GHERASIM LUCA | EUROPE

fragm

Europe, n° 1045 : Ghérasim Luca (1913-1994)

Dossier a cura di Serge Martin

 

G-Luca-UNER

http://www.europe-revue.net/presentation-mai.html

http://www.europe-revue.net/pages/recherche-par-titres/parutions%202016/Livret-G-LucaR.pdf

http://www.europe-revue.net/sommaire-mai.html

Serge Martin, Ghérasim Luca, Pierre Dhainaut, Thierry Garrel, Monique Yaari, Bernard Heidsieck, Bertrand Fillaudeau, Charles Pennequin, Patrick Beurard-Valdoye, Joël Gayraud, Sebastian Reichmann, Nicole Manucu, Anne Foucault, Jean-Jacques Lebel, Iulan Toma, Vincent Teixeira, Dominique Carlat, Sibylle Orlandi, Charlène Clonts, Laurent Mourey, Patrick Fontana, Alfredo Riponi, Alice Massénat.

View original post

Ghérasim Luca – Passionnément * Appassionatamente

https://anfratture.wordpress.com/2015/08/21/passionnement-gherasim-luca/

“Passionnément” è il primo esempio del “balbettio” e della “cabala fonetica” di Ghérasim Luca. Il poema apparve per la prima volta nella plaquette “Amphitrite” (Infra-Noir, Bucarest 1947), di cui costituiva la seconda parte. Ripreso poi in “Le Chant de la carpe”. “Psittacismo, ripetizione meccanica delle parole, onomatopee, sono solo simulazioni di cui la dizione poetica si serve per creare una lingua avvolgente e che si avvolge su se stessa, dove il ritmo è il solo vettore di senso”
D. Carlat, Ghérasim Luca l’intempestif

Ogni parola si divide, ma in sé (pas-rats, passions-rations), e si combina, ma con se stessa (pas-passe-passion). È come se la lingua intera si mettesse a rollare, a destra e a sinistra, e a beccheggiare, indietro avanti: i due balbettii. Se la parola di Gherasim Luca è così eminentemente poetica, è perché egli fa del balbettio un affetto della lingua, non un’affermazione della parola. È tutta la lingua che fila e varia per liberare un estremo blocco sonoro, un soffio solo al limite del grido Je t’aime passionnément (Ti amo appassionatamente).
G. Deleuze, Balbettò, in Critica e clinica

:

P.J.Jouve Fin du monde

Le poète a toujours
au cœur d’immenses murs
couverts de signes
quand les villes partout
voient crouler leur amour
sous toi dispensateur

de déserts. Il verra
s’effacer tous les signes
Tu ne veux à ces murs
que la légère odeur
du vide et la douleur
qui sépare à jamais
être néant et signe.

 

*

 

Dentro sé il poeta ha sempre
muri immensi
coperti di segni
mentre le città dovunque
vedono crollare il loro amore
sotto il tuo potere dispensatore

di deserti. Vedrà
cancellarsi ogni segno
Tu non vuoi di questi muri
che il leggero odore
del vuoto e il dolore
che separa per sempre
essere nulla e segno.

(tr. di Alfredo Riponi e Rita R. Florit)

 

*

 

Queste mura interiori del poeta, coperte di segni che poi si cancellano, perché “Tu” (Dio?) vuole solo conservare di queste mura l’odore del vuoto, “l’odore dell’argine negli occhi”…, c’è questo iato tra essere, nulla e segno, odore del vuoto, dolore della separazione tra segno e senso. Ci sono i riferimenti biblici al crollo delle mura di Gerico e Gerusalemme, questa visione apocalittica da “fine del mondo”. Il crollo delle mura delle città è quello del culto che viene loro reso. Della “Nuova Gerusalemme” descritta nell’Apocalisse è detto che “le sue porte non verranno mai chiuse; resteranno aperte tutto il giorno, e non ci sarà mai notte”. Il poeta si rivolge a Dio e il suo è un dio biblico, più ebraico che cristiano, un dispensatore di deserti che ricorda l’Adonai, signore degli eserciti, un dio guerriero che schiaccia i suoi nemici e distrugge le città, metafora anche della Guerra che è stata un fantasma potente per Jouve, questa poesia è del ’47, gli echi della guerra non sono del tutto spenti ….

(a.r – r.r.f.)

 

 

Ghérasim Luca – La Fine del mondo – Carte nel vento, dicembre 2013

la fine del mondo

Sul sito http://www.anteremedizioni.it/

il nuovo numero di “Carte nel vento”, la rivista on-line del Premio Lorenzo Montano.
http://www.anteremedizioni.it/montano_newsletter_anno10_numero21

Ghérasim Luca – La Fine del mondo – Carte nel Vento-Anterem, dicembre 2013

con una nota di Alfredo Riponi e Rita R. Florit


.

Ghérasim Luca – Vie nue

gherasimluca

[testo inedito proveniente dal fondo Ghérasim Luca della Bibliothèque littéraire Jacques Doucet, pubblicato in “Fusées n° 7”]

à

Vie nue

Vie nue

nulle vide

nulle vide divine

vide divine vide

vide nul

nu vide

nu vide

le nu et le vide

une nuée de nus vides

nudité et nullité vides

l’idée vide

idée nue et vide

le nu évite le vide

 à

Vita nuda

n

Vita nuda

nulla vuota

nulla vuota divina

vuota divina vuota

vuoto nullo

nudo vuoto

nudo vuoto

il nudo e il vuoto

una nube di nudi vuoti

nudità e nullità vuote

l’idea vuota

idea nuda e vuota

il nudo evita il vuoto

:

trad. a.riponi e rr.florit

,

b

Liliane Giraudon – La Poétesse. Homobiographie

La Poétesse porte dans son titre la trace d’un féminin dégradé. En séries de proses précipitées, on peut dire que ce livre aborde la question du sexe des livres comme de ceux qui les ouvrent. Il s’agit de voir la poésie comme objet accidenté. L’héroïne Poétesse note au jour le jour les événements qui se présentent. Un soir elle décide d’étrangler sa sœur jumelle. Elle achète une corde mais sa sœur est déjà morte. Pasolini lui rappelle qu’il était populiste comme Boulgakhov se disait mystique à la cour de Staline. Des événements se succèdent. C’est assez simple. Tout travail sur soi-même est un travail sur le langage et par conséquent sur le bien commun. Quelqu’un dit : « Ma guerre se nourrit d’une guerre, je dois essuyer un féminin terrible. »
Un livre violent, souvent drôle et qui ne sépare pas l’écriture du poème de l’exercice de vivre.

http://www.pol-editeur.com/

Ogni lavoro su di sé è un lavoro sul linguaggio e di conseguenza su un bene comune.

Un libro violento, ma anche divertente e che non separa la scrittura della poesia dall’esercizio del vivere.

*

La Poetessa

La Poeta ha indossato a fine

giornata una vecchia camicia del

padre morto. Calda e morbida.

Pioveva. D’improvviso freddo.

Ha colto gli ultimi

pomodori maturi (odore acre e

nelle mani la traccia nera

vischiosa). Mele cadute

poi le pere gialle questa volta

pendono. Il fantasma del

padre nella cantina, poi vicino agli

alberi. Per quanto tempo

ancora apparirà. È la

domanda che si pone.

Lei (intendete sempre «La

Poeta») annota che ha ritrovato

una poesia di Adilia Lopez.

Adilia Lopez è un altro poeta

del suo stesso sesso e che la

poeta ama. La poesia ritrovata

è una poesia che parla di rose.

Di rose ticchiolate. Le rose

macchiate di ruggine hanno

a lungo attirato la poeta.

Aveva l’abitudine di togliere

i petali malati e

metterli a seccare nei libri.

Aveva fatto questo per

anni. La bellezza della

malattia. È questo fascino che

la segnava. Un petalo

malato le sembrava più

interessante degli altri.

Oggi, una macchia di

ruggine sulla biancheria l’attira e

la fa sognare. Vorrebbe conservare

questa biancheria macchiata e fare un

arazzo di ruggine. Sarebbe

come un fregio, con le

pieghe. Lo chiamerebbe «nastro

di ruggine». O «Gonna rugginosa».

Sotto l’arazzo un flacone. Posato

a terra. Acqua scarlatta. (Toglie le

macchie di ruggine da tutti i

tessuti. Senza sciuparli.)

