G. Manganelli – Discorso dell’ombra e dello stemma

[…] Quando Leopardi entrava nell’ombra abbagliante delle Ricordanze, gli ridevano gli inchiostri, terribilmente. Il riso della letteratura è alto. È antico. Non è antropomorfico. È il ‘riso’[…]

[…]Ma il riso non ha, a sua volta, nulla a che fare con l’allegria. L’allegria è socievole, è amica, è pacifica. Il riso è solitario, incomunicabile, astratto, impossibile a trascriversi, trasversale, illeggibile; il riso cavernoso non è tetro; è furbo,ha trovato una caverna e ride moltiplicandosi del riso della caverna che, notate, notate, non sa leggere […]

[..] Possiamo aggirare il ‘luogo del riso’ della letteratura? La letteratura è inutile; La letteratura è indispensabile. Si può vivere senza letteratura, purché si sia già morti. La letteratura è innaturale, e non possiamo sopravvivere senza letteratura. Ma dunque noi, recitanti una parte di naturali, dobbiamo lacerare la natura che, incongrua veste, ci attanaglia; e, con grande sofferenza e lentezza, dobbiamo giungere – dove? Nel luogo dove noi cessiamo di essere autori; dove la dura abrasione del nome è stata portata a termine, del tutto consapevoli di quanto essa assomigli a una decapitazione; dove noi non scriviamo, ma la nostra pelle pergamenata si copre di minuscoli caratteri, incisi nella carne, a fuoco, con pena forte e dura, e quando ci leggiamo con riso duro e forte […]

Giorgio Manganelli, Discorso dell’ombra e dello stemma, Adelphi 2017

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