Marco Giovenale – Phobos

  fammi vedere, giocando sulle rotaie, lo so che hai paura dei giornalisti, degli ospiti, delle ospiti, dei gatti sulla tovaglia (se a quadri), paura dei cappelli, della verginità, della russia, di lasciarti andare, dell’eco, degli ex voto, delle marionette di porcellana, se hanno gli occhi stravolti, verso l’alto, ma è leggera, ma hai paura del cibo, comunque dell’arte astratta, delle infezioni, delle intossicazioni, da cibo, paura delle crêpes, delle creme, delle panne, delle curve delle tende, dei sipari, meglio, delle fotografie di frattaglie, delle lumache, dei cani, dei luoghi chiusi con dentro i cani, dei cani in libertà, nel parchetto, nell’erba alta, terrore dell’erba alta, degli spazi aperti, dei cani negli spazi aperti, se gli stessi spazi contengono anche luoghi chiusi con dentro altri cani, quelli degli spazi chiusi, alla catena, ma anche senza catena, con catene fatte a loro volta di piccoli cani legati uno all’altro, che potrebbero sciogliersi, paura di questo, e di conseguenza paura dei bambini che piangono perché a loro volta spaventati, imparando a farsi forza, non riuscendoci, con la paura di imparare, di seguire a ritroso il percorso, smarrire il sentiero, rientrare e trovare solo delle facili allegorie, che fanno paura […]
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Phobos. Trad. francese: Michele Zaffarano. Colorno: Tielleci, 2014. – 1 feuille/foglio ; format ouvert/formato aperto 48×33 cm. ; format fermé 19,5 cm. (Benway Series – Feuille/Foglio ; 5).

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Francis Ponge – Nioque de l’avant-printemps ovvero Cognizione del periodo che annuncia la primavera

IV

PROEMIO CAPITALE
Les Fleurys, 10 aprile 1950.

Da una parte ci siete voi uomini, con le vostre civiltà, i vostri giornali, i vostri artisti, i vostri poeti, le vostre passioni , i vostri sentimenti, insomma con tutto il mondo degli uomini, sempre più rivoltante, sempre più invivibile (ingiudicabile).

 E dall’altra, noi, il resto: quelli che sono muti, la natura muta, le campagne, i mari e tutti gli oggetti e gli animali e i vegetali. Parecchie cose, a quanto pare. Insomma, tutto il resto.

 

*

 

È questa seconda parte completamente al di fuori degli uomini, quella che sta alla mia ragion d’essere di rappresentare, quella a cui io do voce.

Quella che vorrei (che si facesse sentire attraverso la mia voce), far parlare forte tanto quanto gli uomini.

Le basta dire una parola per dominare senza fatica tutto il resto.

Si capisce che non mi devo preoccupare molto del mio posto in mezzo ai poeti, in mezzo agli uomini: non si tratta di questo.

È l’armadio che alla fine vuole parlare: tutto qua.

E voi…

Voi siete qui, tutti intorno a me – oggi voi alberi, ciottoli di questo frutteto, nuvole del cielo, meravigliosa natura morta, armonia senza obiezioni possibili.

Voi siete qui.

Siete proprio qui!

Indiscutibilmente. In piedi o sdraiati, morti o vivi, forti, presenti.

È agli uomini che stiamo per parlare.

Prenderemo in prestito le loro voci, le loro parole. Parliamo! Parlate! Io sono il vostro interprete. Dite quello che avete da dire. Dite semplicemente chi siete.

Forza, raccontatelo a me.

Siete soltanto voi che mi interessate.

A voi consacro per intero la mia vita, le mie parole.

È da tanto che si sono esercitate a farlo, fin da quando ero giovane.

 

 

traduzione di Michele Zaffarano