Jeanne Hersch – dall’esilio all’addio

 

[…] Separazione contro presenza: basta una porta chiusa. Una semplice porta chiusa, e già non so più nulla della tua realtà. Eri là, seguivo il respiro e il pulsare del tuo sangue. La porta si è chiusa, non so più nulla. Potresti essere morto o essertene andato per sempre.

 

Separazione nella presenza: anche nella presenza anche nella presenza costante, prossima e familiare di ogni istante. Separazione nel cuore della presenza, separazione che rende la presenza reale, piena, nell’istante che sta nel cuore del tempo. Nessuna presenza senza separazione[…]

 

[…] La vita non ci lascia, a poco a poco, altro che ricordi.

 

E’ tutto ciò che abbiamo, e quanto precario! I ricordi che evochiamo più spesso si ocnsumano o si irrigidiscono al nostro ripetuto richiamo: I più si sottraggono o vanno sfumandol’uno nell’altro. I ricordi felici proiettano la loro asenza sul presente. I ricordi tristi, la cui tristezza si è attenuata col passare del tempo, tendono a diventat re tutt’uno, nel mondo dei racconti, con le parole del loro racconto, e suscitano così uan sorta di rimorso, come se li stessimo abbandonando per infedeltà.
E tuttavia è attraverso i nostri ricordi, e attraverso un presente già vissuto come ricordo, che noi viviamo la separazione e l’esilio, o noi stessi in quanto esiliati.
Esiliati dal passato, per la sua assenza presente; esiliati dal presente, per la sua acutezza o per la nostra sonnoleza, per l’evidenza del suo rifiuto, o per la sua evanescenza, oper l’ardore con cui tende a un futuro ancora malleabile all’attesa e al desiderio; esiliati dal futuro, per la sua irrealtà e per la nostrqa impazienza: non sappiamo trovare, nel tempo, un luogo in cui vivere.
L’opacità del tempo non meno della sua trasparenza, della sua onnipresenza inafferrabile, ci separano da noi stessi, possiamo sfuggire, attraverso un reale fuggitivo, all’eternità che per noi è mortale. […]

 

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J.Hersch, Dall’esilio all’addio, in “La nascita di Eva.Saggi e racconti”, Interlinea 2000

 

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Eva di Autun

 

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[…] Eva coglie il frutto. E’ ancora attaccato all’albero, le dita di Eva si chiudono su di esso. Eva non lo guarda. Lo coglie con la mano sinistra, il braccio teso dietro di sé, in senso inverso allo sguardo. Non vuol sapere nulla di quel frutto, né del braccio proteso, né della mano che lo coglie. Ma ha aperto occhi che vedono. Li ha appena aperti, nell’istante in cui ha proteso quel braccio sinistro, cieco, e quella mano che afferra il frutto, si direbbe, a tentoni. Eva è tutta intera questo gesto che essa ignora, fugge, abolisce, e che la fa essere. Apre gli occhi per non vederlo.

Non che sia distratta o addormentata. Quale attenzione, anzi, in questo sguardo che ignora il gesto e che non guarda nulla, in questa palpebra inferiore, incavata dall’ angoscia del primo istante! Questo movimento inaudito, senza precedenti, che nessuna favola ancora aveva saputo rendere familiare, Eva lo vive nella sua novità radicale. Il volto intero ascolta.
Labbra serrate,occhi troppo grandi, guance irrigidite: il volto, assente a sé per troppa attenzione, ascolta.
Cosa ascolta Eva?
Ascolta la nascita di un ascolto. Quando la sua mano sinistra si allontana da lei, per cogliere a sua insaputa – Eva vuole ignorarlo – il frutto proibito, la sua mano destra, al di sopra di quel gomito ancora preso nella terra eterna, sfiora, per la prima volta, la sua guancia. Con una mano Eva coglie il frutto, con l’altra tocca se stessa. Strano gesto:sorpresa, paura, pietà di Eva che si scopre prima di aver detto “io”. Come dopo un sogno, dopo un’infinita assenza questa mano destra che la tocca sente di toccare. Questa guancia toccata si sente toccata. Eva si sa. Ascolta e sa di ascoltare
Ascolta fuori di sé? Dentro di sé? La mano che tocca la guancia e la testa si inscrivono nel vuoto di un fusto curvo e forte. Si direbbe che essa vi si appoggi e ascolti dentro a quel fusto, con l’orecchio nascosto , il proprio inizio. […
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Jeanne Hersch, La nascita di Eva, saggi e racconti. Interlinea ed. 2000