La Poeta s’è alzata alle cinque.

Che orrore. Ha

attraversato la città nel buio,

totalmente disperata al

solo pensiero di doversi «guadagnare la

vita». Nella luce dei fari

si ripeteva: «Sei vile.

Sei senza coraggio.» Per

consolarsi la Poeta canta

«Charlotte cocotte / Qu’est-ce

que tu fais là ? / Je cire les

bottes / De mon petit chat»

Sempre la stessa. La Poeta ha

finalmente terminato la prima

versione del film. I 12 minuti.

Riletta oggi, non la

convince. Ma non avrà il

tempo di rivederla. Ha finito anche

la prima grande serie dei

numeri disegnati. Ora

comincia quella con l’inchiostro e

i gessi. Dice: «Mi

sono soffiata il naso almeno

cinquanta volte.»

La Poeta constata che Metodo

significa proprio violenza fatta all’

abitudine al rilassamento.

Ieri ha deciso d’interrompere la sua

vita alimentare il 13 aprile. Ha

capito che sarebbe stata

liberata da questa galera.

Il seminario di traduzione si è

svolto magnificamente. Una 

zuppa di cavolo di cadaveri sarà

il titolo per il Klebnikhov. La

Poeta traduce in lingue

che non conosce. Ma

non lo fa mai da sola.

[…]

 

Ieri ha riletto due lettere di

Benjamin a Gerhard Scholem.

S’interroga sul modo in cui

l’autore dello Zohar concepisce le

articolazioni fonetiche e i

segni grafici come

depositari di rapporti cosmici.

Dice altrove: «Spesso

sogno di libri esplosi.»

[…]

Ieri La Poeta ha pensato a

Marsiglia. Marsiglia, la città dove

dorme. Si diceva: «Dormi

vicino a un continente liquido

i cui argini sono solidi e

le popolazioni nomadi almeno

dal paleolitico. Trovava

questo piuttosto confortante.

[…]

tr. it. rita florit / alfredo riponi

*

La Poétesse

La Poète a revêtu en fin de

journée une vieille chemise du

père mort. Chaude et douce. Il

pleuvait. Brusquement froid.

Elle a cueilli les dernières

tomates mûres (odeurs aigres et

dans les mains cette trace noire

un peu colle). Pommes au sol

puis les poires jaunes cette fois

dans l’arbre. Le fantôme du

père dans la cave, puis près des

arbres. Combien de temps

demeurera-t-il visible. C’est la

question qu’elle se pose.

Elle (entendez toujours « La

Poète ») note qu’elle a retrouvé

un poème d’Adilia Lopez.

Adilia Lopez est un autre poète

du même sexe qu’elle et que la

poète aime. Ce poème retrouvé

est un poème qui parle de roses.

De roses tachées. Les roses

tachées de rouille ont

longtemps intrigué la poète.

Elle avait l’habitude de prélever

les pétales malades et de les

mettre à sécher dans des livres.

Avait fait ça pendant des

années. La beauté de la

maladie. C’est ce charme qui

pesait sur elle. Un pétale

malade lui semblait plus

intéressant que les autres.

Aujourd’hui, une tache de

rouille sur du linge l’intrigue et

la fait rêver. Elle voudrait garder

tous ces linges tachés et faire au

mur un tapis de rouille. Ce

serait comme une frise, avec des

plis. Elle appellerait ça « ruban

de rouille ». Ou « Jupe rouillée ».

En bas du tapis un flacon. Posé

au sol. Eau écarlate. (Enlève les

taches de rouille sur tous les

tissus. Sans les abîmer.)

La Poète s’est levée à cinq

heures. C’était horrible. Elle a

traversé la ville dans le noir,

complètement désespérée à la

simple idée d’avoir à « gagner sa

vie ». Dans le feu des phares elle

se répétait : «Tu es lâche. Tu

n’as aucun courage. » Pour se

consoler la Poète chante

« Charlotte cocotte / Qu’est-ce

que tu fais là ? / Je cire les

bottes / De mon petit chat »

Encore la même. La Poète a

enfin terminé la première

version du film. Les 12 minutes.

Relu aujourd’hui, un peu

sceptique. Mais n’aura pas le

temps de refaire. A terminé aussi

la première grande série des

numéros dessinés. Maintenant

commence celle avec l’encre et

les craies épaisses. Elle dit : « Je

me suis mouchée au moins

cinquante fois. »

La Poète vérifie que Méthode

signifie bien violence faite aux

habitudes de relâchement.

Hier elle a décidé d’arrêter sa

vie alimentaire le 13 avril. Elle a

compris qu’elle allait être

libérée d’un petit bagne.

L’atelier de traduction s’est

magnifiquement déroulé. Une

soupe aux choux de cadavres sera

le titre pour le Klebnikhov. La

Poète traduit dans des langues

qu’elle ne connaît pas. Mais elle

ne fait jamais ça seule.

[…]

Hier elle a relu deux lettres de

Benjamin à Gerhard Scholem.

Il s’y interroge sur la façon dont

l’auteur du Zohar conçoit les

articulations phonétiques et les

signes graphiques comme

dépôts de rapports cosmiques.

Il dit plus loin : « Souvent je

rêve de livres éclatés. »

[…]

Hier La Poète a pensé à

Marseille. Marseille, la ville où

elle dort. Elle se disait : «Tu dors

prés d’un continent liquide

dont les berges sont solides et

les populations nomades depuis

au moins le paléolithique. » Elle

trouvait ça plutôt réconfortant.

[…]

da : http://www.pol-editeur.com/index.php?spec=auteur&numauteur=86

*

Liliane Giraudon

Née en 1946 Liliane Giraudon vit à Marseille. Son travail d’écriture, situé entre prose (la prose n’existe pas) et poème (un poème n’est jamais seul) semble une traversée des genres. Entre ce qu’elle nomme « littérature de combat » et « littérature de poubelle », ses livres, publiés pour l’essentiel aux éditions P.O.L dressent un spectre accidenté. A son travail de « revuiste » (Banana Split, Action Poétique, If…) s’ajoute une pratique de la lecture publique et de ce qu’elle appelle son « écriredessiner » (tracts, livres d’artiste, expositions, ateliers de traduction, feuilletons, théâtre, actions minuscules)…

« Une existence tordue » pourrait être le titre de son laboratoire d’écriture où circulent des voix.

Bibliographie

Participe à diverses aventures de revues
Action Poétique. Banana Split (1980-1990).Impressions du sud. La Nouvelle B.S. Co dirige la revue If et l’Atelier de traduction « Les comptoirs » (collection aux Ed. Al Dante)
Membre du quatuor Manicle et de la Cosmetic Compagny.
Livres d’artistes.
Carnets et cahiers de dessins ( galerie Meyer Marseille. V.A.C Ventabren, Galerie du Tableau Marseille, l’Atelier Cinq Arles)
Cinépoème avec Akram Zaatazi “Les Arabes aiment les chats”

Lectures publiques. Traductions. Textes critiques. Théâtre. Tracts. Travaux invisibles.
Depuis 2010, création d’un petit laboratoire vocal avec Robert Cantarella.

