Luce giusta d’autunno

 

Andrea Zanzotto
1921-2011

 

 

Luce giusta d’autunno, ridonami
nelle tue diffrangenti prospettive
la mia giustizia che lenti cattive
confinarono al di là della porta


da Colle, ala  in 1996 Meteo, Do
nzelli

 

 

 

 

 

 

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Elleboro: o che mai?


I Parte

In ogni stanza, in ogni riposto
interstizio t’incontro, v’incontro, elleboro
mazzi dal nascosto e sotterraneo piede
di medicata follia                                                  Elleboro
multipli e dolci come le vostre carezze
di foglie che riconducono
dalla stanza della casa
a quella della valletta
più mitemente persa e bagnata in se stessa            Elleboro nome
e nel proprio invernale interstizio                            di tante specie di piante
nel proprio radicato indizio                                         legate in enigmatiche
di bellezza o cupezza comunque in delirio.           similarità di radici
Leggerissimo darsi, accarezzato                                rizomi di veleni
in sé, espanso in entusiasmo pacato                        convergenti talvolta
Oh, calma, calma, elleboro                                          alle rosalità più fonde
sono le tue doppiezze e le tue corolle-carezze                     (dai vocabolari)
umili come le guarite follie
in queste serie di stanze
surrettiziamente sbocciate e poi rimediate               Elleboro
strisciando
Elleboro non è più il tuo nome
in certi vaghi errori delle stagioni
sei carneval che è distanza e capitombolo
nel mondo rovescio in cui tu t’insinui
per domestici poggi lungo parchi e pacati nomi
di camaleonte appena visibile, ma
presente piantina sorellina per noi forse morta
nel voler guarire le nostre follie –
negli interstizi, nelle stanze arpie
della casa e non casa, del poema dalle più
minacciose regole e dissimmetrie.
Oh addio alla tua carnevalesca                             Elleboro
e rosea sbaciucchiata
improvvisa risorgiva e poi rapida sparizione.
Porta con te quanto v’è di più riposto
e sovradegno e scottante di febbri
nel lume d’acari torvo dei tappeti di interni,
medicamento che rendi medicamento
il tuo stesso slittare nel collegarti con l’idea
di follia, così che a star lungi da lei ci governi
sparendo-sparire
ìnterstiziare-folle di fogli rosa
pozione-consumi di foglie forse nera megera.

II Parte

Ma dove l’errabondo nostro destarci nelle
tue serpentine ed innocenti trame
dove del bene mentale la fame
sazi, in che spazi, in che vuoti di altro potere.
Non sogno non stasi non ardore                           Elleboro
che appropri ad ogni creatura
ogni distanza da sé, e la chiami
o col puro non lasciarti trovare la ridoni a sé –
qua e là per l’immenso delle stanze
improvviso fogliare fino al nero di petali neri
davanti ad essi m’accorgo, mi faccio accorto
davanti alla finestra che dà sui monti e sul
guarire sempiterno. E le trame
del guarire anelate e il guarire sempiterno e i materni
abiti, e gli abiti e le livree del guarire scoppiettanti
di luci esterne, di colpo mi nascondi, o a bassa voce
proponi e vanti
come vorrebbero essere le parole, ma qui
slittano in paralisi, in interni di poesia – [così] e [così.]
Cadono invece tacendo ceree circostanze                 Elleboro
di petali – da bianchi a neri –
a dir-deridere (driadi consentendo e ninnoli di
boschi-interni) quel che fu di ogni amore-follia
di ogni acronimo
di ogni rebus di spiriti-follia.

E intanto, nel tremendo degli interni
ti fai fiore di luna e brina e d’alba fina tra mani
raccolta – alba di mente rara e peregrina,
che ogni vertice o radice osò mutare
in tetra umiltà. Trattienici tu donato a tanti
angoli rapiti, della casa, del crepuscolo-casa                   Elleboro
trattienici con te e col mondo non con forze
quasi d’ipnosi, ma di rosee fasi
tra negre radici e petali del verde; forza tu
in alleviate traiettorie, dà
ipnosi invece a ogni schizoma, triaca1
sii dì millesimi di varietà d’esseri
condita, degnità che placa,
risanaci o precoce o antico o in fuga o immobile
alone che disperde e inganna
tu portato su da paludi d’interni
del più antico latte, lattice, che brilla,
e acceca per nerezza
steli e petali e radici di Sibilla.

 

1 Medicina antica e “statale” di Venezia, la triaca si componeva di tanti elementi ed esisteva nelle farmacie anche una quarantina d’anni fa. Ricordo della panacea.

Andrea Zanzotto da *Conglomerati*  Lo Specchio Mondadori, 2009