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Nel respiro

di Paolo Fichera

Nel respiro
(inedito)

Cosa nuda erode cose

Ora il calice è versato,
la luce indietreggia
il seme bianco bevuto carezza
bianca alla pelle resa.

Insepolto al grido il racconto
fiero in archi scinti, screpola
la spada l’angelo-cielo,
fissa la pupilla nella sponda e la schiena
a macchie fissa in marmo
orrore di carità e spoglie lente

la vena erosa, tu sei il germoglio
il figlio caduto nel grembo
in trapasso di battito, mano e vena.

Padre, un altro padre e un battito
che la mano incarna
nel legno che non arde la distanza
si piega alla foce del respiro la fonte
si adagia al pensiero, cibo che affossa
la carne in aliti fissi, in respiri scelti.

Ora la scelta murante la mano
aperto incanto
il precipizio del bianco sommuove
il perdono creduto ombra caduta

il pane fatto dimora
la linea sepolta celebra la traccia
il vento taciuto e lasciato disteso
nella vena in vento in vena

il letto ha sbarre, il muro il tuo sangue
la ferita ricama la fronte
il sangue la vernice
e l’ombra del trapasso incide la morte
nel gesto che si distende alla fonte

nulla è naturale manca il padre
che alimenta l’impasto del figlio
l’organo uomo chiamato Paolo
caviglie sottili, occhio chiaro

la mano il battito mano e il respiro
la vista nel respiro, solo il petto
si alza, si distende e alza il petto
e il fiato di chi guarda
e l’ombra non è più vergine
il corpo non più corpo
organo indifeso agli abbracci

la figlia bacia la fronte del padre
nell’ultima sera, poi la notte
impone il vento grigio, il fiato aperto
il respiro, la distanza tra i respiri
il solco di silenzio che il respiro
impone e pone il respiro in un respiro

…………………………………………………

*Nel respiro* Il segno che pervade tutto il poema è la dilatazione del verso in un’estensibilità che trattiene, in un andirivieni del suono disteso e prolungato per non lasciar andare. Nell’ancorare all’orlo della notte la profusione di un respiro nuovo erompe la necessità di decomprimere il Dolore, di farlo sfiatare non per mitigarlo o tentare una consolazione . Per non implodere. « Fatti fiamma e oltraggia la Terra / fatti dove ha termine la notte figlio »

Fragile crepa erosa il respiro a cui dare voce incarna la parola in suono.

Il paesaggio interiore desolato « tutto è scarno nulla crudele » può solo consegnarsi alla parola come unica possibilità di contattare la sacralità della fine. « Il dolore che si perde sprofonda / il mio dolore che battezzo voce ».


Si riconosce potere allo sguardo « ti difendo dagli occhi dell’Altro », e si esorcizza-esercita l’osservazione che protegge ponendo la distanza, rende sopportabile il dolore anche se lo sfibra « l’occhio è una cella snervata » […] « ogni morte alimenta la luce »

Si conferma la ciclicità che incide, una possibile trasmutazione in reale continuità. « figlio mio soave vigore/battito di vagito / figlio mio padre mio / non morte né vita flusso che nel flusso resta »


Risolversi e consegnarsi alla Parola « tu gemi / nel seme in cui la parola brilla »


L’albero padre indica la direzione, segna il confine della terra che da elemento naturale si feconda e umanizza incarnandosi, contenendo.


*Nel sangue* c’è un  urlo che sale e monta in sdoppiamento: se la parola si annichilisce in sé stessa si dissolverà « se la parola cede alla parola è perduta ».


*Nel battito* è proiettato tutto il dirsi in scavo radicale del proprio essere ri-trovato, profonda passata vertigo, estroflessione in nuova carnale vitalità, con cui integrarsi e ri-conoscersi « fin dove il perdono si fa pane / l’identità-germoglio / riaffiora / nel tempo presente / che chiamerai notte antica… »

Sdoppiamento e identificazione coincidono, rintracciano i tratti perduti e i segni in divenire « io la resa che germoglia / tu l’innesto che ramifica »

Fino all’apertura « abbi cura di me / lascia la ferocia che non morde/ alle colpe dei padri »

E all’accoglienza « e tu / fissa nei miei occhi un nido ».


rita r. florit