 

Parmi les publications
– Some postcards about CRJ and other cards (avec JJ. Viton) Spectres Familiers, 1984
– La nuit, P.O.L, 1985
– Divagation des chiens, P.O.L 1988
– Pallaksch, Pallaksch, P.O.L, 1990 (prix Maupassant de la nouvelle)
– 29 femmes. Poésie en France depuis 1960, Anthologie (avec H.Deluy) . Stock.1994
– Les animaux font toujours l’amour de la même manière, P.O.L 1995
– Parking des filles, 1998
– Homobiographie (avec la cosmetic company) Farrago, 2000
– Sker (avec la cosmetic company) P.O.L, 2002
– La fiancée de Makhno (avec la cosmetic company), P.O.L, 2004
– L’onanisme d’Hamlet, Les Cahiers de la Seine 2004
– Carnet de nuit à Reykjavik, Fidel Anthelme X. 2004
– Les talibans n’aiment pas la fiction, Inventaire/Invention 2005
– Greffes de spectre, POL, 2005
– Marquise vos beaux yeux, avec Michelle Grangaud + Josée Lapeyrère + Anne Portugal, ed. Le bleu du ciel (collection Biennale des Poètes), 2005
– Le rasoir de Borges, opérette.avec C.Chemin et JJ. Viton. IF27+1 2006
– Marseille-postcards avec JJ. Viton Le Bleu du ciel 2006
– Feuilleton sur le site d’Inventaire/Inventions “Biographies” avec des dessins de C Chemin
– Mes bien-aimé(e)s, avec Christophe Chemin, ed. Inventaire/invention, 2007
– La vraie vie d’Angeline Chabert après sa mort, Les oublis, 2007
– La poétesse, (homographie), ed. POL, 2009
– Hôtel, avec JJ Viton photographies B. Plossu. Ed Argol 2009
– Vous mettrez ça sur la note, avec JJ Viton et B.Plasse. Ed. Diem Perdidi, 2009
– A3 (avec H. Deluy et J.J. Viton) éditions öö/Action Poétique, 2009
– Biogres, éditions Ritournelles/Malagar, 2009
– L’Omelette rouge, POL, 2011

da: http://www.m-e-l.fr/liliane-giraudon,ec,114

Jacques Derrida – La carte postale

ENVOIS

Le 3 juin 1977.

et toi, dis moi
j’aime toutes mes appellations de toi et alors nous n’aurions qu’une lèvre, une seule pour tout dire
de l’hébreu il traduit « langue », si l’on peut appeler cela traduire, par lèvre. Ils voulaient s’élever sublimement pour imposer leur lèvre, l’unique, à l’univers. Babel, le père, en donnant son nom de confusion, multiplia les lèvres, et c’est pourquoi nous sommes séparés et que moi je meurs à l’instant, je meurs d’envie de t’embrasser de notre lèvre la seule que je veuille entendre

© Flammarion, 1980

 ***

e tu, dimmi
amo tutti i nomi con cui ti chiamo e allora avremmo un solo labbro, uno solo per dire tutto
dall’ebraico traduce « lingua », se questo si può chiamare tradurre, con labbro. Volevano elevarsi sublimemente per imporre il loro labbro, l’unico, all’universo. Babel, il padre, dando il suo nome di confusione, moltiplicò le labbra, perciò siamo separati e io ora muoio, muoio dalla voglia di baciarti con la nostra lingua l’unica ch’io voglia ascoltare

traduzione di  Alfredo Riponi

A squarciagola

GHÉRASIM LUCA


Da Le Chant de la carpe, Josè Corti 1986, Soleil Noir 1973


A SQUARCIAGOLA

Accoppiato alla paura

come Dio all’odioso

il collo genera il coltello

e il Tagliatore di teste

sospeso tra la testa e il corpo

come il crimine

tra il grido e il limine


*


Accoppiato alla paura

come il grido al crimine

il collo genera il coltello

e il Tagliatore di teste

sospeso tra la mia testa e il suo corpo

come lo sgozzatore alla gola


*


Accoppiato alla paura

come il fango alla gola

il collo genera il coltello

e il Tagliatore di teste

sospeso tra la sua testa e il mio corpo

come il terrore all’errore


*


Accoppiato alla paura

come il sacro al massacro

il collo genera il coltello

e il Tagliatore di teste

sospeso tra la sua testa e il suo corpo

come il corvo

tra il corno e la voce


*


Accoppiato alla paura

come le lacrime

tra le mie lettere e le sue rime

il collo genera il coltello

e il Tagliatore di teste

sospeso tra la mia testa e il mio corpo

come la vita nel vuoto


*


Accoppiato alla paura

tra la vita e il vuoto

il collo genera il coltello

e il Tagliatore di teste

sospeso tra la testa e il corpo

muore in un debole riso


***

A GORGE DÉNOUÉE


Accouplé à la peur

comme Dieu à l’odieux

le cou engendre le couteau

et le Coupeur de têtes

suspendu entre la tête et le corps

comme le crime

entre le cri et la rime


*


Accouplé à la peur

Comme le cri au crime

le cou engendre le couteau

et le Coupeur de têtes

suspendu entre ma tête et son corps

comme l’égorgeur à la gorge


*


Accouplé à la peur

Comme la boue à la bouche

le cou engendre le couteau

et le Coupeur de têtes

suspendu entre sa tête et mon corps

comme la terreur à l’erreur


*


Accouplé à la peur

comme le sacré au massacre

le cou engendre le couteau

et le Coupeur de têtes

suspendu entre sa tête et son corps

comme le corbeau

entre le cor et le beau


*


Accouplé à la peur

Comme les larmes

Entre mon initiale et ses armes

le cou engendre le couteau

et le Coupeur de têtes

suspendu entre ma tête et mon corps

comme la vie dans le vide


*


Accouplé à la peur

Entre la vie et le vide

le cou engendre le couteau

et le Coupeur de têtes

suspendu entre la tête et le corps

éclate de mou rire


traduzione di Alfredo Riponi e Rita R. Florit


***


Manca un dio, sulla mancanza cresce la poesia, avanza da territori dominati dalla morte, dalla paura. Fantasma del reale. “Tramato di realtà il Mai, ora tornato” (Celan).

“Accoppiato alla paura  / come Dio all’odioso  / il collo genera il coltello”. Se Socrate affronta la morte senza battere ciglio, animo di filosofo o filosofo nell’animo, Abramo è dominato dalla paura di fronte al sacrificio di Isacco.

“Poesia notturna che abbaglia come solo nel buio si può essere accecati… inviolato l’occhio pensa l’oricalco[1] solo il sogno ne concede la visione… e sogno il fuoco oricalco… e penso la fenice, lo stridore e le fiamme…”


*


Note di traduzione

A gorge dénouée, si è scelto di tradurre “a squarciagola” (à tue-tête). Gridare fino a rompere la gola.

« comme le crime / entre le cri et la rime » Rime, rima, limine; tenendo presente l’espressione idiomatica “ni rime ni raison”; “né capo né coda”; si è scelto quindi di tradurre. “come il crimine / tra ilgridoe illimine”

« comme le corbeau / entre le cor et le beau »; si è reso questo gioco di parole con “come il corvo / tra il corno e la voce”

« comme les larmes / entre mon initiale et ses armes » , Luca gioca qui con l’associazione dell’iniziale del suo cognome« l » e « armes », – tra “iniziale” (monogramma) e “armes” (emblema, stemma) – che abbiamo scelto di rendere concome le lacrime / tra le mie lettere e le sue rime” , «lac » sono le tre lettere contenute nel suo cognome e «rime ».

Éclate de mou rire, il verso finaleè giocato sull’assonanza foneticamou rire / mourir; e sintatticamou rire / fou rire (folle riso), riprendendo il titolo“rire à gorge déployée” (ridere a piena gola) ; quindi si è scelto di tradurre“muore in un debole riso”, tenendo presente l’espressione idiomatica italiana“morire dal ridere”.



[1] oricàlco s. m.( pl. -chi) Varietà di bronzo simile all’oro, composta principalmente di rame e di piccole quantità di stagno, piombo e zinco; SIN. Crisocalco.


Angèle Paoli su *Passo nel fuoco*

.

Ringrazio  Angèle Paoli  che ha recensito Passo nel Fuoco
su TERRES des FEMMES


qui  la traduzione italiana di Alfredo Riponi


LEGAMI STRETTA AL NUDO TUO VOLERE

Una poesia esigente quella di Rita R. Florit. Un poesia minuziosamente cesellata nella linea del poeta-orafo Pierre-Jean Jouve di cui è lettrice appassionata. Passo nel fuoco, nuova raccolta della poeta italiana, offre poesie cesellate all’oro fino, nella continuità di spirito e di immagini di Varchi del rosso. Poesia carnale dove l’incarnato della sensualità proietta il suo splendore su ogni poesia dove si dice il desiderio, la poesia di Regina R. Florit è ossessione del fuoco. Il fuoco della carne.

« Ho fuoco in abbondanza e mi devasta
e offrirtelo decuplica la pena ».

« J’ai feu en abondance, il me dévaste
et te l’offrir décuple ma peine ».

Fuoco della passione e fuoco del tormento attraversano la raccolta da una pagina all’altra, innervano i versi e alimentano l’arte poetica di questo piccolo opus, prezioso come un “coffret de santal” riempito di fragranze rare.

