Fuoco

Fuoco dello sguardo fuoco del discorso sempre la verità del fuoco resta questa, questa verità incombustibile: che il fuoco si consuma da sé consumando il resto, che porta sulla punta della sua fiamma la combustione finale del mondo, l’ekpýrosis di Zenone e di Cleante per cui Zeus è il fuoco stesso il fulmine in fiamme che sempre brucia e tutto nella natura freme per i suoi colpi ragione comune che corre attraverso tutte le cose mista alle grandi e alle piccole fiamme

E anche l’anima è un fuoco dice Zenone e il fuoco è un’anima e l’anima si consuma consumando i corpi ed è questa consumazione che adorano i persiani, gli zoroastriani e i bayani e tutti coloro che adorano il cielo e l’inferno con una stessa adorazione nel fuoco della quale l’inferno si consuma in fiamme celesti oppure

Di un’altra e identica fiamma di un’altra miccia della stessa polvere incandescente

Agni il veridico dalla splendida fama, Agni che brilla nella notte, Agni il luminoso il caloroso il vivificatore e Rinjin il drago ardente sulla via degli dèi lo shin-to e il soffio caldo dello Yang che s’infiamma attorno all’acqua fredda dello Yin

E noi con gli occhi assorti nei fiori porpora e oro delle fiamme gli occhi pieni del fuoco che brucia tutto quello che vediamo

Ardore freddo illuminazione abbagliamento fiamma vergine di ogni combustibile e che brucia pazza la verità

Così come a volte nella notte la accogliamo sotto le nostre palpebre a volte


Jean-Luc Nancy
da
Narrazioni del fervore, Moretti e Vitali, 2007

 

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Peana per Afrodite

 

 

(Quel che resta, con la voce velata)

 

 

La profondità che sale è la nascita. La schiuma è sempre nascente, solo nascente.Afrodite non ha una nascita: è la nascita, la venuta al mondo, l’esistenza.
La nascita esige la schiuma. Bisogna mischiare e bagnare perché nasca la cosa stessa: la sua forma inimitabile. “L’umido è la causa per cui il secco assume una forma”, dice Aristotele.
Il luogo della nascita, Empedocle lo chiama “i prati solcati di Afrodite”. Dea dei giardini, Aphrodìte en képois. Mari di erbe, erbe di mare, alghe, sargassi, varech, lattughe, capigliatura lucente, vello inzuppato, nascita della fenditura. Ciò che viene alla superficie, e spumeggia, è una fenditura. La fenditura non è un taglio, è una biforcazione nell’alga, è un frutto, un fico socchiuso su muschio umido. Sono labbra, leccate dal mareggio. Nascere: il nome dell’essere. Essere liberato, venire all’aperto da un luogo.
Niente dei: la sorte del luogo.
E il mare dagli spazi agitati moltiplica il riso: Eschilo lo chiama kymaton anàritmon ghélasma, il riso innumerevole delle onde. E molto più tardi, Oppiano di Cilicia lo chiama il ghélos, il grande mare dotato di riso, pelle di pantera e clamide socchiusa.
Una fessura, ma senza abisso, senza vortice e senza profondità. Hysteron pròteron figura retorica, chiamata anche isterologia. La parola della dea è una dolce isteria di schiuma senza angoscia, senza potenza. Una divinità senza forza, ànalkis theòs, ma da cui scorre, quando sanguina, ichòr, il sangue immortale che scorrendo brilla e non fa perire.
Solo un’elevazione sull’acqua, neppure un cammino, una nascita della fenditura che affiora.
Cipride, la dea dell’isola, eleva dolcemente la propria fenditura. E, inconcepibile, ben concepita, elevazione di una fenditura, la piccola zolla d’erba suddivisa, e la sua gemma, e la sua chiave, kléitoris.

 

J.L. Nancy da *Narrazioni del fervore*