la terra più del paradiso

La mia Confessione fedele

.

Curo i prati come il pavimento della mia casa,
guardo l’erba come il tappeto sul quale
allignano i figli e un tempo contento.
Non vi è obbligo di appartenenza.
Ogni filo d’erba è una speranza,
il diritto per l’umiltà di un altro
che l’ha preceduto e che io ho falciato,
raccolto e scelto per necessità e dottrina.

Pulire i prati è levare loro i sassi e contarli,
come un atto di compassione

ad ogni riverenza che gli concedi.
È raccogliere terra sputata dal fondo e seminarla,
di nuovo, in segno di generosità verso essa.

È forse un lavoro ingrato e fermo al punto di partenza
ma
è anche la mia confessione fedele,

la coscienza che mi riconosco addosso,
di essere qui anche per questo.



Poesia triste


Voglio morire, sedere e morire seduta,
come la Lena, pregava e ad occhi chiusi moriva.
Ho da tempo il cuore malato,

si stanno cibando gli orridi pensieri del corpo intero.
Ferisce la malattia che non va detta,
che non è chiesta perché non sarà capita.
Solitudine
dei giorni che passano come pause alle notti.
E di fronte ho le genti e i doni
di chi in visita così tanto viene a Ciaminades.

Ma voi chiamatemi solo con gesto di mano,
non pronunciate il mio nome.

Non cercate la donna, la moglie, non l’essere umano.

Io sono amante e chimera, muso di capra e coda di serpente,
grido di scherno e condanna, musa dell’arte, bocca di bronzo.
Non chiedete i miei versi, non la poesia, siate inerti.

Nei tanti quaderni io non sono parola,
sono il delirio di essa, null’altro! Tacete.


***


Ora che posso obbedire a me stessa,
affilo il desiderio di rifiutarmi.

Giacché è presenza inutile il mio nome
e come di periferia il mio corpo,
spoglio di ogni incanto e desiderio.


Io morirò fulminata a giugno,
prima della pioggia,alla raccolta degli ultimi fasci.
Cadrò sul prato raso a festa
e coltiverò l’erba per essere falciata
a settembre un’ultima volta.

Non lascerò niente di cui seppellirmi.
Nessun lamento, nessuna tomba d’accudire.

Allora invecchieranno gli inverni

e sbocceranno i crochi anche dentro la greppia di questa stalla,

perché sarò il fieno e come il fieno sarò ruminata,
lontana in conclusione dai rosari e dalle preghiere.

Mi unirò a un soffitto muto,
a un pavimento rivestito di letame.

E sarà mio dolcissimo ritorno
il silenzio che qui divora il tempo tra mattino e sera,
la veglia di un ramo d’ulivo,

riposto a ogni Pasqua
da mani ricolme di fede
che guarderò continuare.

.

Roberta Dapunt *La terra più del paradiso* Einaudi, 2008

Roberta Dapunt è nata nel 1970 e vive in Alta Val Badia . Ha pubblicato le raccolte di poesia OscuraMente (1993) e la carezzata mela (1999).   I suoi versi sono caratterizzati da inquietudine e armonia insieme, da un percorso religioso tormentato e puro. Le immagini che sceglie sono di morte e di naturalità e il suo sguardo segue le stagioni e gli animali nel silenzio delle sue montagne e dell’anima.




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