Attraverso quali sentieri oscuri e luminosi al tempo stesso ha luogo la traversata poetica da Rita R. Florit? Incantesimo per l’amato, Passo nel fuoco è un invito incandescente a cercare al centro della piaga la chiave di una passione divorante, sempre all’erta. Questo cammino esacerbato è anche quello di cui il poeta legge e dice le involuzioni e al contempo timori e paure. La carne preziosa si spiega e s’avvolge, le circonvoluzioni del piacere aprono la via a cieli infernali e la notte dipana il suo filo intorno agli amanti addormentati.

Controcorrente rispetto ai tentativi formali della poesia contemporanea, la sensibilità poetica di Rita R. Florit si iscrive, credo, nella filiazione petrarchizzante di Gaspara Stampa o di Louise Labé. In Rita R. Florit domina la musicalità della forma chiusa dell’alessandrino o dell’endecasillabo che ben s’adatta alle forme brevi, quartine, ottave, stanze o sestine. E se si può parlare di modernità, questa si legge altrove. Nella preoccupazione di scolpire la poesia nelle spirali abilmente intagliate dell’Eros. O nelle biforcazioni del vocabolario di cui Rita R. Florit nutre la sua estetica dell’amore.

Così, nella sinuosità di un verso, convivono forme antiche e lessico scientifico. La prossimità di questi estremi crea sorpresa e spaesamento letterario. E la quintessenza di questa poesia raffinata si legge nel crogiolo delle volute carnali che accendono il desiderio. Le delizie del piacere si nutrono anche del tormento che il desiderio fa nascere. Il fuoco è là, sorgente che fa ardere la carne, fiore e brace; ceneri e rogo che la voce dell’amato, fascio di fiamme vive, basta a ravvivare. Perché l’amante si abbevera alle loro ustioni. Il suo canto implora l’amato di fare di lei l’alleata del suo desiderio:

« Legami stretta al nudo tuo volere
perfetto raggio di fulminea cura. »

« Lie-moi serrée à ta volonté nue
rayon parfait de foudroyant souci. »

Con questa raccolta, Rita R. Florit ha vinto il Premio letterario “Mazzacurati Russo” 2009/10.

Angèle Paoli


Celle qui dort


Celle qui dort inquiète au profond
de toi, la petite effrayée invincible,
sais-tu que je la touche parfois
sans la tenir, même en rêve, où nous pleurons


Jean-Charles Vegliante
Les Oublies, Obsidiane, Collection Les Solitudes


*

Quella che dorme

Quella che dorme inquieta nel tuo profondo
essere, la piccola impaurita invincibile,
sai talvolta la tocco senza tenerla,
anche in sogno, dove siamo in lacrime.


trad. Alfredo Riponi e Rita R. Florit


“L’echo du corps” su Il Porto di Toledo

Alfredo Riponi e Rita R. Florit si confrontano corpo a corpo con un testo poetico di Ghérasim Luca, offrendo una versione felicemente sperimentale de L’eco del corpo, dove lingua italiana e lingua francese sono giustapposte a mostrare i labirinti fisiologici della parola

Ringrazio Domenico Ingenito  per la pubblicazione su
Il Porto di Toledo


L’echo du corps

prête-moi ta cervelle
cède-moi ton cerceau
ta cédille ta certitude
cette cerise
cède-moi cette cerise
ou à peu près une autre
cerne-moi de tes cernes
précipite-toi
dans le centre de mon être
sois le cercle de ce centre
le triangle de ce cercle
la quadrature de mes ongles
sois ceci ou cela ou à peu près
un autre
mais suis-moi précède-moi
séduction

entre la nuit de ton nu et le jours de tes joues
entre la vie de ton visage et la pie de tes pieds
entre le temps de tes tempes et l’espace de ton esprit
entre la fronde de ton front et les pierres de tes paupières
entre le bas de tes bras et le haut de tes os
entre le do de ton dos et le la de ta langue
entre les raies de ta rétine et le riz de ton iris
entre le thé de ta tête et les verres de tes vertèbres
entre le vent de ton ventre et les nuages de ton nu
entre le nu de ta nuque et la vue de ta vulve
entre la scie de tes cils et le bois de tes doigts
entre le bout de tes doigts et le bout de ta bouche
entre le pois de tes poils et la poix de ta poitrine
entre le point de tes poings et la ligne de tes ligaments
entre les pôles de tes épaules et le sud-est de ta sueur
entre le cou de tes coudes et le coucou de ton cou
entre le nez de tes nerfs et les fées de tes fesses
entre l’air de ta chaire et les lames de ton âme
entre l’eau de ta peau et le seau de tes os
entre la terre de tes artères et le feu de ton souffle
entre le seing de tes seins et les seins de tes mains
entre les villes de ta cheville et la nacelle de tes aisselles
entre la source de tes sourcils et le but de ton buste
entre le musc de tes muscles et le nard de tes narines
entre la muse de tes muscles et la méduse de ton médius
entre le manteau de ton menton et le tulle de ta rotule
entre le tain de ton talon et le ton de ton menton
entre l’oeil de ta taille et les dents de ton sang
entre la pulpe de ta pupille et la serre de tes cernes
entre les oreilles de tes orteils et le cervelet de ton cerveau
entre l’oreiller de tes oreilles et la taie de ta tête
entre le lévrier de tes lèvres et le poids de tes poignets
entre les frontières de ton front et le visa de ton visage
entre le pouls de tes poumons et le pouls de ton pouce
entre le laits de tes mollets et le pot de ta paume
entre les pommes de tes pommettes et le plat de tes omoplates
entre les plantes de tes plantes et le palais de ton palais
entre les roues de tes joues et les lombes de tes jambes
entre le moi de ta voix et la soie de tes doigts
entre le han de tes hanches et le halo de ton haleine
entre la haine de ton aine et les aines de tes veines
entre les cuisses de tes caresses et l’odeur de ton coeur
entre le génie de tes genoux et le nom du nombre
du nombril de ton ombre


Gherasim Luca, Héros-Limite, Folio Gallimard 2001, Josè Corti 1985, Soleil Noir 1953

***

L’ECO DEL CORPO



prestami le tue cervella
cedimi il tuo cerchio
la cediglia della tua certezza
questa ciliegia
cedimi questa ciliegia
o un’altra all’incirca
accerchiami nelle tue occhiaie
precipitati
nel centro del mio essere
diventa il cerchio di questo centro
il triangolo di questo cerchio
la quadratura delle mie unghie
diventa questo o quello o quasi
un altro
ma seguimi precedimi
seduzione

tra la notte del tuo nudo e il giorno delle tue guance
tra la vita del tuo viso e la provocazione dei tuoi piedi
tra il tempo delle tue tempie e lo spazio del tuo spirito
tra la fronda della tua fronte e le pietre delle tue palpebre
tra il basso delle tue braccia e l’osanna delle tue ossa
tra il do del tuo dorso e il la della tua lingua
tra i raggi della tua retina e il riso della tua iride
tra il tè della tua testa e i vetri delle tue vertebre
tra il vento del tuo ventre e le nuvole del tuo nudo
tra il nudo della tua nuca e la vista della tua vulva
tra la scia delle tue ciglia e la foresta delle tue dita
tra la punta delle tue dita e la punta della tua bocca
tra il peduncolo dei tuoi peli e la pece del tuo petto
tra il punto dei tuoi pugni e la linea dei tuoi legamenti
tra gli spazi delle tue spalle e il sud–est del tuo sudore
tra la gola dei tuoi gomiti e il cucù del tuo collo
tra il naso dei tuoi nervi e la naiade delle tue natiche
tra l’aria delle tua carne e la lama della tua anima
tra la pioggia della tua pelle e l’orcio delle tue ossa
tra la terra delle tue arterie e il fuoco del tuo fiato
tra il segno dei tuoi seni e i seni delle tue mani
tra le città della tua caviglia e la navicella delle tue ascelle
tra la sorgente delle tue sopracciglia e il progetto del tuo petto
tra il muschio dei tuoi muscoli e il nardo delle tue narici
tra la musa dei tuoi muscoli e la medusa del tuo medio
tra il mantello del tuo mento e la tulle della tua rotula
tra lo stagno del tuo tallone e il tono del tuo mento
tra lo sguardo della tua statura e le strette del tuo sangue
tra la polpa della tua pupilla e l’orto delle tue occhiaie
tra le pieghe dei tuoi piedi e il cervelletto del tuo cervello
tra il letto dei tuoi lobi e la custodia del tuo capo
tra il levriere delle tue labbra e il peso dei tuoi polsi
tra le frontiere della tua fronte e il visto del tuo viso
tra il polso dei tuoi polmoni e il polso del tuo pollice
tra la polpa dei tuoi polpacci e il piatto del tuo palmo
tra i pomi dei tuoi pomelli e il piano delle tue scapole
tra le piante delle tue piante e il palazzo del tuo palato
tra le ruote delle tue gote e i lombi delle tue gambe
tra il me della tua voce e la seta delle tue dita
tra l’ ardore delle tue anche e l’alone del tuo alito
tra l’inimicizia del tuo inguine e le cavità delle tue vene
tra le cosce delle tue carezze e l’odore del tuo cuore
tra il genio delle tue ginocchia e il nome del numero
dell’ombelico della tua ombra


traduzione alfredo riponi e rita r. florit




La nuit commence


La nuit commence.

