti ti amo

Da trentamila anni grido davanti al mare lo

Spettro bianco

Sono colui che gridava di amarti, di amare te


traduzione di rita r. florit e alfredo riponi


LES MAINS NEGATIVES 1979, film, Films du Losange