Berçant la vie et berçant la mort
Entre les draps.

Mais un doigt s’enfonce
Pour rejoindre l’étoile vraiment solitaire.

Elle se contracte, c’était donc l’anémone
— mouillée par moi, pas par la mer —
Qu’il faut lécher
Lorsque la langue comme l’enfance

A tout le temps.

Courbant ma pensée, je viens sourire dans les poils,
Une vraie joie sans raconter d’histoire.

Tu appuies tes fesses, un peu froid.
Embrasse-moi pour que la nuit ne me défigure pas.

Ariane Dreyfus, Le périlleux retour, in L’Inhabitable, Éditions Flammarion, Collection Poésie, 2006.

*

Incomincia la notte.

Cullando la vita e cullando la morte
Tra le lenzuola.

Ma un dito affonda
A raggiungere la sola solitaria stella.

Si contrae, era dunque l’anemone
— bagnata da me, non dal mare —
Che bisogna leccare
Quando la lingua come l’infanzia

Ha tutto il tempo.

Curvando il mio pensiero, sorrido tra i peli,
una vera gioia senza raccontare storie.

Appoggi le tue natiche, un po’ freddo
Abbracciami affinché la notte non mi sfiguri.


Traduzione Alfredo Riponi e Rita R. Florit


Ipnologue

Un poema di Alain Jouffroy da “Moments extrêmes” (Éditions de La Différence, 1992) e “C’est aujourd’hui toujours (1947-1998)” (Gallimard, 1999)

Jouffroy Hypnologue

Ipnologo* significa qui, forse, la presa di coscienza dell’ipnosi, dello stato di sonno che ci provoca la storia, le forme allucinanti della Storia; dice altrove Jouffroy che non esistono leggi della Storia

Qui il Vangelo di Giovanni è a pretesto per una storia dell’uomo e del mondo che sfocia in una riflessione sull’individuo rivoluzionario. Gli inizi di un mondo che non finiscono mai, sprovvisti di pensiero, di verbo. All’inizio non era il verbo…

Tutto riporta all’incoscienza dell’infanzia (del creato).

È un nuovo principio che s’enuncia: l’affermarsi di un pensiero individuale, indipendente, rivoluzionario. Non (ci) accade più nulla, vediamo ogni cosa sotto un nuovo aspetto.

Scrive Jouffroy nel suo saggio “Dell’individualismo rivoluzionario” citando Aragon : “Vi farà ridere e troverete derisorio, diceva Aragon…, che persone che non dispongono di alcun potere, che non sono nulla, senza denaro, senza ipocrisia, parlino improvvisamente di rivoluzione…. È tuttavia questo fatto senza precedenti nella storia umana che unisce quelli che credono in questo solo legame, la poesia, e un certo gusto dell’insensato.”

“Missione di una poesia sovversiva” rivendicata da Jouffroy, “per evitare che ci spossessino dei nostri diritti” acquisiti con la rivoluzione francese.

“Non c’è miracolo-scientifico della scrittura e della pittura. La storia emette dei segni attraverso la svolta di individui che scrivono, che dipingono.”. Alcuni di questi segni, continua Jouffroy, sono stati cancellati con i tentativi di censura di scrittori e artisti. Lasciar parlare di nuovo questi segni censurati, vederli, è rifare e dunque fare la storia.

Annientando il proprio potere,

Si allarga la vista.

Ma il vedere è un altro potere

Di cui nessuno si è impadronito.

On ne voit plus rien venir / … / Nous voyons tout partir. Ci sarebbe l’uso arcaicizzante di ‘partir’, partager, diviser en parties, il “dividersi”, l’andare ogni cosa per conto suo, è da considerare. Potremmo tradurre ‘avvenire’ che richiama per antinomia ‘partire’. Altro problema, di conseguenza: se ‘partir’ significa andarsene, scomparire, allora non può essere il ‘principio’? Io credo che qui ci sia un’antinomia “falsa”, che rafforza un concetto negativo: niente arriva, tutto parte. Al centro (anche della strofa, quindi graficamente) non rimane altro che un vuoto, o un nulla che noi umani siamo costretti a speculare, a “pensare” (nota: cinque versi, cinque volte il verbo vedere!). Riepilogando ‘non si vede avvenire più niente / […] / noi vediamo partire ogni cosa’.

Ma a conti fatti, “partir” significa anche “nascere, avere origine, partire, iniziare, cominciare” quindi la ripresa del primo verso alla fine. Quindi, “vedere il principio di tutto”, un nuovo inizio. Pensando a quella falsa antinomia che rafforza un concetto negativo : questo vuoto che rimane, questo nulla che noi umani siamo costretti a speculare. Effettivamente il nulla è al centro della speculazione filosofica dagli inizi della metafisica. “Noi pensiamo il nulla” diceva Heidegger.

“Per la prima volta, noi pensiamo” Il vedere dell’ultima strofa diventa pensiero, per la prima volta “Perché il mondo non comincia all’esterno del nostro occhio. Comincia con il fruscio del sangue dei nostri due emisferi cerebrali, con l’energia che innesta ad ogni secondo il corpo su se stesso, nel temporale ultra-segreto del pensiero a contatto con il tutto.” (Jouffroy, Le gué). Qualcosa verrà, ma qualcosa di cui non si attende più la venuta, come scrive Ingeborg Bachmann “E sono ancora nel deserto che viene prima del domani”.

* psicoterapeuta che aiuta a far emergere dal profondo, mediante tecniche appropriate, elementi psicologici nascosti o rimossi.


Traduzione  di Alfredo Riponi, Rita R. Florit, Giacomo Cerrai


 


***


Ipnologo

In principio,

Non c’era alcun ordine.

Tutto era banale e piatto nel caos,

Salvo gli aghi della sofferenza.

In principio,

Il mondo era sovraccarico di rovi.

Mai l’orizzonte si apriva,

La metempsicosi andava dallo stesso allo stesso.

In principio,

Tutto era ridicolo,

Odiosamente arduo, imperfetto,

Odiosamente fiero della propria imperfezione,

Il comunismo delle cose s’imponeva alla rinfusa.

In principio, era l’infanzia, i suoi odi,

Il suo ostinato ottenebrarsi.

Niente testimoniava da nessuna parte

L’oltrepassare dello zero.

In principio,

L’impurità regnava sovrana.

Nessuno osava contraddire l’infelicità

Che stringeva il cuore in una morsa.

Il comandava dovunque al .

Dovunque le sue orde, le sue milizie,

Le sue superstizioni malevole.

L’ingiustizia essendo la sola legge,

Tutto sembrava naturale,

Nell’ordine delle cose:

Il peggio e il poco che ci sfuggono,

L’orrore e l’errore inosservati.

Mai la vita è stata così pesante

In questi secoli dove nessuno ha volato –

Salvo in sogno.

Questi inizi sono durati così a lungo

Che li si credeva eterni,

Embricati definitivamente nel tempo.

Nessuno li ha dominati:

Tutto era asservito alla loro ripetizione.

Le comete erano inchiodate,

La terra non girava

Sotto l’occhio divino di un sole monarchico,

Cinico.

Poi il mondo si svuotò,

Divenne buco.

Ogni uomo era un buco in un buco.

Una notte,

Qualcosa si è incrinato nel freddo

E la mattina, il cielo ha fischiato.

Nessuno sa più quando,

Qualcuno l’ha notato. Segnato.

Come se l’orecchio del cielo si stappasse,

Un mondo vuoto si è rotto come una noce.

Quale era questa terra

Che cominciava a vacillare nelle teste?

Quali, questo cielo, questo sole,

Questa notte stellata, che si muovevano,

Tirandosi dietro tutti i treni del tempo interrotto?

Questo è durato più di cento anni –

Trecento diciassette forse –

In cui le mucche continuavano a ruminare.

Ma lo scivolare di una porta scorrevole

Cambiava posto a questo tappeto volante, così lento.

Nessuno soffocava più lo spazio:

Non si incarcerava più il sole,

La terra divorziava dalla terra

E gli uomini, senza averne l’aria,

Si rivoltavano contro il punto supremo:

L’uomo.

Furono strani secoli

Dove ciascuno diventò straniero a se stesso.

Le donne fuggivano dalle donne impazzite.

Mille Mozart morivano dal ridere nel salone degli dei.

Il rovescio del mondo mostrò il suo culo.

Tutto divenne possibile, anche la virtù.

L’impossibile si avvicinò.

Fu possibile a ciascuno sbagliarsi,

Esplorare i propri errori.

Le menzogne reinventavano una libertà

Che aveva agito soltanto nell’immaginazione.

La libertà arrivò a rovesciare

Le strane stanze della verità.

Di colpo le parole divennero effimere –

Come i poteri.

La lingua sciolta sciolse la follia,

Ognuno divenne la propria espropriazione.

Prudente era ancora la sconfitta,

Ma micidiale per gli immoti.

“In fretta, più in fretta”, diceva il boia.

La follia smise d’essere un caso:

Non si guardò più ai re con lo stesso occhio,

Il giorno in cui un piccolo geometra divenne imperatore.

L’occhio stesso girò intorno al sole

Prima di lasciarlo per altre costellazioni.

Le notti si fecero più voluttuose,

Anche in prigione.

La rivoluzione cadde dal cielo,

Le sue tavole della legge s’infransero sul mondo

Nel crepuscolo che subentrò,

Là dove il sangue cementava gli eroi,

Nessuno osò criticare i propri crimini.

Criminali intentarono il processo alla ragione

Di debolezza in audacia, di crimine in virtù,

Ognuno dimenticò di correggere la propria aberrazione.

La rivoluzione non fu la rivelazione.

Nel crepuscolo che subentrò –

Chi ha saputo vedere, dopo la sua estinzione,

Chi ha saputo vedere

Che ci guardava nella sua cecità?

Che ci ascoltava nella sua sordità

Fin nell’intimità delle nostre vigliaccherie?

Per sempre i leoni erano liberati.

Nel crepuscolo che subentrò,

La loro criniera, fatta di frasi,

Ha disarcionato per sempre la fine del mondo.

Il verbo rivoluzionario risuscitò,

Un ordine discontinuo ne è nato: nudo.

Viviamo oggi nell’ombra

Delle parole che l’hanno fatto tacere.

Appostati, in agguato, in guardia –

Come ci si prepara dormendo alla guerra

Che nessuno ha ancora fomentato:

La guerra degli uomini contro la dittatura,

Lo scandalo del sacro.

Quest’oggi durerà anche vent’ anni

Prima che trionfi

Del peso multisecolare della realtà.

Ma cosa faccio, quando lo dico?

Cosa accade nel silenzio dei miei ogginotte?

Cerco il suo nome,

Scrivo nell’attesa di questo nome

E irrido – nome:

Seriamente mi prendo gioco della malinconia

Di quelli che non credono ne ai nomi, ne alle parole, pronunciate.

Ogni notte intravedo la mia nuova alba.

La fortuna di questa guerra,

La sento come un riso idiota –

Il riso che dispensa dallo sforzo di divenire.

L’ateo non si consacra un culto,

Altrimenti diventa dio.

L’ateo non indietreggia davanti al vuoto,

Se no perde i suoi occhi.

L’ateo disubbidisce alla pelle delle sue paure.

Tale, il paesaggio che il muro forato scopre.

Annientando il proprio potere,

Si allarga la vista.

Ma il vedere è un altro potere

Di cui nessuno si è impadronito.

Vado in quella direzione, come si va al mare –

Correndo.

Mi butto – come nell’amore.

Non amo in me che questo riso

Che dice no

A tutte le passività.

Non si vede più niente accadere.

Io vedo

Tu vedi

Egli vede

Vediamo scomparire ogni cosa.

Per la prima volta, noi pensiamo.


Gennaio-febbraio 1990, Parigi


***


Hypnologue


Au début,

Il n’y avait aucun ordre.

Tout était banal et plat dans le chaos,

Sauf les aiguilles de la souffrance.

Au début,

Le monde était surchargé de ronces.

Jamais l’horizon ne s’ouvrait,

La métempsycose allait du même au même.

Au début,

Tout était ridicule,

Odieusement malaisé, imparfait,

Odieusement fier de son imperfection,

Le communisme des choses s’imposait en vrac.

Au début, c’était l’enfance, ses haines,

Son obnubilation obstinée.

Rien ne prouvait nulle part

Le dépassement du zéro.

Au début,

L’impureté régnait comme un pape.

Nul n’osait contredire le malheur

Qui tenait le cœur dans un étau.

Oui commandait partout à oui.

Partout ses hordes, ses milices,

Ses superstitions malveillantes.

L’injustice étant la seule loi,

Tout semblait naturel,

Allant de soi :

Le pire et le peu qui nous en échappe,

L’horreur et l’erreur inaperçues.

Jamais la vie n’a été si lourde

Dans ces siècles où personne n’a volé –

Sauf en rêve.

Ces débuts ont duré si longtemps

Qu’on les croyait éternels,

Définitivement imbriqués au temps.

Nul ne les a dominés :

Tout était asservi a leur répétition.

Les comètes étaient clouées,

La terre ne tournait pas

Sous l’œil-dieu d’un soleil monarchien,

Cynique.

Puis le monde se vida,

Devin trou.

Chaque homme était un trou dans un trou.

Une nuit,

Quelque chose s’est fêlé dans le froid

Et le matin, le ciel a sifflé.

Nul ne sait plus quand,

Quelqu’un l’a remarqué. Marqué.

Comme si l’oreille du ciel se débouchait,

Un monde vide s’est cassé comme une noix.

Quelle était cette terre

Qui commençait à vaciller dans les têtes ?

Quels, ce ciel, ce soleil,

Cette nuit étoilée qui s’ébranlaient,

Tirant derrière eux tous les trains du temps arrêté ?

Cela a duré plus de cent ans –

Trois cent dix-sept peut-être –

Où les vaches continuaient de ruminer.

Mais un glissement de porte coulissante

Changeait la place de ce tapis volant, si lent.

Nul ne jugulait plus l’espace :

On n’emprisonnait plus le soleil,

La terre divorçait de la terre

Et les hommes, sans en avoir l’air,

Se révoltaient contre le point suprême :

L’homme.

Ce furent des siècles étranges

Où chacun devint étranger à soi.

Les femmes s’enfuyaient des femmes affolées.

Mille Mozarts mouraient de rire dans le salon des dieux.

L’envers du monde montra son cul.

Tout devint possible, même la vertu.

L’impossible se rapprocha.

Il fut possible à chacun de se tromper,

D’explorer ses propres erreurs.

Les mensonges réinventaient une liberté

Qui n’avait agi que dans l’imagination.

La liberté en vint à renverser

Les curieux cabinets de la vérité.

Du coup les mots devinrent éphémères –

Comme les pouvoirs.

La langue déliée délia la folie,

Chacun devint sa propre expropriation.

Prudente encore était la débâcle,

Mais meurtrières aux immobiles.

« Vite, plus vite » disait le bourreau.

La folie cessa d’être un cas :

On ne regarda plus les rois du même œil,

Le jour où un petit géomètre devint empereur.

L’œil lui-même tournai autour du soleil

Avant de le quitter pour d’autres constellations.

Les nuits se firent plus voluptueuses,

Même en prison.

La révolution tomba du ciel,

Sa table de lois s’éparpilla sur le monde

Et dans le crépuscule qui lui succéda,

Là ou le sang cimentait les héros,

Nul n’osa critiquer ses propres crimes.

Des criminels intentèrent le procès de la raison

Et de faiblesse en audace, de crime en vertu,

Chacun oublia de corriger sa propre aberration.

La révolution ne fut pas la révélation.

Dans le crépuscule qui lui succéda –

Qui a su voir, après son extinction,

Qui a su voir

Qu’elle nous regardait dans sa cécité ?

Qu’elle nous écoutait dans sa surdité

Jusque dans l’intimité de nos lâchetés ?

Pour toujours les lions étaient lâchés.

Dans le crépuscule qui succéda,

Leur crinière, faite de phrases,

A désarçonné à jamais la fin du monde.

Le verbe révolutionnaire en ressuscita,

Un ordre discontinu en est né : nu.

Nous vivons aujourd’hui dans l’ombre

Des mots qui l’ont fait taire.

À l’affût, aux aguets, dans le guet –

Comme on se prépare en dormant à la guerre

Que personne n’a encore fomentée :

La guerre des hommes contre la dictature,

Le scandale du sacré.

Cet aujourd’hui durera bien vingt ans

Avant qu’elle ne triomphe

Du poids multiséculaire de la réalité.

Mais qu’est-ce que je fais, quand je le dis ?

Que se passe-t-il dans le silence de mes aujournuits ?

Je cherche son nom,

J’écris dans l’expectative de ce nom

Et je me moque – nom :

Sérieusement je me joue de la mélancolie

De ceux qui ne croient ni aux noms, ni aux mots, dits.

Chaque nuit je vise ma nouvelle aube.

La chance de cette guerre,

Je la ressens comme un rire idiot –

Le rire qui dispense de l’effort de devenir.

L’athée ne se voue pas un culte,

Sinon il devint dieu.

L’athée ne recule pas devant le vide,

Sinon il perd ses yeux.

L’athée désobéit à la peau de ses peurs.

Tel, le paysage que découvre le mur percé.

En anéantissant son propre pouvoir,

On agrandit le voir.

Mais le voir est un autre pouvoir

Dont nul ne s’est emparé.

J’y vais, comme on va à la mer –

En courant.

Je m’y jette – comme dans l’amour.

Je n’aime en moi que ce rire

Qui dit non

À toute les passivités.

On ne voit plus rien venir.

Je vois

Tu vois

Il voit

Nous voyons tout partir.

Pour la première fois, nous pensons.

Janvier-février 1990, Paris


 

Poiché l’attesa…

“Poiché l’attesa s’inoltra profondamente nell’aperto” (M. Heidegger)

Ho una piccola dimora acquisita
nei luoghi oscuri,dalla notte accesi.
Pur circondandomene mal li distinguo,
se stordita appena li avverto.
Strada,l’attraversai rincorrendomi.
Riposi le stelle nell’armadio
per attenermi meglio al presente.
Ma il dubbio assiduo mi corrode
che l’unica dimora è nel pensiero,
poiché non volli abbandonarmi
agli Abbandoni che rivelano.
Votata a promesse di ritorni
non fui che povera cosa,
anche se abbagliai con fulgore di rosa.

*

Se accanto a te tornassi per un poco
chissà se ti ritroverei, tutto è cambiato.
Se camminandoti ancora a fianco
ti riconoscessi… Che scacco!
M’allontanai così volutamente
dalla tua casa di musica e di roccia
che rose lussuose e modesti gerani dischiudeva.
Il ritorno si sa, ha odore acre di sconfitta,
o resa, quando tornare è rientrare,
farsi contenere.
“Poiché l’attesa s’inoltra
profondamente nell’aperto”
è solo al mondo ch’io voglio appartenere.

Rita R. Florit, Lezioni inevitabili, LietoColle2005

*

Ho una piccola dimora acquisita / nei luoghi oscuri,dalla notte accesi.

Il sentiero percorso dalla filosofia occidentale, dalla metafisica, nella perdita del cielo e degli dèi, è il sentiero della Notte. Nell’apparire dell’essere e del niente, è il mondo che è chiamato alla luce.

Pur circondandomene mal li distinguo, / se stordita appena li avverto.

Mal si distingue questo luogo che è il mondo nella Notte dell’essere.

“Per la prima volta le cose vengono alla luce nella Notte, e i colori, i suoni, il sole, la luna, la vita e la morte” (EN).

Strada, l’attraversai rincorrendomi. / Riposi le stelle nell’armadio / per attenermi meglio al presente.

Dal passato al futuro attraverso il mondo, la strada, il sentiero del Giorno, il presente. Le stelle sono gli ultimi detriti dell’Olimpo, il presente dell’uomo nega questo passato, lo accantona.

“Il nichilismo è la celebrazione della penuria dell’esistenza: l’esistenza di qualcosa esige l’inesistenza (la nientità) del suo opposto; l’esistenza del presente esige l’inesistenza del passato e del futuro. Al di fuori del nichilismo, gli opposti non si contendono l’esistenza, ma la godono insieme. Il passato e il futuro sono: come il presente” (EN).

Ma il dubbio assiduo mi corrode / che l’unica dimora è nel pensiero

È il pensiero che fa della terra l’unica dimora e il rifugio dell’uomo, il mondo, nella sua solitudine.

“La solitudine della terra è negazione della verità dell’essere; ma solo nella verità dell’essere appare ciò che la solitudine è. Il mondo testimonia la solitudine della terra – e la solitudine è l’inconscio del mondo” (EN).

Poiché non volli abbandonarmi / agli Abbandoni che rivelano

Votata a promesse di ritorni non / fui che povera cosa, anche se / abbagliai con fulgore di rosa.

L’abbandono rivela solo quello che è: l’abbandono della casa del padre e il sottrarsi al destino. Ma l’abbandono al quale non ci si abbandona non esclude il ritorno, la riconciliazione. L’abbagliamento del corpo nasconde essenzialmente la solitudine dell’uomo. “Il nostro corpo – che appartiene alla solitudine della terra – si mantiene certamente in una sorta di prossimità all’apparire; le sue assenze da questo sono ogni volta seguite da un ritorno, e il ritorno nell’apparire accade anche ogni qualvolta noi confidiamo nel suo accadimento” (EN).

Se accanto a te tornassi per un poco / chissà se ti ritroverei, / tutto è cambiato.

Se camminandoti ancora a fianco / ti riconoscessi… Che scacco!

M’allontanai così volutamente / dalla tua casa di musica e di roccia /che rose lussuose e modesti gerani dischiudeva

L’allontanamento dalle cose più prossime, dalla bellezza, dal gusto, dalla solidità della roccia per andare verso l’Altrove, l’incognita dell’Altro da sé.

“Noi possiamo volere qualcosa – la casa, il cibo, l’amore – solo in quanto vogliamo innanzitutto l’orizzonte, all’interno del quale possono comparire le singole cose che vogliamo. L’accadimento della terra è l’orizzonte originariamente voluto, in cui è voluta ogni cosa che vogliamo” (EN).

Il ritorno si sa, ha odore acre / di sconfitta, o resa, quando tornare / è rientrare, farsi contenere.

Il ritorno è un andare di nuovo all’infanzia, dove si ritrovano le persone e le cose da amare, come nella poesia di Rilke “Dura il ricordo -: forse in una pioggia, / ma non sappiamo ritrovarne il senso”, dove il ricordo non si spegne mai.

“La descrizione della terra, così come appare attualmente, è la descrizione della solitudine. Il modo in cui le altre persone umane sono corpo e comportamento e vengono in relazione al mio corpo e al mio comportamento, viene condotto nell’apparire dal modo in cui ho accolto l’offerta della terra. Così il corso seguito dalle stelle, dal sole e dalle stagioni; così il distendersi dello spazio attorno ai miei occhi e il radunarsi dei colori e dei suoni” (EN).

“Poiché l’attesa s’inoltra / profondamente nell’aperto” / è solo al mondo ch’io voglio appartenere.

Il discorso filosofico è apertura al mondo. Il discorso biologico è solipsistico, viviamo per mantenere la struttura biologica, siamo programmati, fin dalla fecondazione dell’ovulo, a questo fine, la ragion d’essere d’ogni struttura vivente è essere.

“La verità dell’essere si manifesta in una pluralità di aperture. Come possibilità di questa pluralità di aperture, la struttura originaria della verità dell’essere non ha nulla a che vedere col solipsismo. Il solipsismo è la negazione di questa possibilità. […]

Ma ciò non vuol dire che sulla terra non sia possibile un altro modo di vivere oltre quello costituito dallo sviluppo biologico, e che i colori, i suoni, le forme, i profumi, i piaceri non possano apparire che all’interno di tale sviluppo, e che la stessa nascita e morte del corpo non possano che racchiudere gli spettacoli della terra tra un’oscurità iniziale e un’oscurità terminale.

L’uomo ha sempre tentato di evadere dallo sviluppo biologico, come unico modo di vivere sulla terra. Il nutrirsi, l’unione dei sessi, l’abitare e il mantenimento del fuoco, la caccia, il lavoro, la guerra e la pace, la festa sono vissuti dai popoli primitivi all’interno di un tempo sacro, dove l’uomo vive da immortale e si lascia alle spalle il tempo profano dello sviluppo biologico. […]” (EN).

Nota: EN, Severino – Essenza del Nichilismo.


Alfredo Riponi



Espiritual

 

ESPIRITUAL
 

Après un siècle la figure de la soie

Qui retenait le ventre avait été brulée

Mais la lettre mise en contact avec le nard

Enfermée dans un coffre de fer

Sentait encore l’intime en traversant le fer.


 

Pierre Jean Jouve Matière céleste


 

***


 

Dopo secoli la forma della seta

Che cingeva il ventre era stata bruciata

Ma la lettera in contatto col nardo

Chiusa in un forziere ancora

L’intimo odorava attraverso il ferro.

 


<!–[if !supportLineBreakNewLine]–>
<!–[endif]–>

traduzione rita r. florit e alfredo riponi

 

  

 

Les mains négatives

On appelle mains négatives les peintures de mains trouvées dans les grottes magdaléniennes de l´Europe Sud-Atlantique. Le contour de ces mains – posées grandes ouvertes sur la pierre – était enduit de couleur. Le plus souvent de bleu, de noir. Parfois de rouge. Aucune explication n´a été trouvée à cette pratique.

Devant l´océan
sous la falaise
sur la paroi de granit

ces mains

ouvertes

Bleues
Et noires

Du bleu de l´eau
Du noir de la nuit

L´homme est venu seul dans la grotte
face à l´océan
Toutes les mains ont la même taille
il était seul

L´homme seul dans la grotte a regardé
dans le bruit
dans le bruit de la mer
l´immensité des choses

Et il a crié

Toi qui es nommée toi qui es douée d´identité je
t´aime

Ces mains
du bleu de l´eau
du noir du ciel

Plates

Posées écartelées sur le granit gris

Pour que quelqu´un les ait vues

Je suis celui qui appelle
Je suis celui qui appelait qui criait il y a trente
mille ans

Je t´aime

Je crie que je veux t´aimer, je t´aime

J´aimerai quiconque entendra que je crie

Sur la terre vide resteront ces mains sur la paroi de
granit face au fracas de l´océan

Insoutenable

Personne n´entendra plus

Ne verra

Trente mille ans
Ces mains-là, noires

La réfraction de la lumière sur la mer fait frémir
la paroi de la pierre

Je suis quelqu´un je suis celui qui appelait qui
criait dans cette lumière blanche

Le désir
le mot n´est pas encore inventé

Il a regardé l´immensité des choses dans le fracas
des vagues, l´immensité de sa force

et puis il a crié

Au-dessus de lui les forêts d´Europe,
sans fin

Il se tient au centre de la pierre
des couloirs
des voies de pierre
de toutes parts

Toi qui es nommée toi qui es douée d´identité je
t´aime d´un amour indéfini

Il fallait descendre la falaise
vaincre la peur
Le vent souffle du continent il repousse
l´océan
Les vagues luttent contre le vent
Elles avancent
ralenties par sa force
et patiemment parviennent
à la paroi

Tout s´écrase

Je t´aime plus loin que toi
J´aimerais quiconque entendra que je crie que je
t´aime

Trente mille ans

J´appelle

J´appelle celui qui me répondra

Je veux t´aimer je t´aime

Depuis trente mille ans je crie devant la mer le
Spectre blanc

Je suis celui qui criait qu´il t´aimait, toi

Marguerite Duras

LE MANI NEGATIVE

Chiamiamo mani negative le pitture di mani trovate nelle grotte magdaleniane dell’Europa Sud-Atlantica. L’impronta di queste mani – completamente aperte sulla pietra – era impregnata di colore. Di blu e di nero più di frequente. A volte di rosso. Nessuna spiegazione è stata trovata per questa pratica

Davanti all’oceano

sotto la scogliera

sulla parete di granito

queste mani

aperte

Blu

E nere

Del blu dell’acqua

Del nero della notte

L’uomo è venuto solo nella grotta

Davanti all’oceano

Tutte le mani hanno la stessa grandezza

era solo

L’uomo solo nella grotta ha guardato

nel rumore

nel rumore del mare

l’immensità delle cose

E ha gridato

Tu che hai un nome tu che hai un’identità

io ti amo

Queste mani

del blu dell’acqua

del nero del cielo

Impresse

Aperte squartate sul granito grigio

Affinché qualcuno le veda

Sono quello che chiama

Sono quello che chiamava che gridava trenta

mila anni fa

Ti amo

Grido che voglio amarti, ti amo

Amerei chiunque senta che grido

Sulla terra vuota resteranno queste mani sulla parete di

granito di fronte al fragore dell’oceano

Insostenibile

Nessuno sentirà più

Ne vedrà

Trenta mila anni

Quelle mani, nere

La luce rifranta sul mare fa vibrare

la parete di pietra

Sono qualcuno sono quello che chiamava che

gridava in questa luce bianca

Il desiderio

la parola non è ancora stata inventata

Lui ha guardato l’immensità delle cose nel fragore

delle onde, l’immensità della sua forza

poi ha gridato

Su di lui le foreste d’Europa,

sconfinate

Lui si tiene al centro della pietra

dei canaloni

delle vie di pietra

ovunque

Tu che hai un nome tu che hai un’identità

ti amo di un amore indefinito

Occorreva discendere la scogliera

vincere la paura

Il vento soffia dal continente respinge

l’oceano

Le onde lottano contro il vento

Avanzano

rallentate dalla sua forza

e pazientemente toccano

la parete

Tutto si schianta

Ti amo oltre te

Amerei chiunque mi senta gridare che ti

amo

Trentamila anni

Chiamo

Chiamo quella che mi risponderà

Voglio amarti ti amo

Da trentamila anni grido davanti al mare lo

Spettro bianco

Sono colui che gridava di amarti, di amare te


traduzione di rita r. florit e alfredo riponi


LES MAINS NEGATIVES 1979, film, Films du Losange


la dura superfice

La dura superficie
consistenza percorsa dalle dita
mi porge il senso solido

ossifico in solitudine
nell’estasi trafitta dalle palme
in respiro vegetalminerale

In manto d’assenza
con cieli e cieli ombreggiati nelle mani.
il pulsare fosforico vegliava

Volendo avrei potuto nutrirmi unicamente
della luce resistere alla materia
consegnarmi alla trasparenza

Gli occhi in cristalli di foglie
l’intermittenza delle palpebre
pelle oliata di suoni

L’udito affievolito a sera
regredivo all’aria all’arsura
inesorabile perdevo consistenza

rita r. florit
chowara, intorno a i primi di marzo 2008



***


La dure surface
consistance parcourue par les doigts
me donne le sens solide

j’ossifie en solitude
dans l’extase pénétrée par les palmiers
en souffle végétominéral

En manteau d’absence
avec les cieux et les cieux ombragés dans les mains.
le battement phosphorique veillait

En voulant j’aurais pu me nourrir seulement
de la lumière résister à la matière
me remettre à la transparence

Les yeux en cristaux de feuilles
l’intermittence des paupières
peau huilée de sons

L’ouïe affaiblie au soir
je régressais dans l’air et dans la soif ardente
inexorable je perdais consistance

Chowara, autour des premiers jours de mars 2008


traduction de alfred riponi

.